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Bolivia, Morales si dimette ma denuncia “il colpo di Stato”: che cosa sta succedendo

Di Madi Ferrucci
Pubblicato il 11 Nov. 2019 alle 15:37 Aggiornato il 11 Nov. 2019 alle 22:25
Immagine di copertina
Credits: Ansa

Bolivia, Morales si dimette ma denuncia “il colpo di Stato”

Il presidente della Bolivia Evo Morales il 10 novembre pochi minuti prima dell 17,00 (ore 22, italiane) ha annunciato le sue dimissioni. “Ho l’obbligo di operare per la pace. E mi fa molto male che ci si scontri fra boliviani”, ha dichiarato mentre si trovava nella città di Chimoré, nel dipartimento di Cochabamba, al centro della Bolivia. “Mi fa male che alcuni comitati civici e partiti che hanno perso le elezioni abbiano scatenato violenze ed aggressioni. È per questa ed altre ragioni – ha concluso – che sto rinunciando al mio incarico inviando la mia lettera al Parlamento plurinazionale”, ha aggiunto.

Le dimissioni dopo la richiesta di esercito e polizia

La decisione di Morales è arrivata dopo le dichiarazioni del comandante dell’esercito boliviano, il generale Williams Carlos Kaliman Romero, che ha chiesto al presidente di “rinunciare al suo mandato per il bene della Bolivia”. Poco dopo anche il comandante in capo della polizia boliviana Vladimir Yuri Calderón Mariscal ha letto un comunicato in cui rendeva noto che la forza di polizia si sarebbe unita “alla richiesta del popolo boliviano che gli suggeriva di rassegnare le dimissioni”.

Le ultime elezioni del 20 ottobre: i risultati

Perso il sostegno delle forze armate, Morales riuscirebbe a governare solo con estrema difficoltà. Nella mattinata di ieri aveva semplicemente espresso il desiderio di indire nuove elezioni, ma dopo l’annuncio dei militari ha deciso di dimettersi.

Il voto del 20 ottobre, infatti, lo aveva condotto alla vittoria con uno scarto sul partito rivale del 10 per cento. I risultati però erano stati fortemente contestati dalle opposizioni. Il 20 ottobre con circa il 90 per cento dei voti scrutinati Morales pur rimanendo il favorito sembrava non avercela fatta al primo turno. Per riuscirci, avrebbe dovuto ottenere il 50 per cento più uno dei voti oppure almeno il 40 per cento, con uno scarto di dieci punti sul secondo classificato.

Intorno alle 22 era ancora fermo al 45,2 per cento contro lo sfidante Carlos Mesa al 38,1 per cento. La differenza di sei punti non gli avrebbe dunque permesso di vincere. Poi il sistema di conteggio rapido era stato interrotto per 24 ore e il 22 ottobre con il 98,42 per cento dei voti scrutinati, il suo vantaggio risultava invece di 10,13 punti percentuali, per un totale del 46,83 per cento, uno scarto di 11 punti che lo decretava ufficialmente vincitore.

L’accusa di brogli e le manifestazioni di piazza

Il vicepresidente del Tribunale supremo elettorale Antonio Costas aveva rinunciato all’incarico in disaccordo con tale interruzione, parlando di una “decisione sconsiderata” con cui sarebbe “stato screditato tutto il processo elettorale, provocando una convulsione sociale che non era necessaria”.

La sua vittoria aveva spinto in piazza i gruppi d’opposizione che lo avevano accusato di brogli. Il Comitato nazionale di difesa della democrazia (Conade) aveva convocato uno sciopero nazionale a tempo indefinito e in strada erano iniziati i primi scontri. Le manifestazioni di piazza guidate dai comitati civici, dal presidente del “Comité pro Santa Cruz”, Luis Fernando Camacho e dalle altre forze di opposizione hanno provocato nelle ultime tre settimane 3 morti e centinaia di feriti.

Il rapporto dell’Oea sul processo elettorale

Per fugare ogni dubbio sulla legittimità delle elezioni Morales aveva invitato l’Oea (Organizzazione degli Stati americani) attraverso la Missione d’osservazione del processo elettorale, a verificare il computo dei voti e i passaggi dello scrutinio.

Il rapporto preliminare dell’Oea dopo le verifiche è stato pubblicato il 10 novembre e tenendo conto delle proiezioni statistiche ha confermato la possibilità che Morales sia arrivato in vantaggio al primo turno ma ha ritenuto altamente improbabile che abbia ottenuto il 10 per cento di scarto sul rivale. “L’équipe che ha svolto l’auditing non può convalidare i risultati della presente elezione, per cui raccomanda un altro processo di voto con nuove autorità elettorali”, si legge nel report. Le irregolarità sono dunque state confermate dall’organizzazione internazionale.

Il segretario generale dell’Osa, Luis Almagro, aveva però voluto precisare che “i mandati costituzionali in Bolivia non debbono essere interrotti, compreso quello del presidente Morales”, suggerendo quindi di tornare a elezioni a fine mandato nel 2020.

Bolivia, la reazione di Morales: l’accusa di “golpe di Stato”

Morales ha smentito le voci che si stavano rincorrendo su una sua possibile fuga. “Non ho ragioni per scappare dato che non ho rubato nulla. Il mio peccato è essere indigeno, dirigente sindacale, ‘cocalero’. Essere indigeno, antimperialista e di sinistra è il nostro peccato e se capiterà qualcosa a me e al vicepresidente dimissionario Alvaro Garcia Linera, sarà colpa di (Carlos) Mesa e Luis Ferdinando Camacho che hanno  offerto fino a 50.000 dollari a chi si impegnerà per consegnarmi”, ha affermato in un’intervista alla tv nazionale boliviana.

In una serie di tweet ha poi stigmatizzato “i golpisti che hanno assaltato la mia casa e quella di mia sorella, che hanno incendiato varie residenze, minacciato di morte ministri e loro figli e torturato una donna sindaco, ora mentono e cercano di incolpare noi del caos e della violenza che loro hanno provocato”. “La Bolivia ed il mondo sono testimoni del golpe”, ha detto.

Bolivia, la solidarietà di Russia e Messico a Morales

Intanto, il ministro degli Esteri del Messico Marcelo Ebrard ha offerto la sua solidarietà al governo boliviano parlando anche lui di colpo di Stato. Ebrard ha reso inoltre noto che “il Messico ha ricevuto 20 personalità dell’esecutivo e legislativo della Bolivia nella sua residenza a La Paz e che è pronta ad ospitare anche Morales”. Anche la Russia ha offerto al presidente dimissionario il suo sostegno: “L’opposizione boliviana ha scatenato un’ondata di violenza”, ha dichiarato con una nota il ministro degli Esteri russo.

Chi si è dimesso

Oltre a Morales e al suo vice Alvaro Garcia Linera, si sono dimessi anche i presidenti di Senato e Camera e il primo vicepresidente del Senato. A questo punto in base alla Costituzione boliviana, la lettera di rinuncia del presidente dovrà essere accettata dal Parlamento, in una riunione che avrebbe dovuto essere convocata dal vicepresidente Garcia Linera, che però non lo ha ancora fatto.

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Che cosa succede ora

In mancanza di una indicazione esplicita costituzionale e di fronte alle dimissioni di tutte le massime cariche dello Stato appartenenti al partito di maggioranza del Movimento al socialismo (Mas), la responsabilità di assumere transitoriamente la presidenza della Repubblica ricadrebbe ora, secondo i giuristi, sulla seconda vicepresidente del Senato, Jeanine Anez di Unidad democratica (Ud), che ha indicato ai media di essere disponibile e di voler raggiungere La Paz oggi in giornata. La Costituzione prevede che nella riunione del Parlamento dovranno essere immediatamente eletti i nuovi presidenti di Senato e Camera, e poi convocate nuove elezioni entro 90 giorni.

Una piena accettazione delle dimissioni da parte del parlamento non è però scontata, dal momento che il Mas di Morales ha la maggioranza di due terzi in entrambe le Camere. Senza la votazione del Parlamento di accettazione o rigetto della sua lettera di dimissioni, Morales rimane capo dello Stato a tutti gli effetti.

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Chi è Evo Morales

Morales è arrivato al potere nel 2006 dopo un ciclo di svariati cambi di presidenti e forti tensioni sociali. Negli ultimi 13 anni sotto il suo mandato la Bolivia ha avuto una crescita media del Pil del 4,4 per cento annuo e nel 2018 è Stato il Paese del Sudamerica con la crescita più rapida. Nel 2008, 2013 e 2014 il Pil ha raggiunto un picco intorno al 6 percento. Il turismo ha registrato un forte sviluppo, l’analfabetismo che era al 60 per cento è diminuito. La povertà che era del 60,6 per cento è scesa al 36,4 per cento. L’indice di povertà estrema si è ridotto invece dal 38 al 15 per cento e la speranza di vita è aumentata da 64 a 71 anni. Questa crescita è stata possibile grazie a enormi investimenti pubblici che hanno però avuto come prezzo il danneggiamento dell’ambiente e lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali.