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Marchionne con la Fiat ha fatto miracoli: l’Italia, per salvarsi, ha bisogno di altri manager come lui

Di Stefano Mereu
Pubblicato il 25 Lug. 2019 alle 17:01 Aggiornato il 25 Lug. 2019 alle 17:19
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Immagine di copertina
Sergio Marchionne

Un anno fa si spense a Zurigo Sergio Marchionne, nato a Chieti, in Abruzzo, nel 1952. Di formazione umanistica, si laureò in filosofia all’Università di Toronto e si specializzò prima in Giurisprudenza alla Osgood Hall Law School di York (Ontario, Canada) e conseguì poi un MBA (Master of Business Administration) all’Università di Windsor (Ontario, Canada). Arrivò nel 2004 a Torino, trovando una FIAT distrutta nelle finanze e nella reputazione, tanto che negli Stati Uniti si diceva che FIAT era l’acronimo di “Fix It Again Tony”, aggiustala di nuovo, Tony.

L’azienda nell’estate del 2004 perdeva 5 milioni di euro al giorno e non aveva più un prodotto. Solo l’anno prima commercializzava ancora la Panda e la Seicento, automobili all’epoca già superate. Ciononostante, i dirigenti ad agosto stavano in ferie tutto il mese, con lauti stipendi e senza ritorno di risultati. Tanto che, quando Sergio Marchionne chiese il motivo del “deserto” negli uffici ad agosto (“Ma dove sono tutti?”), il collaboratore rispose: “Sono in ferie”. Marchionne ingiunse con una battuta: “Ma in ferie da cosa?”.

Per farsi un’idea di come funzionasse il tutto, Marchionne entrò in un auto salone a nord di Torino fingendosi un cliente interessato ad acquistare una FIAT. Non lo riconobbe nessuno e solo dopo molto tempo gli diedero retta, lui si presentò al direttore dell’autosalone e disse: “Sono il nuovo amministratore delegato della FIAT e lei è licenziato”.

Si liberò dei dirigenti incapaci, iniziò a misurare il rendimento del management e dopo un anno riportò la FIAT in utile. Capì che la vecchia “Fabbrica Italiana Automobili Torino” doveva diventare una multinazionale poiché tutti, da Renault a Daimler, da Volkswagen a PSA a General Motors, andavano in quella direzione. Il primo gennaio del 2014 venne fondata la FCA, o Fiat Chrysler Automobiles”, con ragione sociale olandese (N.V., namenlose venotschaap”) e quotazione in borsa a Wall Street e Piazza Affari.

Oggi FCA fattura 110 miliardi di euro e ha un utile netto di 3,63 miliardi. L’uomo che prese un’azienda decotta e in soli dieci anni la portò ad essere una multinazionale ha molto da insegnare al sistema Italia e ad un altro caso nazionale: Alitalia.

Oggi il Governo gialloverde intende effettuare l’ennesimo salvataggio di quello che è diventato niente più di un carrozzone statale. Alitalia è in perdita dal 1976. Alla fine degli anni Novanta quando rischiò il fallimento, i manager tagliarono le tratte intercontinentali, sbagliando quindi la lettura del mercato che vedeva l’ingresso dei treni ad alta velocità sulle tratte nazionali di breve-medio raggio e, di lì a poco, dei vettori low cost.

Ancora oggi l’ex compagnia di bandiera mantiene una tratta tanto breve, quanto costosa e, con la chiusura temporanea di Linate inutile, Milano-Ginevra, due città distanti in linea d’aria appena 250 chilometri e ben collegate da autostrade e treni ad alta velocità, salvo però lasciare a Delta o Air France le tratte intercontinentali.

Visto il quadro, Alitalia avrebbe bisogno di un Sergio Marchionne. Un amministratore delegato che misuri le performance dei dirigenti e che sappia leggere il mercato con precisione. E ne avrebbe bisogno anche il sistema Italia, i cui funzionari sono abituati ad avere tanti onori ma mancano della cultura dell’onere e dell’impegno, che è uno dei valori che il figlio di un maresciallo dei Carabinieri abruzzese emigrato in Canada ci ha insegnato e che ognuno di noi dovrebbe portare con sé.

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