La Spagna torna al voto per la quarta volta in quattro anni, ma il Paese è sempre più diviso (di R. Tosiani)

Di Romolo Tosiani
Pubblicato il 9 Nov. 2019 alle 17:27 Aggiornato il 9 Nov. 2019 alle 18:43
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Elezioni Spagna: domenica si torna al voto per la quarta volta in quattro anni

Votare alle elezioni quattro volte in quattro anni è una sfida anche per il cittadino più appassionato alla politica: la Spagna domani, domenica 10 novembre, completa il poker, con il secondo voto del 2019, dopo la “vittoria” di Pedro Sánchez del 28 aprile. Le urne si aprono di nuovo, con l’estrema destra di Vox pronta a raccogliere consensi dal rinnovato vigore della questione catalana.

Ma come si è arrivati allo stallo, il bloqueo, che la politica spagnola non riesce a superare?

Partiamo dal 20 dicembre 2015, quando il Paese si trovava in una situazione del tutto simile a oggi, ma a parti invertite. Il Partido Popular di Mariano Rajoy era il primo partito dopo quattro anni di governo ininterrotto dopo la successione al socialista Zapatero nel 2011. Rajoy perde la maggioranza, il sistema politico spagnolo non è più bipolare, raccolgono consensi Podemos e Ciudadanos, il PSOE è in grande difficoltà e sembra destinato all’irrilevanza, seguendo le orme del PASOK greco.

La questione catalana, gli attacchi a Sánchez e l’incertezza politica: la Spagna verso il voto

Il governo non si forma, le consultazioni non portano risultati e si arriva alla prima ripetizione elettorale della serie. Nel giugno 2016, il PP si riconferma primo partito, guadagna voti e Rajoy ottiene l’astensione di PSOE e Ciudadanos, crea un esecutivo di minoranza dopo un’estenuante trattativa. Nel frattempo la questione catalana prende la scena della politica, con uno scontro dai toni sempre più aspri tra il governo di Madrid e la Generalitat catalana. Carles Puigdemont, presidente della Comunità autonoma prova lo strappo per raggiungere l’indipendenza.

Il referendum non autorizzato sull’indipendenza del 1° ottobre 2017 è la ferita non rimarginata del Paese. Le immagini della reazione della polizia, che sequestra i seggi e affronta in modo ruvido i manifestanti è la peggiore pubblicità possibile per il governo Rajoy. Dopo un mese concitato, il 27 ottobre del 2017, Carles Puigdemont legge la dichiarazione d’indipendenza al cospetto del Parlament di Barcellona e proclama la Repubblica catalana. Una dichiarazione che rimarrà lettera morta, ma le cui conseguenze continuano a pesare sulla politica iberica.

Puigdemont si rifugia a Waterloo, vicino Bruxelles. La sentenza di poche settimane fa, che ha ravvivato il conflitto catalano con enormi manifestazioni di piazza, si riferisce proprio a questi giorni concitati. Oriol Junqueras, ex vicepresidente catalano, è il più celebre tra i condannati dalla giustizia spagnola per ribellione nell’organizzazione della consulta elettorale illegale.

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Dopo il caos del referendum, i popolari devono subire la sentenza sul caso Bárcenas, un intricato caso giudiziario che porta alla condanna per corruzione di molti funzionari del partito, il più famoso di questi è Luis Bárcenas, ideatore di un’autentica “Cassa B” del PP. Rajoy è accerchiato e Pedro Sánchez (qui il suo profilo) chiede una mozione di censura per il governo. In Spagna vige la sfiducia costruttiva, se il voto ha esito positivo, il richiedente assume la carica di presidente.

Il 1° giugno 2018 si rompe un altro tabù della politica spagnola, Sánchez vince la mozione, è la prima volta dal ritorno della democrazia, e diventa presidente, con l’astensione di Ciudadanos e l’appoggio esterno di Podemos. Mariano Rajoy esce di scena e ritorna al suo impiego al catasto. Il PP sceglie Pablo Casado come nuovo leader.

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Il governo di Sánchez è un monocolore PSOE, imita con diverse sfumature l’esperienza portoghese di un governo socialista appoggiato da forze di sinistra più radicale, questo tipo di coalizione, che a Lisbona è nata nel 2015, è chiamata geringonça. Le discrepanze tra il leader di Podemos, Pablo Iglesias, e il neopresidente non mancano e le discussioni sulla manovra economica non portano i risultati sperati dai socialisti. La manovra non è approvata dal Congresso e il governo, inevitabilmente, deve convocare nuove elezioni.

Le elezioni regionali in Andalusia del 2 dicembre 2018 sono un colpo tremendo per il PSOE, perde una comunità governata da 37 anni, da quando è tornata la democrazia ed esiste il sistema delle autonomie regionali. Le elezioni di Siviglia presentano al Paese la destra estrema di Vox, che guadagna i primi seggi in un parlamento regionale e appoggia il popolare Junma Moreno per la presidenza, è il primo patto elettorale tra PP, Ciudadanos e Vox. Uno schema che si ripeterà anche a Madrid per il comune e la regione.

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Il premier imposta la campagna elettorale di aprile in aperto contrasto ai tre partiti conservatori, si tratta di una chiamata alle urne contro l’avanzata delle destre. Una strategia che paga, il PSOE vince le elezioni e inizia un’estenuante trattativa con Podemos per formare il governo. Le negoziazioni per il governo falliscono, nel Congresso di Madrid Iglesias e Sánchez si scontrano apertamente. Le camere si sciolgono, si torna al voto.

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La campagna elettorale appena conclusa non è stata semplice per il presidente in carica, le sentenze sul referendum catalano hanno ripopolato le vie di Barcellona, non sono mancati gli scontri e il nazionalismo catalano e spagnolo sono tornati al centro del dibattito. L’esumazione e il trasferimento del corpo del dittatore Francisco Franco, sepolto fino a pochi giorni fa nell’enorme mausoleo del Valle de los Caídos, è il risultato più tangibile e la grande promessa compiuta dell’esperienza di governo del PSOE.

L’estrema destra di Vox è data in forte ascesa dai sondaggi, il leader Santiago Abascal è un protagonista della vita pubblica, per la prima volta ha partecipato al dibattito pubblico con gli altri leader dei partiti principali. Ora al tavolo con i grandi siede anche lui. Domani si vota, ma la risoluzione dello stallo politico sembra lontana.

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