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Coronavirus, elezioni in Francia nonostante il rischio contagio: domenica si vota in 35mila comuni

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Domenica 15 marzo, in piena emergenza Coronavirus, la maggior parte dei comuni francesi eleggerà il proprio sindaco. Nonostante il Paese sia il secondo focolaio di epidemia in Europa, rimandare l'appuntamento elettorale sembra fuori discussione

Coronavirus, elezioni amministrative in Francia nonostante il rischio contagio

Con 2.281 casi e 48 morti, la Francia è il secondo focolaio di nuovo Coronavirus in Europa, ma nella gestione dell’emergenza la Repubblica di Macron ha mostrato molta più cautela rispetto all’Italia, dove già dai primi casi di contagio e i primi decessi a Codogno, nel focolaio lodigiano è stata imposta la quarantena.

In Francia le istituzioni hanno deciso di perseguire una strada diversa da quella italiana e lanciare sin dall’inizio un messaggio chiaro: adottare le precauzioni, i cosiddetti “gesti barriera”, ma per il resto, salvare l’economia. E la democrazia, confermando l’appuntamento con le elezioni amministrative previste per il prossimo 15 marzo, quando 35mila comuni si recheranno alle urne per scegliere i propri sindaci, compreso quello di Parigi.

E se in Italia sin dai primi giorni di emergenza, quando c’erano meno di 100 morti, si è discusso e poi deciso per il rinvio del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari fissato al 29 marzo, in Francia non si considera questa evenienza. Le elezioni si tengono a due anni dalle prossime presidenziali, e diversi osservatori pensano che saranno un banco di prova per i principali partiti. Lo ha sottolineato anche il portavoce del governo, Sibeth Ndiaye, in un discorso pronunciato mercoledì 11 marzo, in cui oltre a criticare l’Italia per aver preso misure “che non hanno permesso di arginare l’epidemia”, ha sottolineato l’importanza della “continuità democratica”.

Intanto Macron interverrà per la prima volta ufficialmente sull’emergenza Coronavirus questa sera, con una breve dichiarazione alla nazione tesa a “spiegare bene le cose e preparare il Paese alle prossime tappe”. Ma sembra che la Francia abbia adottato, fino a questo momento, un atteggiamento “cauto e ottimista”, in parte perché pensa di essere in grado di gestire l’emergenza anche laddove questa dovesse peggiorare e richiedere un maggiore sforzo da parte del sistema sanitario.

Nessuno parla della possibilità di crack, in un Paese che nel 2018 ha destinato risorse pubbliche alla sanità per un valore pari al 9,3 per cento del Pil, tre punti percentuali in più rispetto a quanto stanziato dall’Italia nello stesso anno. Intanto il ministero della Sanità sta comunque considerando di prendere le dovute precauzioni in quella vede come una fase preparatoria, e di dimettere i pazienti ricoverati nei reparti di terapia intensiva a causa dell’influenza stagionale per liberare letti e personale.

Dall’inizio dell’epidemia a oggi, alcune misure restrittive sono state progressivamente adottate: bloccati tre dipartimenti – l’Oise a nord di Parigi, il Morbihan in Bretagna e l’Alta Savoia – chiuse le scuole per 150mila studenti, annullati i principali eventi in programma per il mese di marzo, tra cui la mezza maratona a Parigi, a cui erano iscritti 44mila partecipanti, il Salone dell’Agricoltura e il Salone del Libro, il più importante evento in Francia nel campo dell’editoria che si sarebbe dovuto tenere vicino Versailles tra il 20 e il 23 marzo.

Ma le elezioni amministrative, no. Il massimo della precauzione suggerita da una circolare del ministero dell’Interno per non prendersi il Coronavirus andando a votare, è quella di presentarsi al seggio elettorale muniti della propria penna, mentre alcuni comuni hanno attrezzato i seggi con dispenser di gel disinfettante da utilizzare prima e dopo il voto. E mentre sabato 7 marzo 3500 francesi si sono riuniti nel più grande evento dedicato ai “Puffi” in Bretagna, in barba a ogni misura preventiva, sull’atteggiamento troppo cauto del governo non sono mancate le critiche.

Il quotidiano le Monde ha scritto in un editoriale: “o il rischio contagio è considerato dai politici sostanzialmente inesistente, oppure si pensa che l’esercizio di un dovere democratico come il voto abbia una sorta di potere magico sulla diffusione del Coronavirus ma, soprattutto, sulla tempesta politica che si sarebbe scatenata sulle istituzioni repubblicane in caso di rinvio della consultazione”. Starà alla sensibilità dei cittadini decidere se andare a votare o meno, ma l’emergenza potrebbe avere un peso considerevole nell’affluenza.

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