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Elezioni in Bolivia 2019, i risultati: il presidente uscente Morales vince al primo turno, proteste dell’opposizione

Il leader del Movimento Al Socialismo è in carica dal 2006

Di Donato De Sena
Pubblicato il 21 Ott. 2019 alle 07:18 Aggiornato il 25 Ott. 2019 alle 11:28
Immagine di copertina
Foto: Epa / Ansa

Elezioni in Bolivia 2019: i risultati

Domenica 20 ottobre 2019, in Bolivia si sono svolte elezioni generali per la scelta del presidente, del suo vice, e dei membri di Camera e Senato, oltre a varie cariche istituzionali.

I risultati definitivi sono arrivati dopo alcuni giorni. Lo spoglio delle schede concluso da parte del Tribunale supremo elettorale (Tse) (99,99 per cento dello scrutinio) ha dato come responso la vittoria al primo turno del presidente uscente Evo Morales, leader del Movimento Al Socialismo, in carica dal 2006 e alla ricerca del quarto mandato, che si è imposto sul principale sfidante, l’ex presidente centrista Carlos Mesa.

Come riportato da quotidiani boliviani, con lo 0,1 per cento dei voti ancora da scrutinare, il capo dello Stato uscente ha raccolto il 47,07 per cento dei voti, mentre a Mesa è andato il 36,51 per cento dei consensi. Una differenza di 10,56 punti percentuali sufficienti per evitare il ballottaggio.

In Bolivia un candidato ottiene la presidenza al primo turno se ottiene il 50 per cento più uno dei voti, o il 40 per cento con dieci punti di vantaggio sullo sfidante più vicino.

Le proteste dell’opposizione, i dubbi di Usa e Ue

I risultati delle elezioni generali in Bolivia 2019 vengono però contestati dall’opposizione boliviana, che ha organizzato anche proteste in diverse città, dall’Osa (l’Organizzazione degli Stati americani, dall’Ue e dagli Stati Uniti, che ritengono che varie irregolarità nel processo elettorale spingono a ritenere che la questione dovrebbe essere risolta comunque con un ballottaggio.

L’Unione Europea ha preso posizione sul voto sostenendo in una nota la richiesta dell’Osa di svolgere una seconda tornata elettorale, nonostante Morales si sia già proclamato vincitore, tenuto conto delle difficoltà di conteggio delle schede e dei sospetti di irregolarità che hanno provocato nei giorni scorsi proteste di piazza e violenze.

L’Ue ha spiegato di condividere la posizione dell’Organizzazione degli Stati americani secondo cui “l’opzione migliore sarebbe quella di organizzare una seconda tornata per ripristinare la fiducia e garantire il pieno rispetto della scelta democratica del popolo boliviano”.

Il ministro della Giustizia e quello degli Esteri boliviani, Hector Arce e Diego Pary, hanno partecipato ieri, giovedì 24 ottobre, alla riunione straordinaria a Washington del Consiglio permanente dell’Osa, affermando in quella sede che l’organismo, come garante dello stato di diritto nei Paesi che ne fanno parte, non può chiedere un ballottaggio nelle elezioni della Bolivia, perché questo dal punto di vista costituzionale non è appropriato.

“L’Osa – ha detto Arce – è una istituzione garante dello stato di diritto e della democrazia in ciascuno dei 30 Paesi che ne fanno parte, e non può in alcun modo sollecitare, mettendo fra parentesi la Costituzione politica del nostro Stato, di indire un ballottaggio in termini non prescritti dal nostro testo costituzionale”.

Il primo annuncio della vittoria di Morales

La vittoria di Morales era stata inizialmente annunciata il 21 ottobre dal Tribunale supremo elettorale. Dopo l’annuncio sono cominciate proteste. I risultati sono stati letti nell’auditorio del Tse a La Paz mentre militanti dell’opposizione gridavano “Brogli! Brogli!” e i sostenitori del governo rispondevano “Assassini! Assassini!”.

Una folla di sostenitori del principale avversario del presidente uscente, Mesa, hanno dato fuoco agli uffici elettorali di Sucre, la capitale costituzionale della Bolivia e sede della Corte Suprema.

Supporter di Morales e Mesa si sono poi affrontati in strada in diversi punti.

I primi dati resi noti sembravano profilare un ballottaggio tra Morales e il suo predecessore, Mesa, da tenersi il 15 dicembre prossimo, ma poi il Tribunale elettorale ha interrotto lo spoglio con l’ 83,76 per cento dei voti scrutinati annunciando che, secondo un riconteggio ancora in corso, Morales avrebbe vinto al primo turno avendo ottenuto un distacco di oltre dieci punti dal secondo più votato.

Secondo gli oppositori del presidente, funzionari del Tribunale stavano cercando di aiutare Morales ad evitare il ballottaggio in cui avrebbe dovuto affrontare un’alleanza di opposizione. Sarebbe stata la prima volta, in vista del suo quarto mandato, in cui si rendeva necessario un secondo turno.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Preoccupazione è stata espressa anche dagli osservatori dell’Osa che hanno monitorato lo svolgimento della tornata elettorale.

Elezioni generali in Bolivia, Morales annuncia “un’altra vittoria”

Il presidente boliviano uscente Evo Morales, poche ore dopo la chiusura dei seggi aveva dichiarato di aver “ottenuto un’altra vittoria elettorale”, grazie “al fondamentale voto delle campagne, che è arrivato tardi a causa delle nevicate”.

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Nella sua prima dichiarazione dopo l’annuncio dei risultati preliminari dello spoglio, l’ex sindacalista, dal 1998 leader del Movimento Al Socialismo, aveva parlato a La Paz di “una nuova vittoria”, e di “un quarto successo elettorale consecutivo”.

Senza fare allusione al possibile ballottaggio, Morales aveva assicurato che, a prescindere da tutto, “contiamo con la maggioranza assoluta sia alla Camera sia al Senato”.

Il presidente alla ricerca del quarto mandato

Morales, in carica dal 2006 e alla ricerca del quarto mandato, era il favorito nei sondaggi. In campagna elettorale ha assicurato che un quarto mandato sarà l’ultimo.

Il principale avversario in campagna elettorale è stato l’ex presidente Carlos Mesa, che si è presentato con la centrista alleanza politica Comunidad Ciudanana.

Gli altri sette candidati in lizza, invece, non hanno praticamente mai avuto nessuna speranza di avere successo.

Le operazioni di voto

Le operazioni di voto sono tutelate dal Tribunale supremo elettorale (Tse) che ha ottenuto dal governo il dispiegamento di decine di migliaia di soldati e agenti di polizia, ed ha accreditato 235 osservatori internazionali appartenenti al corpo diplomatico accreditato, all’Organizzazione degli Stati americani (Osa), all’Unione interamericana degli organismi elettorali (Uniore) ed anche all’Unione Europea (Ue).