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Cosa sappiamo del piano di Israele per trasferire tutta la popolazione di Gaza in una “città umanitaria” a Rafah

Immagine di copertina
Persone in attesa di un pasto caldo a Gaza City. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Il progetto, annunciato dal ministro della Difesa Israel Katz, è già in atto e prevede la realizzazione di tendopoli e campi con "edifici mobili", presidiati dai soldati israeliani e da cui gli abitanti non potranno più uscire. Per l'Onu si tratta "di fatto di campi di concentramento"

Israele ha promesso di costruire una “città umanitaria” sulle rovine di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove trasferire progressivamente l’intera popolazione del territorio costiero palestinese, che non potrà più abbandonare l’area se non per emigrare all’estero. Ecco cosa sappiamo sui progetti del governo di Tel Aviv.

Il piano è stato presentato alla stampa dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz, secondo cui inizialmente l’area dovrà ospitare i circa 600mila palestinesi attualmente sfollati nella zona di al-Mawasi e poi l’intera popolazione della Striscia, che conta circa due milioni di persone. La cosiddetta “città umanitaria” sarà costruita sulle rovine di Rafah, una zona di circa 64 chilometri quadrati distrutta dai bombardamenti, che sarà costituita da diverse tendopoli ed “edifici mobili”.

Per accedere a questo enorme campo profughi però bisognerà attraversare una serie di checkpoint presidiati dai soldati dello Stato ebraico, che dovranno identificare i residenti e assicurarsi che non appartengano a organizzazioni armate o terroristiche come Hamas. Una volta dentro, secondo quanto annunciato dal ministro Katz, alla popolazione palestinese non sarà più permesso uscire. Quanti resteranno fuori invece, secondo il quotidiano digitale israeliano Israel HaYom, saranno considerati “terroristi” e trattati come obiettivi legittimi dai militari. Lo scopo, ha spiegato il ministro israeliano, è infatti incentivare “l’emigrazione volontaria” dalla Striscia.

Ma tale progetto è già stato avviato: Israele, come certificato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Unocha), ha limitato l’accesso dei palestinesi a oltre l’86 per cento della Striscia di Gaza, dichiarando vaste aree del territorio costiero “zona vietata” o emanando ordini di evacuazione rivolti alla popolazione residente, che attualmente conta almeno 1,9 milioni di sfollati. Al 4 luglio di quest’anno poi, secondo i dati del Centro satellitare delle Nazioni Unite (Unosat), almeno 28.600 edifici erano già stati demoliti nella città di Rafah. Tra questi, secondo un’analisi dell’unità Sanad dell’emittente qatariota al-Jazeera, almeno 12.800 (il 44 per cento) sono stati abbattuti a partire dal 4 aprile scorso.

Il piano però ha ricevuto gravissime critiche sia in sede internazionale che interna. “In questo modo si creerebbero de-facto enormi campi di concentramento al confine con l’Egitto”, ha denunciato il direttore dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa), Philippe Lazzarini. “Trasferire i palestinesi all’interno di Gaza o deportarli all’estero contro la loro volontà equivarrebbe a un crimine di guerra (…)” che, “se commesso come parte di un attacco diffuso o sistematico contro la popolazione civile, costituirebbe anche un crimine contro l’umanità”, gli ha fatto eco Amnesty International. Una denuncia condivisa anche da 16 esperti israeliani di diritto internazionale e bellico che, in una lettera aperta pubblicata dal quotidiano locale Haaretz, hanno definito “palesemente illegale” questo piano, la cui attuazione “costituirebbe un crimine di guerra e contro l’umanità” e, “a determinate condizioni”, “potrebbe essere considerato” un atto di “genocidio”.

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