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Home » Esteri

Costrette a partorire dove possono mentre fuggono dall’Isis, le storie delle donne irachene

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Dall'inizio dell'offensiva di Mosul sono più di 320mila le persone sfollate e ci sono molte famiglie con bambini piccoli a rischio secondo l'ong Save the Children

Layla ha solo tre giorni di vita ed è nata tra le rovine di una casa abbandonata, mentre intorno imperversavano bombardamenti e spari. Sua madre si chiama Rehab e ha 17 anni. Le mancavano solo pochi giorni alla fine della gravidanza, quando i combattimenti nel suo quartiere di Mosul si sono inaspriti e lei e la sua famiglia sono stati costretti a fuggire nel bel mezzo della notte. Rehab è caduta più volte mentre cercava di fuggire. “Sono entrata in travaglio mentre ero per strada. Ero molto spaventata per me e la mia bambina, ma mia madre e un’altra donna più anziana mi hanno aiutato”, ha raccontato la ragazza all’ong Save The Children.

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“È stato un parto molto rapido, forse di soli 15 minuti. Ci siamo riposati per mezz’ora e poi abbiamo iniziato a correre”, racconta Rehab. La famiglia si trova ora nel centro di accoglienza Hamam Al Alil, circa venti chilometri a sud di Mosul, dove sono state già arrivate oltre di 242mila persone dall’inizio dell’offensiva.

La battaglia nella parte occidentale di Mosul è ancora in corso e l’Isis usa i civili come scudi umani contro i continui attacchi aerei della coalizione internazionale a guida statunitense. Per questo molte donne sono costrette a fuggire per salvarsi e in alcuni casi partoriscono anche durante la fuga. Dall’inizio dell’offensiva di Mosul, a ottobre 2016, sono più di 320mila le persone sfollate e ci sono molte famiglie con bambini piccoli a rischio.

Lubna, che ha appena 20 giorni, è rimasta nel centro per quasi due settimane. Sua madre Reem, 15 anni, è stata in travaglio per più di due giorni, ma non ha potuto essere assistita da medici a causa dei combattimenti che infuriavano fuori. Nel momento in cui si è ripresa, lei e sua madre Masa sono fuggite con diversi altri membri della famiglia.

“Il parto è stato molto duro, davvero molto complicato, ma non c’era nulla che potessimo fare a causa dei combattimenti. Volevamo lasciare Mosul” dice Masa, la nonna della bambina. “Quando mio fratello è stato ucciso ci siamo decisi a scappare, ma Reem era troppo debole, quindi abbiamo aspettato cinque giorni e poi siamo andati via verso la salvezza. Grazie a Dio Lubna è sana, ma siamo molto preoccupati del fatto che si possa ammalare in un posto come questo”.

“La situazione all’interno del centro di accoglienza è estremamente difficile e vi è una carenza diffusa di cibo, acqua e coperte”, spiega Aram Shakaram, vicedirettore Save the Children Iraq. “I bambini piccoli, molti di appena pochi giorni o settimane, vivono in queste condizioni e le loro madri, alcune di soli 15 anni, non hanno il supporto di cui hanno bisogno”. L’ong Save the Children sta distribuendo acqua, prodotti da bagno e kit per neonati nei campi e costruisce e continua a tenere puliti i bagni nel centro di accoglienza. 

Ashna e suo marito Salar sono fuggiti tre settimane fa dalla parte occidentale di Mosul, dove vivevano. Con loro ci sono sei figli, tra cui Marwa, che ha appena 5 mesi. “Il viaggio è stato duro e sia noi che i bambini eravamo molto spaventati. Tutto quello che riuscivo a pensare era come raggiungere un posto sicuro e come tenere i miei figli al sicuro”, racconta Ashna. La famiglia è arrivata al campo di Hamam Al Alil ma non ha abbastanza cibo, acqua e generi di prima necessità. Inoltre Marwa è ammalata e la sua salute e non sta migliorando. La famiglia è in attesa di essere trasferito nel nuovo campo, ma finora nulla è cambiato.

(Marwa nel centro di accoglienza Hamam Al Alil, in Iraq. Credit: Save The Children)

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