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La bimba cilena che fa la linguaccia tra i poliziotti è il simbolo della rivolta mondiale contro gli oppressori

Di Luca Telese
Pubblicato il 28 Ott. 2019 alle 12:40 Aggiornato il 29 Ott. 2019 alle 08:24
Immagine di copertina

La ragazza cilena, bella e sorridente, stretta tra due gendarmi, fa una linguaccia mentre viene portata via a forza, e diventa immediatamente simbolo: la trasgressione che si fa simpatia.

Le geometrie della lingua che può parlare senza bisogno di parole. Guardate bene quello che è a fuoco nell’immagine. il potere è di spalle e in divisa, la protesta sta chiusa dentro l’ovale incantevole di donna, e sembra che non si mai stata così giovane, mai così bella, di fronte all’immagine avvizzita degli oligarchi che intonano arrugginiti slogan patriottici.

È questa linguaccia l’icona accattivante, il ritratto che immancabilmente è destinato ad entrare nei libri di storia. È la ribellione disarmata per cui chiunque non sia privo di senno non può far altro che simpatizzare.

È – ancora una volta – Davide che vince contro Golia. Ora sul campo di battaglia in Cile ci sono sia le moltitudini che il fotogramma. Un milione e mezzo di persone che compaiono sulla scena dal nulla, e per un giorno trasformano Santiago, la capitale del Paese, nella più grande piazza mediatica del mondo.

Accade anche questo nel tempo delle “rivolte di Joker”: virtualità, liquidità, sciami umani in movimento nello spazio rapsodico di un click. E poi tam tam mediatico, social, opinione che si travasa in un nanosecondo da uno stato d’animo all’altro diventando subito incandescente.

Abbiamo visto tante piazze gremite, nella storia di questi ultimi tre secoli, ma mai una che si sia improvvisamente riempita come questa. Non queste proporzioni o questi tempi. Mai entrambe le cose insieme.

Pensateci solo per un attimo: la rabbia avvampa partendo dal casus belli più classico, quello di un aumento di tariffe della metropolitana. Una piccola fiammella, un lampo che accende il riflettore sul carovita, e che fa risvegliare il Cile infelice dal suo apparente sonno incubatico.

Protagonisti della prima fiammata sono stati i giovani. Studenti, sottoproletari che infiammano il web e diventano la scintilla primogenita della protesta. Ma poi questo innesco fa detonare una miscela dirompente: ingiustizia sociale, nuova povertà, lavoratori che non sbarcano il lunario anche lavorando trenta giorni al mese.

In uno dei paesi più ricchi, annotano increduli i neo-liberisti, dicendo una cosa vera, ma senza capirla. Perché non è questione di numeri o di diagrammi sul Pil. Non è una legge o un codicillo, una legge di bilancio.

Sono periferie di emarginati che si sollevano contro un governo di centrodestra che fino a ieri si sentiva sicuro, ma che dietro una spolveratura di modernità cela i volti di sempre.

È un turbine di contraddizioni questo retropalco del Potere, una ribalta che pullula di uomini autoritari e fantasmi Pinocchettisti, ex giovani con il sorriso d’angelo, oggi rugosi, che facevano da chierichetti al generale assassino, e che oggi guidano le forze dell’ordine con la vecchia idea fissa della repressione, dei calci in faccia ai ragazzi a terra, delle baionette esibite insieme alle medaglie.

Buoni borghesi conservatori, graduati e aristocratici che prima chiedono il coprifuoco come misura (illusoria) di igiene sociale, e che poi improvvisamente, dopo aver mostrato i muscoli, rivelano la loro debolezza e restano come interdetti: stupiti, se non spaventati, dalla forza della reazione di popolo che loro stessi hanno innescato, con i loro miopi automatismi, legge-e-ordine, e poi ovviamente Dio-patria-y-famiglia.

Sebastian Piñera, il presidente che in questo momento si è ritrovato ad essere la maschera allucinata di questo esercito in rotta, di questo potere sorridente e logoro, si è spaventato più di tutti per questa piazza.

Ha iniziato a promettere concessioni, a ventilare aumenti salariali, sconti nelle tariffe. Ma questa piazza fa pensare che il presidente e i suoi uomini si siano rassegnati a farlo troppo tardi, e anche molto male.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Tutto questo, la retromarcia dopo la minaccia, rientra in un copione recitato mille volte, sui palcoscenici della storia. Quello che non era mai accaduto era che una folla oceanica paragonabile a questa potesse convocarsi in piazza così, quasi per magia: senza un partito che organizzasse la protesta, senza un sindacato che diventasse infrastruttura del malcontento, senza un leader che incantasse le folle.

Senza neanche uno slogan, senza nemmeno un simbolo, senza una sola bandiera politica. Senza nulla che possa ricordare le vecchie gioiose macchine da guerra del secolo Novecento, e senza niente che sia solo paragonabile alle vecchie cinghie di trasmissione degli apparati democratici.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Le uniche bandiere riconoscibili in piazza, a Santiago – e nelle altre città che in tutto il paese hanno riverberato la protesta – erano quelle delle squadre di calcio. Solo nella capitale ci sono otto club di serie A.

E i tifosi che abitualmente si fronteggiavano sugli spalti ieri si abbracciavano in strada, come per ribattezzarsi Fratelli in nome di una causa più grande. È un grande bagno di emozioni senza premeditazioni. Senza ideologia. Senza piattaforme programmatiche. La strategia è: cogli l’attimo.

Dieci cadaveri in un giorno non hanno spaventato nessuno. Dopo i saccheggi le tv al plasma sono apparse nei mercatini di quartiere a prezzi di saldo. È l’onda sonora delle radio che diventa l’unico filo di sutura tra mondi e generazioni diverse, il punto di sintesi, ma anche il navigatore dei manifestanti.

YouTube è la calamita di tutto, l’arsenale delle munizioni con cui si combatte questa guerra: video autoprodotti con la lingua postmoderna degli spot e degli schermi tripartiti, montati in sincrono con la colonna sonora senza età degli Inti-Illimani: El Pueblo umido, Hamas será vencido.

Il 1973 e il 2019; mai nulla di così diverso – nella storia è stato così vicino e connesso nel racconto: perché il linguaggio della rete è diacronico, mai logico, sempre essenzialmente emotivo.

E la rete è il grande fiume che contiene tutto, che veicola la rabbia. La radio è il grande metronomo che batte il tempo. Insieme il media più antico e quello più giovane scandiscono il ritmo: il web e la diretta diventano il volano di un popolo che non ha bisogno di altro che di se stesso.

Questa non è una storia che parla solo del Cile, solo del Sudamerica, solo degli ultimi. È materia di studio sia per i custodi del potere incerto che per i nuovi ribelli senza spartito. È la storia delle società moderne in cui le fratture aprono crepe nelle dighe del consenso.

Le distanze geografiche si azzerano: Libano, l’Ecuador e la Francia possono risuonare per una unica frequenza di racconto.

Questa ragazza di Santiago che fa la linguaccia, trascinata via dai gendarmi di questa piazza di un milione e mezzo di persone, non è una cosa del passato: è l’anteprima di una racconto ancora da scrivere, una profezia di futuro.

“Joker” sta diventando realtà: il capitalismo è una fabbrica di poveri e il mondo ha iniziato a ribellarsi (di Luca Telese)