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Decine di dollari per un po’ di riso e qualche verdura: Gaza muore di fame e i prezzi alimentari salgono alle stelle

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File di persone, tra i quali moltissimi bambini, in attesa di ricevere un pasto caldo a Gaza City il 21 maggio 2025. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Frutta, pollo e alcuni ortaggi sono ormai introvabili. Un panetto di burro da mezzo chilo costa anche 25 dollari e per una dozzina di uova si superano i 40

I prezzi dei generi alimentari a Gaza sono aumentati vertiginosamente negli ultimi due mesi, da quando il 18 marzo scorso Israele ha infranto la tregua e ripreso le operazioni militari nella Striscia, dove ormai la popolazione palestinese sta esaurendo le scorte a causa del blocco imposto dallo Stato ebraico all’afflusso di aiuti umanitari e beni commerciali nel territorio costiero. Una situazione che non è ancora migliorata dall’annuncio del premier israeliano Benjamin Netanyahu di autorizzare l’arrivo di alcuni camion di aiuti nella Striscia, dove dallo scorso fine settimana l’esercito di Tel Aviv ha avviato una nuova invasione terrestre che porterà all’occupazione dell’intero territorio costiero palestinese, abitato da oltre due milioni di persone.

Dal 18 marzo scorso, secondo alcuni residenti intervistati dalla rivista britannica Time, il prezzo della farina è aumentato del 5.000%, quello dell’olio da cucina del 1.200% e quello dei piselli in barattolo del 1.000%. Alcuni prodotti, come frutta, pollo e alcuni ortaggi come i cavoli, sono semplicemente introvabili. Nel nord di Gaza, invece, un chilo di riso costava tre dollari a febbraio, oggi la stessa quantità arriva a 10. I prezzi dei cetrioli sono aumentati di ben sette volte nello stesso periodo mentre il latte in polvere è quadruplicato.

Non solo: secondo i residenti, i prezzi del gas da cucina sono cresciuti del 2.400% e quelli della farina di oltre il 5.600%. Per comprare mezzo chilo di patate, ha rivelato al Financial Times un residente di Jabalia, sempre nel nord di Gaza, servono 20 scellini israeliani, pari a 5,60 dollari, ovvero l’equivalente del guadagno di un’intera giornata di lavoro. Dal 3 aprile, secondo un’indagine della no-profit Christian Aid, i prezzi di un chilo di limoni e di zucchero nel nord della Striscia sono raddoppiati, arrivando rispettivamente a 60 e 70 scellini israeliani (rispettivamente 16,80 e 19,60 dollari). Il costo di una spesa di sole due zucchine, una melanzana, due pomodori, un peperone verde e una cipolla, secondo un residente di Gaza City, è arrivato a 80 scellini (quasi 22,40 dollari). Per acquistare una sola confezione di pannolini nel sud di Gaza servono invece 180 scellini (oltre 50,35 dollari), il doppio di quanto necessario solo tre mesi fa. Molti si rivolgono a commercianti senza scrupoli pronti a prestare denaro tramite app bancarie, in cambio di commissioni proibitive, che arrivano fino al 30 per cento della somma erogata. Un negozio di Gaza, secondo il racconto di un residente al Ft, accetta bonifici elettronici ma ha prezzi esorbitanti. Per un chilo di cetrioli, pomodori e melanzane e alcuni peperoni e peperoncini ha pagato 107 scellini israeliani, quasi 30 dollari.

Questa situazione ha costretto alla chiusura decine di cucine comunitarie, spazi comuni che offrono ai volontari un punto di riferimento per preparare e distribuire pasti gratuiti. A causa del blocco degli aiuti, dell’esaurimento delle scorte e dell’incremento dei prezzi, ormai solo una parte riesce ancora a garantire forniture alimentari alla popolazione. Il World Food Programme (Wfp) ha ormai esaurito completamente le scorte alimentari, il che lo scorso mese ha costretto a chiudere tutti i 25 forni riforniti di farina e carburante da quest’agenzia delle Nazioni Unite. D’altra parte, come certificato dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), l’intera Striscia è ormai a rischio di piombare nella carestia. Circa 470mila residenti, pari al 22 per cento della popolazione, rischia “fame, morte, indigenza e livelli di malnutrizione acuta estremamente critici”.

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