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Home » Esteri

5 canzoni per ricordare Lou Reed

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Il 27 ottobre 2013 moriva il cantante e autore newyorchese che fin dagli esordi con i Velvet Underground aveva influenzato intere generazioni di rocker maledetti

Per decenni è stato l’anima nera del rock, il poeta dei
bassifondi che – influenzando i suoi coetanei così come le generazioni
successive – apriva il mondo della musica ad aspetti della vita che mai prima
di allora erano stati esplorati in una canzone pop: l’eroina, il sadomasochismo,
la depressione, il travestitismo.

Si chiamava Lou Reed, e nella sua esistenza terrena tra il 2
marzo 1942 e il 27 ottobre 2013, il rock è stato segnato in maniera indelebile dalla
sua musica, così come dai suoi testi spregiudicati e dai suoi atteggiamenti
anticonformisti, che hanno contribuito dai tardi anni Sessanta in poi a creare
l’identità sempre più sporca adulta di una generazione.

Celebre e citatissima è la frase di Brian Eno, altra mente
geniale (seppur diversissima) della musica anni Settanta, secondo cui il primo
album dei Velvet Underground capitanati da Reed aveva venduto solo poche
centinaia di copie, ma ognuno di quelli che l’aveva comprato aveva poi fondato
una band.

Per ricordare un personaggio così influente, abbiamo scelto
cinque canzoni che, pur rappresentando solo una minima parte della sua vasta produzione,
ancora oggi ne testimoniano la grandezza:

HEROIN

I Velvet Underground, anomala band nata nel 1966 sotto l’egida
di Andy Warhol – che aveva deciso in quel periodo di darsi alla produzione di gruppi
rock – segnarono col loro stile decadente, malato eppure intriso di dolcezza la
seconda parte degli anni Sessanta, facendo da perfetto contraltare newyorchese
e metropolitano alla Summer of Love degli hippie californiani. In questo pezzo,
tratto dal loro primo e più noto album, Reed si mette nei panni di un
tossicodipendente ed espone con disarmante candore il suo punto di vista ormai
disincantato e nichilista sul mondo: “Io ho preso la gran decisione: proverò ad
annullare la mia vita”.

SWEET JANE

I Velvet Underground non erano solo oscurità, decadenza e
toni mortiferi: nei loro album trova spazio anche il ritmo allegro e solare di Sweet Jane, pubblicata per la prima
volta nel 1969. È però da segnalare la versione che Reed ne fece durante il
suo tour solista del 1973, registrato nello storico live Rock’n’roll Animal: dopo una lunghissima introduzione strumentale
in cui i due chitarristi del gruppo si lanciavano in spettacolari improvvisazioni
incrociate, Reed arrivava sul palco con i capelli cortissimi e biondo platino,
vestito di pelle nera, con occhiali scuri, un collare borchiato e diverse
anfetamine in corpo. Questo era il risultato:

PERFECT DAY

Nel 1972 avviene per Reed un incontro fondamentale, quello
con David Bowie, allora astro nascente della scena glam britannica, che lo
idolatrava da sempre e si era messo in testa di rilanciare la carriera del suo
mentore americano producendogli un disco. Il risultato fu l’album Transformer, ancor oggi quasi unanimemente
considerato il migliore di Reed, o quantomeno il più noto. Tra i classici dell’album,
impossibile non citare questa ballata orchestrale che mostra il Lou Reed più
distante dalla sua immagine pubblica: un uomo come tanti che canta di essere
felice per una “giornata perfetta” passata tra zoo e passeggiate con la persona
che ama.

WALK ON THE WILD SIDE

Uno dei giri di contrabbasso più noti del rock, se non il
più noto, e un coretto femminile che ha fatto epoca: oggi Walk On The Wild Side sembra un classico senza tempo (addirittura
cantato in italiano da Patty Pravo), ma il suo successo al tempo fu una notevole
sorpresa per il suo autore. Il testo è infatti una carrellata di brevi ritratti
di personaggi borderline, tra
travestiti, gigolò e tossicodipendenti, tutti ripresi da figure reali
conosciute alla Factory di Wahrol, e mai Reed avrebbe pensato che le puritane
radio statunitensi avrebbero passato quel testo così osé a rotazione continua. Fortunatamente le cose andarono
diversamente.

CONEY ISLAND BABY

Un’altra incursione del nostro nel suo lato più privato e benevolo, in una ballata che tocca vette di grandissima malinconia e nostalgia per i giorni del liceo in cui, ricorda l’autore, voleva “solo giocare a football per l’allenatore”. Attraverso strofe cullanti e momenti di improvvisa rabbia, il rocker sembra svelare la sua anima più nascosta e fragile, quella di un “bambino di Coney Island” che la vita ha portato a perdersi tra “amici che non valgono niente”, ma che spera ancora di redimersi con “la gloria dell’amore”.

 

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