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Home » Esteri

Israele contro Medici senza Frontiere a Gaza. La presidente in Italia a TPI: “Cacciare le ong causerà un’altra catastrofe umanitaria”

Immagine di copertina
Un convoglio di ambulanze partito dall'ospedale Al-Amal, gestito dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, diretto il 2 febbraio 2026 al valico di frontiera di Rafah tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

“Nella Striscia si continua a morire nonostante la tregua. E non solo per i bombardamenti. Il sistema sanitario è decimato”. L’appello a TPI della presidente di Medici senza Frontiere Italia, Monica Minardi: “Se non consegniamo i dati dei nostri operatori a Tel Aviv, dovremo lasciare Gaza. Qui sosteniamo il 25% dei posti letto ospedalieri. È una scelta impossibile e disumana”

A Gaza si continua a morire malgrado la tregua con Israele, ma anche se Tel Aviv fermasse davvero i bombardamenti il bilancio delle vittime continuerebbe a crescere per gli effetti di quasi due anni di conflitto, costato la vita, come ammesso anche dallo Stato ebraico, a oltre 71mila persone. «Oltre alle vittime uccise direttamente dalle armi, a Gaza si muore anche per le impossibili condizioni di vita, a causa del fatto che Israele ha utilizzato e continua a utilizzare gli aiuti umanitari come un’arma», spiega a TPI, Monica Minardi, presidente in Italia di Medici senza Frontiere, che rischia di essere estromessa dai Territori palestinesi occupati se non consegnerà a Tel Aviv la lista e i dati sensibili dei propri operatori.

Escalation infinita
Almeno 9 persone, compresi tre minori, sono rimaste uccise negli attacchi condotti nelle ultime ore dalle forze armate di Israele (Idf) nella Striscia di Gaza, malgrado la tregua mediata nell’ottobre 2025 dagli Stati Uniti. Tel Aviv ha registrato un attacco armato contro le proprie truppe, che ha ferito un riservista dell’Idf. Per tutta risposta l’esercito dello Stato ebraico ha lanciato una serie di raid, che hanno provocato tre morti, tra cui due minori di 16 e 12 anni, nel quartiere di Tuffah, a est di Gaza City. Altre tre vittime, tra cui un neonato di cinque mesi, sono state invece registrate nel quartiere di Zeitoun di Gaza. Altrettanti decessi sono avvenuti a Khan Younis, nella parte meridionale della Striscia. Ma non è la prima volta: nel fine settimana almeno una trentina di palestinesi erano stati uccisi nei bombardamenti di Israele. D’altronde, secondo il ministero della Salute del governo di Gaza controllato da Hamas, dall’inizio del cessate il fuoco almeno 529 persone e altre 1.462 sono state ferite nel territorio costiero palestinese.
«La situazione umanitaria Gaza e in Cisgiordania è ancora molto critica: la catastrofe non si è fermata con la tregua, così come non si sono fermati neanche i bombardamenti di Israele, che proprio negli ultimi giorni hanno provocato oltre una trentina di vittime nella Striscia», ricorda Minardi di Msf, secondo cui «bisogna anche far fronte agli effetti di questi lunghissimi anni di attacchi indiscriminati sui civili e sulle infrastrutture e di sfollamenti delle persone, che oggi sono ammassate in meno del 15% del territorio costiero palestinese e trovano rifugio in tendopoli e, a volte, persino tra le macerie degli edifici distrutti o semidistrutti, in mezzo all’acqua e al gelo».

Emergenza umanitaria
Il cuore dell’emergenza a Gaza resta infatti intatto. La notizia era attesa da quasi due anni ma la realtà è che la limitata riapertura del valico di Rafah tra il sud della Striscia di Gaza e l’Egitto va avanti con una lentezza esasperante e non rappresenta ancora la necessaria svolta per la popolazione del territorio costiero palestinese.
La ripresa del transito alla frontiera egiziana è parte integrante del piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Tel Aviv consente il passaggio, sotto la supervisione della missione europea Eubam e delle autorità egiziane, di soli 50 palestinesi al giorno, con un massimo di due accompagnatori ciascuno, e soltanto a piedi. Ma lunedì 2 febbraio, primo giorno della riapertura del valico rimasto chiuso dal maggio 2024, ne sono transitati appena 12, sebbene migliaia di residenti feriti e pazienti in condizioni critiche attendano di lasciare la Striscia. «L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) conta almeno 18.500 persone in attesa di un’evacuazione medica urgente da Gaza», spiega a TPI la presidente di Medici senza Frontiere Italia. «Purtroppo, da luglio 2024 a fine novembre 2025, quasi 1.100 persone presenti in questa lista sono morte e parliamo di decessi totalmente evitabili».
«Da mesi abbiamo aperto delle linee di collaborazione col ministero degli Affari Esteri insieme ad altre organizzazioni della società civile in Italia per fare in modo che il Governo italiano aumenti significativamente queste evacuazioni mediche, che però dipendono dal benestare da parte di Israele», ci spiega Minardi. «La riapertura del valico è importante e ovviamente è un passo avanti ma non basta per alleviare la catastrofe umanitaria in atto e soddisfare le enormi esigenze mediche della popolazione». Anche perché, aggiunge, «il sistema sanitario è stato decimato». «Servizi indispensabili come cure oncologiche, cardiologiche e dialisi non sono più disponibili». Eppure, rileva la presidente di Msf, «queste malattie continuano ad esistere a Gaza e purtroppo la mancanza di cure adeguate andrà ad aumentare il bilancio delle vittime, che non finiranno nel calcolo delle persone uccise dal conflitto». Ufficialmente, ci spiega, «si chiama mortalità in eccesso».
Il problema riguarda anche l’afflusso delle forniture mediche. Il valico di Rafah, ad esempio, resta chiuso all’ingresso degli aiuti internazionali, costretti ancora a percorsi tortuosi e filtrati attraverso Israele. «Centinaia di camion sono stati bloccati al confine», ricorda la presidente di Msf Italia. «Israele poi ha stilato una lista di beni a doppio uso, vietati perché potrebbero essere usati per scopi bellici». Tra questi però, ci spiega, figurano anche materiali necessari ai sanitari. «Parliamo di prodotti chimici per le lavatrici degli ospedali, disinfettanti chirurgici e farmaci anestetici», sottolinea Minardi.
Ma non solo: perché la crisi alimentare, rileva la presidente di Msf Italia, non è mai finita. «Gestiamo una struttura per persone malnutrite», ricorda Minardi. «Qui accogliamo ancora bambini e donne incinte». Intanto, rimarca, «l’afflusso di aiuti umanitari a Gaza resta ancora assolutamente insoddisfacente». Soprattutto per le organizzazioni come Medici senza Frontiere, presente nei Territori Palestinesi occupati dal 1988, che dal 1° gennaio hanno un problema in più.

Una “scelta impossibile e disumana”
Il ministero della Diaspora e della Lotta contro l’Antisemitismo di Tel Aviv ha infatti emanato una serie di nuovi criteri per la “registrazione” delle ong internazionali intenzionate a operare a Gaza e in Cisgiordania. Tra le richieste, ci spiega la presidente di Medici senza Frontiere Italia, figura anche l’obbligo di «fornire una lista completa dello staff locale, comprensiva di informazioni sensibili, quali i dati dei familiari e del passaporto». Un adempimento a cui Msf e non solo si è rifiutata di ottemperare, entrando così in un elenco di 37 organizzazioni umanitarie che dal 1° marzo saranno bandite dai Territori occupati.
«Israele sta delegittimando e utilizzando queste nuove regole come un’arma contro le ong», afferma la presidente di Msf Italia, ricordando come durante la guerra a Gaza «il personale sanitario e umanitario è stato un target costante». «Quindici operatori del nostro staff sono stati uccisi, malgrado avessimo comunicato a Israele, come in tutti gli altri contesti di conflitto in cui operiamo, le nostre posizioni: dove siamo, dove lavoriamo e gli spostamenti del nostro personale», aggiunge Minardi per spiegare il contesto in cui opera l’ong a Gaza. «Abbiamo ancora un collega ortopedico detenuto nelle carceri israeliane, senza accuse, dall’ottobre 2024».
In questo scenario, Medici senza Frontiere si trova di fronte a quella che la sua presidente in Italia definisce una «scelta impossibile e disumana». Se entro la fine di questo mese non rispetteranno i requisiti richiesti da Tel Aviv, dovranno interrompere le operazioni e lasciare Gaza e la Cisgiordania entro il 28 febbraio. Insomma, al collasso logistico si somma una pressione politica senza precedenti, che impone all’organizzazione di scegliere tra obbedire o abbandonare oltre 600mila pazienti. È una scelta che mette a rischio l’indipendenza stessa dell’azione umanitaria e la sicurezza dei 1.200 operatori locali che, nonostante le perdite già subite continuano a prestare soccorso tra le macerie. «Siamo l’organizzazione internazionale con l’impronta più grande nei Territori palestinesi», ci ricorda la presidente di Medici senza Frontiere Italia. «Abbiamo già stanziato per il 2026 almeno 120 milioni di euro e supportiamo il 25% dei posti letto ospedalieri a Gaza, dove un bambino su tre nasce in strutture sostenute da Medici Senza Frontiere», aggiunge Minardi. «Ci occupiamo anche di distribuzione di acqua potabile a supporto di circa 630mila persone ogni giorno».
Ma dal 1° gennaio, con la «de-registrazione» in Israele, Msf non può far entrare nuovo personale internazionale ed entro il 28 febbraio dovrà interrompere le operazioni nei Territori palestinesi se non consegna i dati sensibili dei propri operatori a Tel Aviv. Lo Stato ebraico, ci spiega la presidente di Msf Italia, accusa senza prove il nostro personale. «Ma noi abbiamo degli obblighi, anche legali, verso di loro», sottolinea Minardi, affermando che l’ong non intende mettere a rischio i propri cooperanti. «Ma cacciare le organizzazioni indipendenti causerà un’ulteriore catastrofe per la popolazione di Gaza», conclude la presidente di Medici senza Frontiere Italia.

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