Migrants Lives Matter: reportage da 5 confini caldi dell’Europa

Di Allegra Salvini
Pubblicato il 20 Ago. 2020 alle 16:41 Aggiornato il 20 Ago. 2020 alle 16:46
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Immagine di copertina
Illustrazione di Valentina Inzaghi Dontree

‘Black Lives Matter’ hanno gridato le folle americane in seguito all’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte della polizia di stato. Sull’onda delle proteste iniziate negli Stati Uniti, siamo scesi in piazza anche in Europa per manifestare contro il razzismo e la brutalità della polizia che anche qui esistono. Numerose sono le forme di razzismo e violenza che si possono riscontrare in luoghi spesso dimenticati di quest’Europa: le nostre frontiere.

Ci sono delle lives quotidianamente discriminate e respinte alle frontiere interne ed esterne dell’Unione Europea: quelle dei migranti e dei richiedenti asilo provenienti dalle rotte mediterranee, o balcaniche e non solo, ogni giorno alle prese con autorità, forze di polizia e guardie costiere degli stati i quali, proprio in nome dell’Unione Europea, difendono i propri confini.

Stati che spesso abusano, maltrattano ed umiliano chi queste frontiere tenta di scavalcarle, arrivando alle porte dell’Ue con l’intento di presentare la propria domanda di asilo in uno stato membro, avendone il diritto sulla base di norme sia europee che internazionali.

Per capire che cosa voglia dire ‘Black Lives Matter’ nelle zone calde ai confini dell’Unione Europea, ascoltiamo che cosa ne pensano coloro che in questi luoghi di frontiera si trovano adesso. Quello che segue è un viaggio attraverso cinque confini caldi d’Europa di cui non si sente spesso parlare. Ciò che è emerso dalle diverse testimonianze è un condiviso invito ad unire le rivendicazioni del movimento Black Lives Matter con quelle di tutti coloro che in Europa (ma anche altrove) lottano per il riconoscimento dei diritti delle soggettività di persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate.

Partiremo dall’isola di Samos in Grecia con le testimonianze di Massimiliana e Pedro, rispettivamente coordinatrice e volontario per Action for Education, per poi risalire in Serbia e ascoltare Safiullah, richiedente asilo, e Nassim, portavoce di No Name Kitchen (NKK) a Šid, città al confine con la Croazia. Avremo poi due voci dall’Italia: Gian Andrea dall’Associazione Linea d’Ombra ODV a Trieste e Livio del Progetto 20K da Ventimiglia. Concluderemo con le testimonianze di Rebwa, richiedente asilo ed attivista, e Thomas che lavora per l’associazione WISE tra Calais e Gran-Synthe nel nord della Francia. Ho posto a tutti la stessa domanda: “Che cosa significa ‘Black Lives Matter’ alla frontiera d’Europa in cui vi trovate?”

SAMOS: Frontiera Turchia – Grecia
“Quello su cui mi hanno fatto riflettere le proteste per Black Lives Matter è che sembra che debba succedere qualcosa di grave perché nasca un movimento.” Parlo al telefono con Massimiliana Odorizzi che lavora da due anni e mezzo sull’isola di Samos, in Grecia, come Project Coordinator per Action for Education, un’organizzazione che fornisce corsi di lingua ed un posto sicuro – come dice lei – dove le persone che vivono nel campo dell’isola possono sempre andare. Massimiliana è inoltre rappresentante per il movimento  Italy Must Act che si appella alle singole città italiane per ricollocare i richiedenti asilo dai campi sulle isole greche. S

amos, come altre isole del Mar Egeo (tra cui la più conosciuta è quella di Lesbo), è diventata un luogo hotspot in seguito al cosiddetto accordo UE-Turchia del marzo 2016. Le persone che arrivano via mare dalla Turchia trascorrono mesi nel campo profughi dell’isola attendendo risposta alla propria domanda d’asilo e la possibilità di essere trasferite sulla terraferma greca. Nonostante il campo abbia una capienza di 650 persone, oggi ce ne vivono circa 6500, molte delle quali sono accampate in circa 1500 tende nella ‘giungla’ che circonda il campo formale.

Da un lato l’Unione Europea sostiene che questo contenimento sulle isole greche serva a ridurre i flussi migratori, dall’altro lato, organizzazioni non governative, avvocati ed accademici sostengono che il mancato intervento umanitario su queste isole sia frutto di una strategia di deterrenza adottata dall’Unione per disincentivare le persone migranti ad arrivare.

Peggiori sono le condizioni e maggiori i tempi di attesa, minori sono le probabilità che le persone migranti utilizzino questa rotta. Da marzo 2020 – Massimiliana racconta – gli arrivi via mare dalla Turchia sono diminuiti. Nonostante ciò, sono state riscontrate nuove pratiche da parte delle autorità greche che, impegnandosi a far diminuire il numero di arrivi sulle isole, hanno messo in atto veri e propri respingimenti via mare, vietati dal diritto europeo ed internazionale e di recente denunciati da un’inchiesta del New York Times.

“Ci sono testimonianze di casi in cui gruppi di persone migranti arrivate sull’isola di Samos sono stati intercettati sulla terraferma dalle autorità greche, messi in imbarcazioni galleggianti senza motore e rimessi in mare con l’intenzione di far loro raggiungere le acque territoriali turche dove la responsabilità greca decade.” Basta scorrere quotidianamente la pagina Facebook di Aegean Boat Report  per vedere foto e video che testimoniano queste nuove pratiche per cui le autorità greche sono già state più volte interrogate dalla Commissione LIBE del Parlamento Europeo.

Per chi vive nei campi profughi sulle isole greche le misure di lockdown in seguito alla diffusione del Covid-19 non sono ancora finite, nonostante la Grecia abbia dall’altro lato aperto le porte al turismo già da varie settimane. Si può uscire dal campo soltanto se si ha un referto medico.

Massimiliana continua: “Qualche settimana fa un ragazzo ghanese che soffriva di epilessia è andato all’ospedale per un forte mal di testa. Non è stato neanche lasciato entrare perché non aveva un referto medico dal campo e dopo un giorno questo ragazzo è morto.” Adesso è difficile provare il legame tra la morte del ragazzo ed il mancato accesso all’ospedale perché è stato negato l’accesso ai video delle telecamere dell’ospedale agli avvocati che stanno seguendo questo caso. Massimiliana aggiunge: “Perché la morte di George Floyd ha sconvolto così tanto? Perché c’è stata una testimonianza video.” E come legare la realtà di Samos e delle altre isole greche al movimento Black Lives Matter in Europa?

Parlo con Pedro, volontario e richiedente asilo angolano che si trova a Samos da dieci mesi, il quale racconta che se già essere richiedente asilo in Grecia significa essere continuamente soggetti ad abusi di potere e maltrattamenti, avere la pelle nera rende il tutto ancora più difficile. “Qui essere black significa che la polizia ti tratta ancora peggio. I riguardi che la polizia greca ha con richiedenti asilo arabi o afghani, per esempio, non sono gli stessi nei confronti di chi è nero.” Massimiliana crede che bisognerebbe riuscire ad unire diverse lotte: Black Lives Matter in Europa significa anche parlare di queste vite.

“Qui non si tratta tanto di black o brown lives, qui si tratta di lives e basta: Lives matter in generale. Le persone che vivono a Samos, così come sulle altre isole greche dell’Egeo, stanno da mesi ad anni nei campi sulle isole. Intanto, sono costantemente dimenticate, vivono in campi sovraffollati con il caldo torrido e il gelo dell’inverno, senza adeguati servizi igienici e senza alcun distanziamento sociale. L’assistenza medica che ricevono è minima, moltissimi bambini non vanno a scuola e l’accesso agli avvocati è limitatissimo. Risse, stupri e violenze sono solo la quotidiana conseguenza di questa convivenza forzata.”

Per chi vive nel campo, maltrattamenti e discriminazioni da parte delle forze di polizia sono all’ordine del giorno.” Massimiliana continua: “Io faccio davvero fatica a far capire le condizioni di questi posti a chi non li vede con i propri occhi. Venite a vedere quello che succede qui.” Pedro invece aggiunge: “Basterebbe che ci fosse più amore perché tutti potessimo essere trattati ugualmente.”

ŠID: Frontiera Serbia – Croazia
“Se negli Stati Uniti per lo meno sulla carta i diritti delle persone bianche e nere sono gli stessi, qui in Serbia quello che noto è che i migranti – anche sulla carta – hanno meno diritti delle persone del luogo e degli Europei”. Questo è Nassim Abiza che parla, rappresentante di No Name Kitchen a Šid, città serba al confine con la Croazia. No Name Kitchen (NKK) è un’organizzazione indipendente che supporta le persone in movimento ai confini d’Europa distribuendo cibo, acqua, vestiti e supporto a chi altrimenti sarebbe lasciato a sé stesso.

I volontari di NNK sono attivi in Grecia, Serbia e Bosnia-Erzegovina, tre punti chiave della cosiddetta rotta balcanica. Sono in videochiamata con Nassim che mi mostra la cucina dove ogni giorno preparano più di 100 pasti. Chi arriva a Šid, in Serbia – paese non membro dell’Unione Europea – ha solitamente come obiettivo quello di riuscire nel cosiddetto ‘game’ – ossia oltrepassare il confine con la Croazia per entrare nell’Unione Europea e richiedere protezione internazionale, solitamente nei paesi del Nord Europa.

La polizia croata è notoriamente conosciuta per umiliare, maltrattare e respingere illegalmente i migranti che si presentano alle proprie frontiere e che avrebbero il diritto di entrare nel paese per presentare la propria domanda di asilo. Un recente articolo del The Guardian ha denunciato casi in cui persone migranti sono state umiliate dalla polizia croata che ha spruzzato loro vernice rossa in testa prima di respingerli in Bosnia. Un’altra denuncia di Amnesty International ha riportato la testimonianza di sedici persone migranti picchiate e spregiate dalla stessa polizia croata che ha spalmato ketchup sulle loro ferite.

Questo comportamento può essere spiegato dal fatto che la Croazia svolge il ruolo di ‘guardiano’ delle frontiere comuni, essendo il primo paese europeo sulla rotta balcanica da cui le persone migranti accedono al territorio dell’Unione. Inoltre, la Croazia è ormai da anni in trattativa con l’Unione Europea per l’accesso alla zona Schengen, motivo che spingerebbe i croati a voler mostrare che il proprio confine è sotto controllo.

Parlo al telefono anche con Safiullah, ragazzo afghano che si trova in Serbia ormai da otto mesi dove vive nella foresta insieme ad altri ragazzi. “Ho provato varie volte ad attraversare il confine tra Serbia e Croazia, sempre sotto a tir. Ma ogni volta sono stato fermato, picchiato e rimandato indietro dalla polizia croata”. Nassim continua a riflettere a voce alta e fa ripensare alle parole di Massimiliana da Samos. “Qui è inumano come vengono trattate le persone che diventano come oggetti. Negli Stati Uniti i poliziotti strangolano, sparano. Qui non solo li picchiano, ma li umiliano. Fanno falò con i loro vestiti.”

Oggi a Šid e dintorni ci sono circa un migliaio di persone, tra uomini, donne e bambini che vivono in tre campi profughi gestiti dalle autorità serbe e finanziati dall’Unione Europea. Durante il lockdown i campi sono stati gestiti dall’esercito che si assicurava che nessuno uscisse, anche con la forza. Ci sono poi persone – prevalentemente uomini – che vivono invece nella foresta arrangiandosi con tende e sacchi a pelo. Nassim racconta quello che è successo qualche settimana fa.

Un uomo tunisino, nell’attraversare il confine tra Serbia e Croazia, si è imbattuto nella polizia croata che dopo averlo derubato di tutti i soldi che aveva e che gli sarebbero serviti per proseguire il suo tragitto, lo ha picchiato al punto da rompergli una gamba. “Questa è la norma per chi ha a che fare con la polizia croata. Il 99.9% delle persone che tenta di attraversare il confine croato viene intercettato, derubato e rimandato indietro per lo meno una volta” aggiunge Nassim.

Una volta rimandato in Serbia, l’uomo tunisino è stato intercettato dalla polizia serba che è entrata nella stanza di ostello dove si trovava. Per evitare la polizia l’uomo si è buttato dalla finestra della stanza e si è rotto anche l’altra gamba. Adesso è tornato in uno dei tre campi profughi del nord della Serbia. Ha ricevuto una sola visita medica, non gli vengono dati altri medicinali oltre all’aspirina e sono giorni che non mangia più.

Black Lives dovrebbero essere importanti anche qui nonostante sembri che proprio in virtù di essere black o brown queste persone sono trattate differentemente. Safiullah dice che in Serbia ed in Croazia, in quanto afghano senza documenti, la situazione è molto difficile:” basterebbe che mi venisse consentito di entrare sul suolo dell’Unione Europea per presentare la domanda di protezione internazionale senza essere respinto. Ne ho il diritto in quanto persona in pericolo di vita nel proprio paese d’origine.”

Alla base di questa negligenza nei confronti del riconoscimento dei diritti delle persone migranti Nassim dice che c’è “il fatto che i migranti, chiusi in campi e trattati come animali con un tesserino, diventano un numero. Se li picchi non è un problema, perché tanto non sono come te”.

TRIESTE: Frontiera Slovenia- Italia
Ultimo step della cosiddetta ‘rotta balcanica’ è per molti la città di Trieste. Qui arriva chi riesce a portare a compimento il doppio ‘game’ attraversando il confine tra la Serbia (o la Bosnia-Erzegovina) e la Croazia e quello tra la Croazia e la Slovenia. Per capire di più su questa frontiera parlo con Gian Andrea Franchi che, insieme a sua moglie Lorena Fornasir, ha fondato l’associazione Linea d’Ombra ODV con la quale ogni giorno insieme ad un gruppo di volontari distribuisce pasti, vestiti, scarpe e medica i piedi dei richiedenti asilo che arrivano dalla Slovenia.

La stessa Slovenia che ormai da mesi ha iniziato a militarizzare la propria frontiera (come racconta Valerio Nicolosi qui) e a respingere in Bosnia-Erzegovina o in Serbia i migranti che arrivano sul proprio suolo. L’illegittimità di queste riammissioni è stata recentemente sancita da una sentenza della Corte slovena ed è al centro delle costanti denunce della piattaforma ‘Rivolti ai Balcani’ formata da 36 organizzazioni che monitorano le violazioni dei diritti umani sulla rotta balcanica.

Nonostante ciò, questi respingimenti continuano sia da parte della Slovenia che da parte dell’Italia. Infatti, in base a degli accordi informali tra Italia e Slovenia, la polizia italiana ‘riammette’ i migranti in Slovenia la quale li rimanda in Croazia che a sua volta li respinge in Serbia o in Bosnia-Erzegovina in quelli che vengono definiti ‘respingimenti a catena’ e che avvengono senza che vi sia alcuna base giuridica.

Gian Andrea mi dice che – per quel che se ne sa – circa il 20% delle persone migranti che passano da Trieste è stata vittima di respingimenti illegali. Trieste è una delle frontiere italiane più calde in questa estate 2020, i numeri rispetto all’anno scorso sono aumentati. Gian Andrea mi spiega che questo aumento di flussi è sia dato dalla fine del lockdown, che dalla situazione in stati di confine come la Bosnia-Erzegovina dove la popolazione è sempre più ostile nei confronti delle persone migranti e dove da pochi giorni è stato sgombrato il campo di Velika Kladuča dove stavano circa 1000 persone.

Arriviamo a parlare di Black Lives Matter anche con Gian Andrea che subito mette in chiaro la sua posizione: “Il razzismo è l’anima nera dell’Europa e dobbiamo farci i conti. Credo che per ora il movimento del Black Lives Matter non abbia ancora toccato un aspetto importantissimo: le grandi migrazioni dall’Africa e dal Medio Oriente. Visto che è nato un importante movimento sul problema del razzismo, sarebbe importante riuscire a legarlo alle situazioni di migranti e rifugiati che sono vittime di questo razzismo ogni giorno”.

“Non è questione di epidermide, ma di razzismo legato ad una condizione di povertà e di indigenza. Chi viene da zone che vanno dall’Afghanistan, al Bangladesh allo Yemen per esempio, non ha la pelle nera, eppure in Europa viene preso di mira da forte razzismo.” A qualche settimana dalla visita a Trieste della Ministra dell’Interno Lamorgese durante la quale ha affermato che la situazione “sta andando abbastanza bene”, Gian Andrea invece ci descrive un quadro diverso.

Negli ultimi mesi stanno arrivando quasi cento persone al giorno a Trieste. Passano, si curano, mangiano qualcosa e poi continuano il percorso verso Milano per poi raggiungere Ventimiglia e continuare dalla Francia fino ai paesi del nord Europa. L’immagine della polizia croata che mi dà Gian Andrea non è tanto diversa da quella di cui mi ha parlato Nassim dalla Serbia.

“La violenza dei poliziotti croati arriva alla tortura” mi dice. Ogni giorno i volontari di Linea d’Ombra curano le ferite dei piedi delle persone in viaggio da mesi, ma curano anche le ferite inflitte dalla polizia croata e bosniaca. Gian Andrea racconta che adesso c’è una tendenza all’omologazione dei comportamenti della polizia dei vari paesi balcanici. Prima era soltanto la polizia croata a maltrattare le persone migranti, adesso hanno iniziato anche quella slovena e bosniaca, che prima respingevano ma senza violenza. Quanto alla polizia italiana “non picchia se non in casi eccezionali, però respinge con la forza” conclude Gian Andrea.

VENTIMIGLIA: Frontiera Italia – Francia
“La situazione a Ventimiglia è esplosiva” si legge su un post Facebook del 17 Luglio 2020 del Progetto 20K. Il Progetto 20k, di cui fa parte Livio che mi descrive al telefono la situazione, è attivo a Ventimiglia dal 2016. Qui si occupa di quattro attività principali: monitoraggio di eventuali abusi o violenze, informazione, supporto diretto a uomini e donne in transito e comunicazione e denuncia pubblica.

Ventimiglia, in Liguria, è la tappa successiva a Trieste per chi arriva dalla ‘rotta balcanica’. Qui però arrivano anche tante persone dalla cosiddetta ‘rotta mediterranea’, come mi spiega Livio. Tanti infatti attraversano l’Italia, dopo essere sbarcati in Sicilia, e cercano di raggiungere il nord Europa passando proprio da Ventimiglia. Con la fine del lockdown, i passaggi da questa frontiera sono aumentati ma le misure per accogliere queste persone sono diminuite. La Prefettura sembra aver imposto la chiusura definitiva entro fine agosto del campo Roia, gestito dalla Croce Rossa e che prima del Covid-19 ha ospitato fino a 800 persone. Oggi ce ne sono appena una trentina ed il resto di coloro che passa da Ventimiglia ha trovato come unica alternativa la strada.

“Circa una volta a settimana arriva un bus a Ventimiglia che carica quante più persone possibile e le rimanda verso il sud dell’Italia, spesso riportandole negli hotspot da cui sono partiti. Questa pratica dei respingimenti verso sud è una fallace misura che serve ad alleggerire nel breve termine la pressione sulla frontiera, ma non dura a lungo perché chi non si perde d’animo riparte dal Sud Italia e dopo qualche giorno o settimana lo ritroviamo a Ventimiglia” mi spiega Livio.

Quindi cosa significa Black Lives Matter a Ventimiglia oggi? Qui ogni giorno ci sono da 90 a 150 persone che vengono respinte dalle forze di polizia francese in Italia. Chi tenta di attraversare la frontiera in treno viene regolarmente fermato dalla polizia francese che rimanda indietro, spesso con la violenza, le persone in viaggio. “Moltissimi sono i casi in cui la Polizia picchia le persone, rompe i loro telefoni e taglia le suole delle loro scarpe, così, per spregio.”

Sono ormai anni che la Polizia francese viola i termini previsti dal Regolamento di Schengen ristabilendo i controlli alla frontiera. Livio precisa che “è possibile sospendere questi controlli in casi eccezionali ma la Francia li ha già sospesi nove volte, andando oltre ad ogni limite consentito”. Livio però mi racconta anche che se la Polizia francese ferma qualcuno nel tardo pomeriggio, lo rimanda indietro il giorno dopo, quando la Polizia italiana riapre i propri uffici.

“Nel frattempo, queste persone vengono chiuse nelle cosiddette “zone d’attesa”, containers dove vengono trattenute fino al giorno seguente senza cibo né acqua, con il caldo, senza misure igieniche necessarie né tantomeno alcun distanziamento sociale. Questo è il trattamento per tutti, comprese donne incinte, bambini e persone con problemi di salute.”

Questi respingimenti da parte della Polizia francese sono stati recentemente condannati dal Consiglio di Stato francese che ha ribadito l’obbligo delle autorità di rispettare il diritto delle persone migranti a presentare la loro domanda d’asilo nel territorio francese. Eppure, continuano. Anche Livio ribadisce che “le lotte per il Black Lives Matter e per un dignitoso trattamento delle persone migranti dovrebbero essere unite. L’obiettivo dovrebbe essere quello di contestualizzare cosa significhi in Italia o in Europa portare avanti lotte antirazziste a cui è inevitabilmente legato il tema della libertà di movimento. Dobbiamo continuare a lottare per i diritti dei migranti, consci anche delle strutture coloniali ancora presenti che spesso sono la causa di situazioni di sfruttamento, guerra e violenza da cui scappa chi arriva qui in Europa.”

CALAIS E GRANDE SYNTHE: Frontiera Francia – Regno Unito
Della ‘giungla’ di Calais si è molto sentito parlare durante il picco della cosiddetta ‘crisi dei rifugiati’ del 2015-2016, ma poi è rimasta una frontiera abbastanza dimenticata. Eppure, centinaia di persone continuano ancora ad accamparsi sulle coste del nord della Francia tra le città di Calais e Grande-Synthe nell’attesa di attraversare il canale della Manica per raggiungere quella che per molti è la destinazione finale del proprio viaggio: il Regno Unito. La BBC riporta che questo 30 Luglio è stato il giorno record per il numero di attraversamenti della Manica: oltre 200 persone in 20 imbarcazioni in una sola giornata.

Negli ultimi giorni Francia e Regno Unito hanno iniziato a parlare della necessità di un rafforzamento dei controlli per bloccare le traversate. A Calais di tanto in tanto succede che la Polizia francese arrivi, senza preavviso, e smantelli il campo informale in cui le persone migranti sono accampate. Una delle ultime volte è stata questo 10 Luglio in quello che l’organizzazione  Care4Calais ha definito uno degli “sfratti più brutali a Calais dal 2016”.

In attesa della visita del nuovo Ministro degli Interni francese, la Polizia ha sparato gas lacrimogeni, dato fuoco alle tende e portato via tutto alle persone migranti, le quali sono state messe su autobus diretti verso Marsiglia. Tornano in mente i ‘respingimenti verso sud’ di cui ha parlato anche Livio da Ventimiglia. Chi viene rimandato a Marsiglia ci mette poco infatti a tornare a Calais e ritentare la sorte.

Da questa frontiera è Thomas con cui parlo, fondatore dell’organizzazione WISE che dal 2015 distribuisce materiali di prima necessità a Grande-Synthe e che collabora con altre ONG a Calais, Lille e Dunkerque. Thomas è di Grande-Synthe e racconta che sono ormai decenni che è abituato a vedere lungo l’autostrada persone che camminano e che si accampano nelle foreste fuori dal centro della città. Il problema – dice – è che in tutti questi anni queste persone sono sempre rimaste invisibili. Non si legittima neanche la loro esistenza.

“L’invisibilità di queste persone è resa ancora più evidente da misure che rispondono in maniera soltanto politica ad un problema che invece è umanitario. Faccio un esempio: mettere le griglie sotto i ponti di Calais per evitare che le persone migranti ci vadano per proteggersi dalla pioggia è una misura volta a nascondere il problema, non a risolverlo. Come non è una soluzione chiudere tutte le aree di sosta sulle autostrade nei dintorni di Calais in modo che i camion non possano sostarvi e rischiare che qualche persona migrante si nasconda tra le ruote per attraversare il confine tra la Francia e il Regno Unito.”

Queste misure mirano a rendere ancora più invisibili gli invisibili e questo è l’esemplificazione maggiore di come queste lives don’t matter. Continuo questa conversazione anche in videochiamata con Rebwa Hussein, richiedente asilo curdo-iraniano che da due anni attende risposta alla propria domanda di asilo. Vive vicino a Calais e quotidianamente aiuta, tramite il suo profilo Facebook, persone migranti appena arrivate. Rebwa dice che nel nord della Francia è invisibile non solo chi sosta a Calais o Grande-Synthe per poi andare nel Regno Unito, ma anche chi, come lui, aspetta una risposta alla propria domanda di asilo, responso che a volte richiede anni.

“Veniamo messi in sistemazioni lontanissime dalle città, in luoghi isolati dove i trasporti non arrivano e dove l’accesso alla scuola o ad opportunità di lavoro è limitatissimo. Le persone così diventano pazze. Anche questo è razzismo.” “Se vogliamo parlare di Black Lives Matter nel contesto della frontiera di Calais e Grande- Synthe dobbiamo prima di tutto capire se chi ha fondato il movimento BLM vuole allargarlo anche ad un più generale ‘Lives Matter’ che possa comprendere anche le rivendicazioni di migranti, richiedenti asilo e rifugiati”.

Inizia Thomas. “Poi dobbiamo riflettere sul concetto dell’uomo illegale, del clandestino che in questi angoli dimenticati d’Europa diventa ‘un oggetto’ e non più ‘un soggetto’ di diritto. Abbiamo visto con la crisi del Covid19 quanto per noi europei la vita umana sia sacra ed è per questo che abbiamo attaccato dei diritti a questa vita. Quindi, ovunque in Europa, dentro o fuori dalle giungle, questo dovrebbe valere”.

“Non riconoscere l’esistenza di queste persone significa non dar loro alcun diritto e quindi accettare che la loro vita non conti niente. Questo è Black Lives Matter o un generale Lives Matter: riconoscere diritti alle persone. La vita umana deve essere riconosciuta nel suo valore, indipendentemente dal tuo colore.” Thomas conclude: “Non c’è nessuna crisi dei rifugiati, ma una crisi dell’Unione Europea. Non è quello che facciamo a loro che conta, ma quello che diventiamo facendo questo a loro. Trattando male loro, trattiamo male anche noi.”

Leggi anche: Migranti: l’isola dei giubbotti di salvataggio abbandonati, tra Lesbo e la Turchia. Il reportage di TPI

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