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Chi fa da sé fa male all’Europa: il caso AstraZeneca mostra l’incapacità degli Stati di agire con una voce sola

La distribuzione a macchia d'olio del vaccino AstraZeneca è una cartina al tornasole dello stato di salute dell'Unione Europea, che sul caso ha mostrato di non saper adoperare una politica sanitaria comune

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 8 Apr. 2021 alle 15:14 Aggiornato il 8 Apr. 2021 alle 23:20
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Chi fa da sé fa male all’Europa

Non c’è pace per AstraZeneca: a quasi un mese dal primo stop imposto da Berlino dopo aver rilevato 7 casi di trombosi del seno venoso cerebrale tra i vaccinati, i Paesi dell’Unione Europea hanno deciso di limitare (di nuovo) la distribuzione del siero di Oxford. In Italia sarà inoculato solo agli over 60 (in Germania accade già da una settimana) in Francia e in Belgio c’è l’OK solo a partire dai 55 anni, e nel frattempo anche nel Regno Unito – dove oltre 11 milioni di persone hanno già ricevuto il siero – l’autorità britannica del farmaco ha prescritto di offrire agli under 30 un’alternativa.

Un epilogo prevedibile, perché sulla vicenda AstraZeneca i Paesi dell’Unione Europea hanno agito dall’inizio come cani più o meno sciolti, con i dobermann in cima a trainare il mucchio e gli altri che seguivano, ma senza una guida comune. Nemmeno quella dell’Ema, che ha sempre parlato secondo i dati a sua disposizione ma dopo una serie di raccomandazioni inascoltate ha alzato bandiera bianca e detto ai Paesi: fate voi. E così è stato. Ora la distribuzione a macchia d’olio di AstraZeneca è una cartina al tornasole dello stato dell’Unione, che sul caso ha mostrato l’incapacità di agire unita, secondo una politica sanitaria comune.

Una storia partita male

Quella di AstraZeneca è una storia partita male. Quando l’Ema autorizzo’ la somministrazione del vaccino la prima volta, lo scorso gennaio, Berlino e Parigi iniziarono subito ad andare per conto loro: Merkel e Macron decisero di iniettare il siero di Oxford solo alle fasce più giovani della popolazione perché gli esperti avevano ammesso di non disporre di tutti i dati sull’efficacia per gli over 55. Roma si accodò e il vaccino, tra i ritardi nella consegna delle dosi e il braccio di ferro con Bruxelles sui contratti, andò solo agli under 65.

Poi il paradosso. I (pochi) casi sospetti di trombosi rare, messi in luce dal Paul Ehrlich Institut, l’agenzia tedesca per la sicurezza dei medicinali, furono rilevati nelle fasce di età più basse, tra gli under 55: proprio coloro che all’inizio erano stati considerati fuori pericolo. Di qui la decisione di sospendere i lotti intrapresa dai singoli Stati, prima dal blocco degli scandinavi e poi da quello continentale-mediterraneo, trainato dalla Germania, in attesa del nuovo parere dell’Ema. Gli esperti il 18 marzo dissero di non potersi ancora pronunciare sulla correlazione tra vaccini e trombosi, ribadendo però l’efficacia e la sicurezza del farmaco.

Una fatto che l’Agenzia europea continua a sostenere: anche ieri, dopo aver confermato il nesso causale tra AstraZeneca e “rari casi di trombosi”, la direttrice esecutiva Emer Cooke non ha ritenuto necessarie nuove misure sulla somministrazione, anche perché “l’età, il sesso o la precedente storia medica di disturbi della coagulazione non sono stati in grado di essere confermati poiché gli eventi rari si osservano in tutte le età e in uomini e donne”. Ma la valutazione è che i benefici superano ancora di gran lunga i rischi: la morte per Covid è molto più probabile di quella per effetti collaterali. Intanto però Germania, Olanda, Finlandia, Danimarca e Norvegia avevano imposto nuove limitazioni o sospeso il vaccino già una settimana fa, ognuno per conto suo.

Ognuno per sé

Forse anche per questo Cooke si è arresa. La vera raccomandazione dell’Ema emersa dalla conferenza stampa di ieri è stata quella di “fare in modo che le persone abbiano fiducia nel vaccino, perché per battere questa malattia è molto importante usare i farmaci disponibili oggi”. Per il resto, di fronte al coro già discordante dei 27, ha invitato i Paesi a decidere in base all’andamento della pandemia nei singoli Stati, guardando alla curva epidemiologica e alla disponibilità dei vaccini.

Ma per limitare i danni e cercare di non confondere ulteriormente la popolazione sbalordita e sfiduciata per i continui cambi di marcia, era necessario uno scatto nella comunicazione almeno in sede di Consiglio dell’Unione Europea, dove si sono riuniti i ministri della Salute dei singoli Stati membri. La presidenza di turno portoghese, appoggiata dalla commissaria per la Sanità Stella Kyriakides, ha cercato di imporre una linea comune: la raccomandazione era quella di vietare in tutti i Paesi l’uso di AstraZeneca solo agli under 60. Ma la proposta non è passata e ognuno ha deciso per sé.

“Non basta scambiare informazioni. Quelle possiamo leggerle sui giornali. Dobbiamo avere il coraggio di decidere insieme”, ha detto il ministro della Salute italiano, Roberto Speranza. Ma il suo appello non è servito a nulla. Quel coraggio è mancato, e ora le decisioni sulla somministrazione del rimedio anglo-svedese riflettono un continente impazzito: mentre nell’Europa continentale valgono divieti diversi per fasce di età, in Danimarca e Finlandia resta il blocco già imposto e i Paesi centro-orientali, che hanno puntato tutto su Oxford, continueranno invece a somministrare AstraZeneca come prima.

Un disastro per tutti

L’invito di Kyriakides per mettere una pezza è che gli esperti nazionali lavorino con l’Ema per sviluppare un approccio coordinato, che tenga conto anche degli studi sui gruppi di età, “nella speranza di poter prendere una decisione a breve”. Ma è troppo tardi, perché la vicenda ha già dimostrato tutta la debolezza dell’Unione Europea. Bruxelles non ha una politica sanitaria comune, questa si compone delle volontà spesso discordanti dei singoli Stati, le stesse che hanno impedito di comportarsi audacemente in fase di contrattazione con Big Pharma. Per dirla con le parole di Paul Krugman “un disastro tutto europeo“.

Il disastro del caso AstraZeneca sta nell’incapacità dei diversi Paesi di rinunciare alle prese di posizione e agire con una voce sola, affidandosi solo alla scienza per portare avanti credibilmente una campagna vaccinale già compromessa. L’Unione prosegue a velocità diverse, frammentata in blocchi che si riuniscono a loro volta intorno alle volontà di uno o due Paesi che trainano il carro. E in cui anche chi non vorrebbe si accoda, mentre i cittadini europei assistono allo spettacolo grottesco di una scienza interpretata in modo diverso a seconda dei governi. Ma il rischio è di sprofondare, in questo caso sì, tutti insieme.

Leggi anche: 1. AstraZeneca, stop alla somministrazione agli under 60. Locatelli: “Non è il funerale del vaccino” 2. AstraZeneca: perché è stato sospeso un vaccino sicuro? Populismo, interessi economici, Brexit: tutte le ipotesi

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