Il bambino rohingya annegato in un fiume diventa il simbolo delle persecuzioni in Birmania

Mohammed Shohayed come Aylan Kurdi: la sua triste sorte è stata paragonata a quella del bambino siriano rinvenuto senza vita sulle coste turche

Di TPI
Pubblicato il 5 Gen. 2017 alle 15:11 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 19:25
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Immagine di copertina

È stato tristemente soprannominato l’Aylan Kurdi birmano – richiamando alla memoria il destino crudele riservato al bambino siriano ritrovato senza vita sulla costa turca, annegato nel Mar Mediterraneo nel 2015. 

Come Aylan, anche il bambino rohingya ha subito la stessa sorte. Lo hanno ritrovato senza vita sulle rive del fiume Naf, al confine fra il Bangladesh e la Birmania. La vittima è Mohammed Shohayet di sedici mesi. 

La famiglia era fuggita via dalla propria abitazione, dopo che un gruppo di soldati birmani aveva aperto il fuoco contro gli abitanti del piccolo villaggio in cui viveva, situato nello stato di Rakhine.

Le case erano state distrutte dalle fiamme e molti residenti erano stati uccisi. Tra loro anche i nonni di Mohammed, bruciati vivi. A raccontarlo è lo stesso Zafor Alam, il padre del bambino morto annegato. 

Con sua moglie e i suoi figli, l’uomo ha cercato una via di fuga attraversando il confine con il Bangladesh in compagnia di altre centinaia di disperati. “Quando ho visto quella foto, ho pensato che sarei dovuto morire io al suo posto”, ha raccontato Zafor Alam. “Non c’è più ragione di rimanere vivi in questo mondo”. 

Dopo la diffusione capillare dell’immagine che documenta la triste fine di Mohammed, il governo birmano ha respinto le accuse di aver ordito nell’ultimo anno una vera e propria pulizia etnica contro la minoranza musulmana dei rohingya.

Le autorità birmane hanno definito quella foto “pura propaganda” e hanno accusato gli stessi rohingya di aver bruciato e raso al suolo le proprie abitazioni.

Rimane il fatto che ai media indipendenti è negato ogni accesso all’interno del territorio a nord del paese. Inoltre, nonostante le prove documentate di crimini e violenze da parte di numerose organizzazioni per i diritti umani, le autorità birmane mercoledì 4 gennaio 2017 hanno diffuso un rapporto nel quale negavano le accuse di aver violato i diritti umani dei rohingya, accusando la stampa di fabbricare notizie false. 

Il padre del bambino ha confermato l’autenticità della foto scattata con un cellulare, e ha raccontato gli istanti precedenti alla morte del figlio. Pur di trovare uno spiraglio di salvezza, consapevoli delle difficoltà di quella traversata, la famiglia era salita a bordo di un’imbarcazione di fortuna. Ma il numero di persone sulla barca superava di gran lunga il carico consentito, per questo è affondata nelle acque del fiume Naf. 

La recente ondata di violenza è stata innescata dalle uccisioni di nove agenti di polizia ai posti di blocco lungo la frontiera, nello stato di Rakhine. L’episodio risale al 9 ottobre scorso e l’accusa è ricaduta contro i gruppi di miliziani rohingya. Ciò ha dato luogo a un’operazione da parte dei soldati birmani contro la minoranza musulmana. 

Nel mese di novembre, un alto funzionario delle Nazioni Unite, John McKissick, ha puntato il dito contro le forze di sicurezza accusate di “aver messo in atto una vera e propria pulizia etnica ai danni della minoranza musulmana in Birmania”. 

Che fine ha fatto Aung San Suu Kyi?

Da quando le violenze contro i rohingya birmani si sono acuite, il premio nobel e attuale ministro degli Esteri del paese Aung San Suu Kyi non si è mai pronunciata sulla questione. Questo silenzio ostinato ha provocato un senso di delusione da più parti, poi sfociato in una lettera inviata il 29 dicembre alle Nazioni Unite e sottoscritta da 23 leader mondiali, tra i quali figurano diversi nobel per la Pace. 

Nella missiva si evoca lo spettro di genocidi passati e una critica al ministro birmano per non aver intrapreso “alcuna iniziativa per assicurare pieni diritti di cittadinanza ai rohingya”. 

Di rimando, non è arriva ancora nessuna risposta. 

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