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Giulio Regeni, 5 anni di silenzi e bugie che fanno male all’Italia e all’Egitto

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 25 Gen. 2021 alle 07:13 Aggiornato il 25 Gen. 2021 alle 11:11
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Immagine di copertina
Credit: Ansa foto

Il 25 gennaio di 5 anni fa si perdevano per sempre le tracce di Giulio Regeni. Questo triste anniversario è indissolubilmente legato a ciò che è l’Egitto oggi, a cosa ha rappresentato la primavera araba in questi 10 anni e a cosa significa la detenzione di Patrick Zaki. Sono tutti pezzi di un puzzle complesso, che tracciano i contorni di una terra solo apparentemente lontana e distante dal nostro modo di vivere e di sognare.

L’Egitto è una cosa e mille, un Paese che combatte con un tasso di povertà devastante, dove il 30% dei 100 milioni di egiziani vive sotto la soglia di povertà e un altro 30% appena sopra. Lo stesso Paese che tre giorni fa ha annunciato un piano di investimenti da 23 miliardi di dollari per la costruzione di un treno ad alta velocità che collegherà, con 15 stazioni, 460 km di distanza, al-Ain al-Sokhna sul Mar Rosso ad al-Alamein sul Mediterraneo, attraversando la nuova capitale, al momento ribattezzata New Cairo, altro mega progetto infrastrutturale del regime al-Sisi.

C’è l’Egitto delle libertà negate, quelle dove il dissenso viene represso con sparizioni illegali e detenzioni arbitrarie. Il governo del Cairo ha persino strumentalizzato la pandemia da Covid-19 per restringere ulteriormente le libertà fondamentali e ridurre al silenzio ogni critica nei confronti del modo in cui ha gestito l’emergenza sanitaria. Ramy Shaath e Zyad el-Elaimy sono detenuti senza processo da oltre un anno solo a causa del loro pacifico attivismo politico. Avvocati per i diritti umani come Mohamed al-Baqer e Mahienour al-Massry sono in carcere per aver difeso vittime di sparizione forzata e di detenzione arbitraria. Esraa Abdel Fattah, Solafa Magdy, Hossam al-Sayyad e Mahmoud Hussein sono giornalisti imprigionati per i contenuti critici dei loro articoli o delle loro opinioni. Poi ci sono i ricercatori sui diritti umani Patrick Zaki e Ibrahim Ezz el-Din, si trovano in detenzione preventiva a dimostrazione della politica di “tolleranza zero” nei confronti dell’attivismo per i diritti umani.

E c’è un Egitto dentro l’Egitto, lo stesso che probabilmente Giulio Regeni voleva conoscere, studiare, amare. Quello che gli è costato la vita. L’Egitto dei giovani egiziani, presenti nel Paese o sparsi per il mondo, alla ricerca di una nuova libertà e di una promessa di futuro per sé e le generazioni a venire. C’è l’Egitto nato o risorto dalle ceneri della primavera araba. Quello che continua a chiedere un governo democratico, che si organizza in rete, che fa rete, da una nazione all’altra del globo. Quello degli egiziani che guardano con amarezza e nostalgia a una terra che sentono ancora propria  ma che per molti è ormai solo un sogno proibito.

In questo Egitto, dietro le sbarre di una prigione nel carcere di Tora, c’è ancora Zaki, il ricercatore egiziano che studia all’Università di Bologna, in carcere dal 7 febbraio. Patrick George Zaki rischia fino a 25 anni di carcere per dieci post di un account Facebook, che la sua difesa considera ‘falso’, ma che ha consentito alla magistratura egiziana di formulare pesanti accuse di “incitamento alla protesta” e “istigazione a crimini terroristici”.

Nel suo paese avrebbe dovuto trascorrere solo una vacanza in compagnia dei suoi cari in una breve pausa accademica. Da quasi un anno non può tornare in Italia e proseguire i suoi studi. La detenzione di Patrick, così come la verità sulla morte di Giulio, sono diventati col tempo oggetti di una contesa politica che ha calpestato l’importanza dei diritti umani in una partita in cui l’Italia ne esce umiliata.

Messaggio politico elettorale. Committente: Tobia Zevi

L’Italia e l’Egitto

Il 23 dicembre scorso, l’Italia ha consegnato all’Egitto parte della corposa commessa che prevede l’accordo concluso tra i due Paesi in barba alle leggi nazioni e internazionali in tema di esportazione di armi e in barba alla memoria del giovane Giulio. La prima fregata costruita da Fincantieri è arrivata nelle mani del governo egiziano. Due settimane prima, il presidente egiziano al-Sisi aveva ricevuto la Legion d’Onore all’Eliseo dalle mani di Macron.

Se la Francia è il principale esportatore di armi verso il Cairo, l’Italia non è da meno, e da quando è stato ucciso Giulio Regeni, Roma non ha smesso di firmare contratti per commesse militari con l’Egitto. Tanto è vero che deve ancora consegnare al regime un’altra fregata, assieme a decine di cacciabombardieri Eurofighter, pattugliatori, lanciarazzi ed elicotteri militari.

L’Egitto, nelle cui carceri langue oggi senza regolare processo lo studente dell’Università di Bologna, Patrick Zaki, è il terzo importatore d’armi a livello mondiale.

É impegnato nelle guerre in Libia e Yemen, ma anche in una sorta di “guerra fredda” sia con l’Etiopia, che con alcuni paesi impegnati nel conflitto in Yemen e la Turchia sui confini marittimi del Mediterraneo.

Le indagini sulla morte di Giulio

Il 10 dicembre scorso, la Procura di Roma ha notificato, con le norme previste per gli indagati ‘irreperibili’, la chiusura delle indagini per il rapimento, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni. Secondo la Procura, i quattro ufficiali della National security agency responsabili della morte di Giulio sono: Sabir Tariq, generale presso il Dipartimento della sicurezza nazionale; Ibrhaim Kamel Athar, colonnello, direttore di ispezione presso la Direzione della sicurezza di Wadi-Al-Jadid; Helmy Uhsam, colonnello, già in forza alla Direzione della sicurezza nazionale; Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, maggiore del servizio presso la sicurezza nazionale. La procura di Roma ne chiede il giudizio con un atto di accusa di 94 pagine firmato dal procuratore capo Michele Prestipino e dal sostituto Sergio Colaiocco.

La procura egiziana ha respinto ufficialmente le conclusioni delle indagini della procura di Roma che hanno portato alla richiesta di processo per quattro agenti egiziani. “La procura ha esaminato le accuse dall’autorità investigativa italiana a quattro ufficiali e un agente di polizia e ha finito per escludere tutto ciò che era stato loro attribuito. Ed è emerso che tutti i sospetti presentati dall’autorità investigativa italiana erano il risultato di conclusioni errate, illogiche e inaccettabili dalle norme penali stabilite a livello internazionale”.

Quattro 007 egiziani rischiano il processo. Il procuratore Michele Prestipino e il pm Sergio Colaiocco hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio contestando, a vario titolo, il sequestro di persona pluriaggravato, e il concorso in lesioni personali e in omicidio. Per un quinto agente i pm avevano già chiesto l’archiviazione.

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