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“Vi spiego l’accordo segreto tra Vaticano e Cina, quanto è costato e a chi conviene”

TPI intervista Padre Gianni Criveller, preside dello Studio Teologico Internazionale del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) di Monza, sinologo, storico e missionario per oltre 25 anni a Hong Kong e docente a Taiwan, Macao e nella Cina popolare

Di Andrea Lanzetta
Pubblicato il 2 Ott. 2020 alle 11:15
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Immagine di copertina
Credit: Emanuele Fucecchi

“L’accordo tra Santa Sede e Cina non è la panacea di tutti i mali, ed è costato più al Vaticano che a Pechino”. Ne è convinto Padre Gianni Criveller, sinologo, storico e teologo, che ha trascorso oltre un quarto di secolo della propria vita a insegnare tra Hong Kong, Taiwan, Macao e la Cina popolare ed è fortemente contrario alle opposte tifoserie su un tema così delicato, in cui gli Stati Uniti sono recentemente intervenuti a gamba tesa. “Tuttavia, dobbiamo chiederci: se la Santa Sede rinunciasse ora a questa intesa, cosa succederebbe ai cattolici in Cina?”.

L’intesa provvisoria e segreta, risalente al 2018, sulla nomina dei vescovi in Cina è infatti tornata alla ribalta in vista della sua scadenza prevista il 22 ottobre, grazie all’inusuale intervento del Segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, che ne ha criticato apertamente il probabile rinnovo. TPI ha intervistato Padre Criveller, preside dello Studio Teologico Internazionale del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) di Monza, per sbrogliare l’intricata matassa degli storici rapporti tra il Vaticano, i cattolici e la Cina, e far luce sui più recenti sviluppi relativi a un compromesso da più parti contestato e altrettanto celebrato.

Firmato il 22 settembre 2018 tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare cinese, l’accordo ha permesso la nomina di nuovi vescovi in Cina e ristabilito la piena comunione con Roma dei titolari delle sedi episcopali cinesi ordinati illegittimamente, ossia senza mandato pontificio, chiudendo la moderna “lotta per le investiture” tra Pechino e il Vaticano. Frutto di un lungo processo di apertura reciproca tra Pechino e Oltretevere, cominciato 50 anni fa, fino all’intervento di Giovanni Paolo II nel 2001, passando per la “Lettera alla Chiesa cattolica in Cina” di Benedetto XVI del 2007 e al definitivo avvicinamento di Papa Francesco nel 2016, l’intesa sembrava aver superato le resistenze anche delle fasce più intransigenti delle due parti, in alcuni casi a grave costo.

Eppure, la decisa opposizione degli Stati Uniti al rinnovo dell’accordo, che ha aperto un’ulteriore frattura tra l’attuale amministrazione di Washington e la Santa Sede, già distanti su diverse questioni, dall’immigrazione all’ambiente, ha lasciato emergere le controverse posizioni di alcune eminenti figure cattoliche vicine alle tesi del presidente Donald Trump, impegnato in un’offensiva diplomatica per garantirsi la rielezione a novembre.

Il singolare intervento di Pompeo gli è intanto costato l’incontro con il pontefice, che ha declinato la proposta del segretario di Stato americano perché, secondo fonti vaticane, il Papa “non incontra personalmente leader politici mentre sono in campagna elettorale”. Nonostante le dichiarazioni concilianti emerse dalla riunione dell’ex direttore della CIA con il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, e monsignor Richard Gallagher, Segretario pontificio per i Rapporti con gli Stati, che hanno parlato di “un clima di rispetto, disteso e cordiale”, l’irritazione d’Oltretevere sembra palpabile.

È così che l’avvicinarsi della scadenza del 22 ottobre, data limite per la proposta vaticana di prorogare le norme provvisorie dell’intesa con la Cina, ha messo sotto i riflettori una materia generalmente lontana dalla ribalta dell’opinione pubblica e la cui estremizzazione polemica, con chiari intenti strumentali, rischia di essere pagata dai fedeli cattolici nel Paese asiatico.

Padre Criveller, come mai tanto clamore intorno a un accordo firmato due anni fa e cosa c’entrano gli Stati Uniti?
“L’accordo provvisorio tra Santa Sede e Cina è stato firmato il 22 settembre 2018 ma è entrato in vigore solo un mese più tardi, così il prossimo 22 ottobre scade la data per un eventuale rinnovo, che credo avverrà. Riguardo le ultime polemiche dagli Stati Uniti, la vicenda mi sembra legata alle prossime elezioni presidenziali: se Trump non dovesse essere rieletto tutto finirà qui, in caso contrario assisteremo per altri quattro anni all’antipatia del presidente americano nei confronti del Papa, ma credo sia molto più importante ragionare sugli effetti dell’intesa e sulla situazione in Cina”.

Può spiegarci cosa prevede e perché un eventuale rinnovo fa tanto discutere?
“Sin dall’inizio, i comunicati ufficiali della Segreteria di Stato hanno ribadito che si trattava di un accordo segreto e provvisorio: questo vuol dire che nessuno ne conosce il contenuto e che prevede una scadenza, che poi si è capito essere di due anni. Nonostante non ne sia stato rivelato il contenuto in dettaglio, sappiamo che non si tratta di un’intesa diplomatica a tutto tondo né di un accordo riguardante la libertà religiosa dei cattolici in Cina ma concerne semplicemente la procedura attraverso cui sono nominati i vescovi”.

Un tema generalmente non all’attenzione dell’opinione pubblica, riguardante il riconoscimento dell’autorità del Papa sulla nomina dei capi delle varie comunità cattoliche in Cina, che storicamente Pechino aveva sempre rifiutato:
“Non conosco il contenuto dell’accordo che è segreto ma sappiamo cosa ha prodotto: oggi i cento vescovi in Cina sono tutti riconosciuti dal Papa e sono in piena comunione con Roma. Cioè il Papa ha riconosciuto i vescovi che erano illegittimi, ovvero senza l’approvazione della Santa Sede. Si tratta certamente di un risultato storico e probabilmente del lato più positivo dell’intesa: per la prima volta dagli anni Cinquanta tutti i vescovi cinesi sono nell’alveo della Chiesa sotto tutti i punti di vista. Rimangono tuttavia, tra questi, circa 30 vescovi che non sono ancora riconosciuti dal governo cinese. Per questo in passato ho definito l’accordo asimmetrico”.

Nonostante la segretezza sul contenuto, sappiamo qualcosa delle clausole dell’intesa?
“La procedura dovrebbe svolgersi più o meno in questo modo: attraverso quel sistema molto complesso, che in Cina funziona da almeno 30 anni, dell’elezione ‘democratica’ dei vescovi, al Papa viene sottoposto un nome e il pontefice lo nomina. Posso solo supporre, non avendo letto l’accordo, che i vescovi siano quindi solo ‘nominati’ dal Papa, come previsto dal diritto canonico, ma non ‘scelti’ da Roma, che potrebbe arrivare comunque a obiettare su certe nomine: un punto su cui si è discusso moltissimo tra le parti, prolungando di fatto i negoziati”.

L’intesa è frutto di un lungo percorso cominciato molto prima di Papa Francesco, sostenuto da Giovanni Paolo II e proseguito con Benedetto XVI:
“Senza scomodare il Medioevo, negli ultimi 50 anni è certamente cambiato qualcosa nei rapporti tra la Santa Sede e la Cina, ancora prima di Papa Giovanni Paolo II. Già Paolo VI aveva infatti dimostrato un grande interesse verso il Paese asiatico. Nel dicembre del 1970, nell’ambito del viaggio apostolico in Asia Orientale, Oceania ed Australia, il Papa si fermò a Hong Kong, cosa che nessun altro pontefice ha mai più fatto, lanciando un messaggio di dialogo verso Pechino, che allora però era nel pieno della rivoluzione culturale voluta da Mao, che non si dimostrò in alcun modo interessato. Non solo, negli stessi anni sempre Paolo VI ridusse al minimo il livello della rappresentanza diplomatica della Santa Sede a Taiwan, mantenendovi un semplice incaricato d’affari e dando un ulteriore segnale di apertura alla Cina popolare, che all’inizio degli anni Cinquanta aveva espulso il nunzio apostolico, costretto a riparare sull’isola. E’ importante ricordare che non fu la Santa Sede a lasciare il Paese, ma fu la Cina di Mao a espellere il rappresentante del Vaticano, che riprese i contatti indiretti con Pechino alla fine degli anni Settanta, dopo la rivoluzione culturale, anche grazie al contributo di politici italiani come Giulio Andreotti e Vittorino Colombo”.

Poi sono arrivati gli anni Duemila e i primi contatti per così dire alla luce del sole:
“Giovanni Paolo II scrisse diverse lettere ai dirigenti cinesi e ai capi supremi, senza ottenere risposte soddisfacenti, quindi Benedetto XVI inviò un’importante Lettera ai cattolici cinesi e Papa Francesco ha proseguito su questa via, che era già aperta: mettendoci certamente del suo, perché ha voluto con forza un accordo, il primo concluso apertamente tra le parti”.

L’intesa ha raccolto varie contestazioni, soprattutto per il “prezzo” pagato dalla Santa Sede. In un’intervista di alcuni anni fa, Papa Francesco spiegò che “il vero equilibro della pace si realizza attraverso il dialogo, che non significa scendere a compromessi”, ma quanto è “costato” davvero l’accordo tra il Vaticano e Pechino?
“Per lungo tempo, sbagliando, ho creduto che mai Pechino avrebbe firmato un accordo con la Chiesa cattolica, che ponesse i due interlocutori più o meno sullo stesso piano, proprio in virtù della natura religiosa di una delle parti. Non immaginavo che la Cina avrebbe permesso la creazione di un precedente. Ci sono situazioni gravissime relative ad altre confessioni religiose come nel Tibet a maggioranza buddhista e in Xinjiang, dove la popolazione uigura è per lo più musulmana, due comunità che avrebbero potuto chiedere un riconoscimento simile. A dispetto di tutto questo, Pechino ha firmato l’accordo con la Santa Sede, evidentemente in vista di un ben più importante tornaconto”.

I vantaggi per Pechino sono quindi superiori ai rischi, anche rispetto alla Santa Sede?
“È innegabile che la Cina abbia guadagnato molto più del Vaticano, soprattutto in termini di prestigio internazionale, da questa intesa, mostrando al mondo un volto accettabile, che appare riconosciuto persino dalla Chiesa cattolica e da un personaggio di caratura mondiale come Papa Francesco, e sottolineando implicitamente che in fondo la situazione nazionale non è così drammatica come i critici e gli oppositori vogliono far credere. Non penso infatti che Pechino abbia voluto concludere l’accordo per il bene dei cattolici, la cui condizione non è affatto migliorata, ma per un puro calcolo politico, che riguarda soprattutto Taiwan. Molti osservatori sottovalutano l’importanza della riunificazione alla madre patria dell’isola: concludere un accordo con il più importante attore internazionale, la Santa Sede appunto, che ne riconosce le istituzioni rientra nella politica adottata da Pechino per isolare ulteriormente Taipei”.

Se l’accordo provvisorio con Pechino mira, secondo le parole di Papa Francesco, a “ricostituire la piena e visibile unità nella Chiesa” in Cina, quale “prezzo” ha pagato il Vaticano per raggiungere questo traguardo?
“A mio modo di vedere, i costi subiti dalla Santa Sede sono significativi. E’ vero che l’accordo, senza dubbio storico, produce dei vantaggi. La Cina ha ad esempio riconosciuto in via di principio che il Papa ha diritto a nominare i vescovi, pur senza sceglierli. Pechino ammette così per la prima volta al di fuori del Paese l’esistenza e la legittimità di un’autorità religiosa che influisca sulle scelte di comunità presenti a Pechino, Shanghai, etc. Inoltre, tutti i vescovi della Cina sono in comunione con Roma, scongiurando il rischio di uno scisma e di ordinazioni episcopali illegittime. Non si tratta di risultati da poco ma il prezzo pagato per raggiungere questi traguardi è notevole: già solo il fatto che l’accordo sia provvisorio e soprattutto segreto vuol dire che le parti, forse anche la Santa Sede, vivano un certo disagio a renderlo pubblico, anche perché non riguarda molti aspetti della libertà religiosa, come ad esempio la gestione delle diocesi e della normale vita ecclesiale”.

Nonostante i risultati “storici”, l’accordo non tocca quindi i punti critici della vita dei cattolici in Cina?
“Evidentemente no, tante tematiche restano controverse. Nel resto del mondo, le diocesi hanno un contatto diretto con il Papa, i vescovi possono recarsi a Roma dal pontefice, i sacerdoti sono formati nei seminari senza alcun indottrinamento politico né controlli di funzionari statali o di partito, tutte cose che nella Cina popolare non sono ammesse. Insomma, l’intesa non risolve tante situazioni problematiche per la comunità cattolica nel Paese, dove le congregazioni religiose non posso operare. Ancor più grave poi, l’accordo è stato concluso dopo un severo inasprimento delle limitazioni alla libertà religiosa in Cina. L’intesa è stata firmata infatti nel settembre del 2018 ma a febbraio dello stesso anno Pechino ha adottato nuovi regolamenti che riducono ulteriormente gli spazi della libertà religiosa. Ad esempio, sebbene questa misura sia adottata in maniera differente nelle varie aree del Paese, i minori sono stati esclusi dalla partecipazione alle attività religiose in Chiesa. La norma c’era anche prima, ma non era applicata. Ora lo è”.

Alla luce della sua lunga esperienza di missionario e docente nella Grande Cina, l’intesa non ha quindi cambiato in alcun modo la situazione dei cattolici cinesi?
“L’accordo ha certamente mutato la situazione personale dei vescovi o di alcuni di loro, che comunque continuano a non potersi riunire né discutere una propria agenda. Restano infatti sempre sottoposti ai funzionari del governo e al rispetto della politica decisa da Pechino in materia religiosa: come prima e più di prima”.

Qual è l’opinione più diffusa in merito nelle parrocchie cinesi? Non sembrano esserci state rimostranze particolari:
“Reazioni ce ne sono state, eccome. Come in tutte le comunità però c’è chi ha posto l’accento più sui lati positivi e chi su quelli negativi. In generale, il popolo cattolico cinese rispetta l’autorità del Papa, che ha fortemente voluto questo accordo, accettandolo per senso di lealtà verso il pontefice. Credo sia il sentimento dominante, condiviso dalla stragrande maggioranza dei cattolici del Paese. Un certo numero di fedeli vede una serie di nuove possibilità da questa intesa, mentre altri la ritengono un cedimento ai soprusi delle attuali autorità cinesi e in particolare un indebolimento dello ‘spirito profetico’ della Chiesa, che in passato si era sempre fatta forte di non essere compromessa con il regime. Inoltre in alcuni casi le autorità hanno “obbligato” vescovi e preti a firmare dichiarazioni di sottomissione alla politica religiosa ufficiale, nonostante si menzioni esplicitamente l’indipendenza della Chiesa cinese. La Santa Sede si è trovata a dover chiarire che in questo caso indipendenza vuol dire piuttosto autonomia, e che i vescovi o i preti possono anche rifiutarsi di firmare queste dichiarazioni. Tutto questo è letto in maniera diversa da fedeli e osservatori all’estero. Chi è a favore dell’accordo dialoga con chi lo accetta in Cina, cercando di provarne i benefici; viceversa chi lo critica si rivolge alle frange della comunità locale più perplesse per poterlo bollare come un errore”.

Se la comunità cattolica in Cina non ha ottenuto benefici tangibili dall’accordo, sembra comunque averlo generalmente accettato:
“La stragrande maggioranza dei cattolici cinesi accetta le decisioni del Papa, anche quelle che li convincono meno. Tuttavia esiste una parte della comunità che vede negativamente questi accordi, mentre un’altra, forse minoritaria, considera l’intesa un passo verso ulteriori aperture e magari maggiori libertà religiose”.

Sembra che l’intesa trovi oppositori e resistenze tra le gerarchie della Santa Sede. Monsignor Carlo Maria Viganò, ormai su posizioni sempre più filo-trumpiane, ha parlato di “tradimento della missione della Chiesa … per un bieco calcolo politico”:
“Non credo che la posizione di Viganò, in aperto contrasto con il pontefice, possa essere rappresentativa all’interno della Chiesa: non si può ammettere lo scontro propugnato contro il Papa. Se l’atteggiamento filo-Trump di Viganò è fin troppo marcato – posto che ognuno può pensarla come vuole – ridurre la questione alla contingenza politica mi sembra sterile. L’accordo si presta certo a varie forme di contrapposizione: alcuni sfruttano l’intesa semplicemente per attaccare il Papa, come negli ambienti più conservatori degli Stati Uniti, altri pongono invece delle riserve nel merito, senza però mettere in dubbio la lealtà ecclesiale verso il pontefice. Ho la sensazione che ai primi non interessi più di tanto la vita dei cattolici in Cina e, nonostante possa essere d’accordo con le denunce riguardo la gravità della condizione dei fedeli nel Paese, questa non deve essere strumentalizzata a fini politici o contro Papa Francesco, cosa che ritengo inaccettabile. Reputo invece ben più significative le posizioni di alti prelati e sacerdoti cinesi, come il cardinal Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong, che è molto critico verso questa intesa e rappresenta un’opinione condivisa da molti sia in Cina che nel resto del mondo”.

Venendo a Hong Kong, dove Lei è stato a lungo missionario: come hanno accolto i cattolici nell’ex colonia gli accordi tra Pechino e la Santa Sede e cosa è cambiato dalla sua entrata in vigore, alla luce delle recenti tensioni politiche in città con l’approvazione della nuova legge cinese sulla sicurezza nazionale?
“Teoricamente, Hong Kong non ricade direttamente in questo accordo. Tuttavia, ricordo che dal gennaio dello scorso anno, non c’è più un vescovo ordinario in città dopo la morte di Michael Yeung. Da allora, sono quasi due anni ormai, la Santa Sede non ha ancora nominato un successore, limitandosi a designare un amministratore apostolico, nella persona del cardinale John Tong Hon, che per così dire non ha la ‘pienezza dei poteri’ del vescovo. Temo che il Vaticano non sia in grado di nominare un vescovo che non sia gradito anche a Pechino. Magari non è previsto nell’accordo, però nei fatti sono questioni con cui la Santa Sede e la Cina devono fare i conti. Purtroppo questo ritardo, di cui non conosco il motivo e su cui non intendo speculare, sta costando molto alla comunità cattolica di Hong Kong: accentua la divisione tra i fedeli della città, anche a livello politico, tra la minoranza favorevole al governo cinese e la maggioranza a sostegno del movimento per la democrazia, che oggi si trova in grande difficoltà”.

Lo scorso anno, Padre Criveller fece notare quella che chiamò una ‘impronta cattolica’ nelle due anime della città, che ruolo gioca la comunità delle parrocchie a Hong Kong?
“Precisando che la Chiesa cattolica non ha avuto né ha alcun ruolo nelle manifestazioni svoltesi in città per il rispetto dei principi democratici, noto però che molti leader dell’opposizione sono cattolici o comunque cristiani. Molti hanno studiato in scuole cattoliche e cominciato il proprio percorso di impegno sociale nelle parrocchie. Bisogna sempre distinguere la Chiesa dai singoli, anche se alcuni suoi rappresentanti si dichiarano a favore del movimento per la democrazia, come il vescovo emerito Zen, la ‘coscienza di Hong Kong’, o in maniera più prudente, il vescovo ausiliare, Joseph Ha Chi-shing. E’ chiaro che non tutti i cattolici della città sono a favore delle manifestazioni ma molti dei leader sono cattolici o cristiani. Ricordo il Movimento degli Ombrelli, attivo durante le proteste del 2014, il cui leader Joshua Wong, recentemente arrestato e poi rilasciato, è protestante, e la numero due, Agnes Chow, è cattolica e serviva come ministrante in una parrocchia della città. Senza dimenticare la presenza cattolica anche tra le fila dei cittadini più favorevoli a Pechino, a cominciare dal capo esecutivo del governo regionale, Carrie Lam, una cattolica devota che ha studiato dalle suore canossiane. Insomma, a Hong Kong non è scesa in piazza la Chiesa cattolica, ma molti leader, da una parte e dell’altra, sono fedeli cattolici o protestanti, che trovano ispirazione anche nel messaggio religioso per il proprio impegno a favore degli altri. Nessuno è sceso in strada su ispirazione delle gerarchie religiose, sebbene credo che la maggioranza dei cattolici a Hong Kong sia favorevole alla democrazia”.

Il forte spirito di partecipazione e i numeri in crescita dei cattolici e in generale dei cristiani in Cina e Asia possono spostare gli equilibri geopolitici anche a livello religioso, un fatto testimoniato dalla progressiva attenzione della Santa Sede per il continente, destinazione di quasi un terzo dei viaggi apostolici di Papa Francesco dall’elezione al Soglio. In una lettera, da Lei tradotta e citata alcuni anni fa, don Lorenzo Milani parlava di “missionari cinesi che verranno in Italia per ‘ri-evangelizzare’ il Paese che avrà perso la fede”, negli anni Cinquanta sembrava una fantasia, oggi come stanno le cose?
“Non credo che la questione sia da porre in termini numerici e spero che le gerarchie della Santa Sede non ragionino così. Tutti i cattolici sinceri sanno che il vangelo è da comunicare in tutto il mondo e in Asia troviamo il campo più aperto, dove il cristianesimo resta ancora una minoranza, che però è molto vivace: dalle Filippine, unico Paese a maggioranza cattolica in Asia Orientale, al Vietnam, alla Corea del Sud, all’Indonesia, all’India, alla stessa Cina. E’ chiaro che la Santa Sede sia interessata e a dare sostegno ai nostri fratelli in questi Paesi, anche in considerazione delle numerose vocazioni provenienti dal continente. Credo che l’attenzione del pontefice dimostri la presa d’atto di questa realtà, sempre più emergente, di una Chiesa vieppiù universale. Non mi sorprenderei se il prossimo Papa fosse asiatico. Mi auguro che la Chiesa sia comunque sempre meno italiana, sempre meno europea, sempre meno americana, vista anche la scarsa qualità di alcuni alti ecclesiastici in questi ultimi tempi”.

In occasione delle celebrazioni per i 150 anni del Pontificio Istituto Missioni Estere in Cina, il 3 ottobre il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin parteciperà al convegno organizzato a Milano dal Pime sul Paese asiatico, a cui interverrà anche Lei: sembra un’occasione perfetta per il cardinale per spiegare le ragioni di una conferma degli accordi. Possiamo aspettarci annunci in questo senso?
“Annunci, penso di no. Il segretario di Stato è un uomo molto prudente anche perché tutto quello che dice ha un riverbero immediato sul Papa, di cui è il numero due. Non credo andrà al di là della presentazione, nella massima buona fede, della posizione della Santa Sede nei confronti della Cina, che è interamente votata al dialogo, riconoscendo come questo accordo non sia l’ideale ma debba essere considerato un passo, che magari ancora non ha prodotto tutti i risultati sperati, nella direzione giusta per poter raggiungere altri traguardi in futuro. La scadenza del 22 ottobre è abbastanza lontana e ci sarà tempo per gli annunci, anche alla luce delle difficoltà incontrate nei negoziati a causa della pandemia di coronavirus, che sicuramente ha rallentato i colloqui”.

Cosa consiglia Padre Criveller al Papa e alla Santa Sede su questi accordi, raccomanda un rinnovo o riterrebbe utile un ripensamento?
“Mi rendo conto che sia una decisione difficile sia per il pontefice che per Parolin. Naturalmente, come cristiano e missionario, io sono leale al Papa. Ritengo che la Santa Sede consideri il dialogo come via capace di produrre migliori risultati del confronto diretto, nonostante l’atteggiamento poco incline alla mitezza dell’interlocutore. Mi sforzo, come due anni fa alla firma dell’accordo, di vedere tutti i possibili lati positivi di quest’intesa, che prevedo sarà comunque rinnovata, sperando che in futuro si possano superare le maggiori criticità. D’altronde, una rinuncia potrebbe scatenare ritorsioni sui cattolici da parte del governo cinese o comunque impedire nuovamente e ulteriormente alla Chiesa di sostenere i fedeli in Cina. La conferma dell’accordo concede implicitamente una forma di riconoscimento al governo cinese, che certamente non merita. La Santa Sede non è responsabile di quanto avviene in Cina, ma c’è il rischio che Pechino utilizzi questi riconoscimenti per mascherare la gravità delle sue repressioni interne. Tuttavia, bisogna chiedersi: se la Santa Sede facesse saltare quest’accordo, la condizione della comunità cattolica migliorerebbe o peggiorerebbe?”.

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