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Le due vite di Enrico Letta

Di Roberto Bertoni
Pubblicato il 17 Mar. 2021 alle 12:02
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Credit foto originale: ANSA

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Le due vite di Enrico Letta

Enrico Letta è un uomo nato due volte. La prima, a Pisa, il 20 agosto 1966. La seconda, a Roma, il 13 febbraio 2014. Il 13 febbraio 2014 è, infatti, il giorno in cui, in modo alquanto discutibile, e grazie anche a un accordo con buona parte dell’allora minoranza interna, Matteo Renzi ottenne in Direzione le dimissioni di Letta da Palazzo Chigi e ne prese il posto. Il resto è storia nota.

Da allora, sono trascorsi quasi duemilaseicento giorni e il Letta che torna in questi giorni sulla scena politica ha poco a che spartire con quello che abbandonò la presidenza del Consiglio e, poco dopo, la politica.

Chi ricorda un Letta eurodogmatico, ad esempio, rimarrà fortemente deluso. Negli anni parigini, il nostro ha mantenuto e, se possibile, rafforzato la passione europeista ma ha virato verso un europeismo improntato al cambiamento, assumendo spesso posizioni critiche e aspre nei confronti dei ritardi e dei limiti di una costruzione che troppe volte si è rivelata inadeguata e, talvolta, ha drammaticamente fallito.

E che dire del rapporto con i 5 Stelle? Nel 2012 fu proprio Letta a sostenere, oggettivamente sbagliando, che fosse meglio che i voti andassero al Pdl, ossia a Berlusconi, piuttosto che a Grillo.

È stata l’esperienza della Scuola di Politiche a indurlo a cambiare opinione. L’entusiasmo dei ragazzi che lui stesso ha aggregato e formato, la passione ambientalista della generazione Thumberg, il rapido evolversi del quadro politico e la comparsa sulla scena mondiale di personalità che interrogano le coscienze di chiunque come Bernie Sanders ci restituiscono oggi un Letta che si interroga e riflette sull’importanza di quella che Dossetti definiva “maieutica”, ossia sul bisogno socratico di far nascere le leggi e i cambiamenti nel ventre della società per poi condurli all’interno delle istituzioni e tradurli in leggi.

Già nel 2015, prima che esordisse la Scuola di Politiche, Letta, all’Archiginnasio di Bologna, presentando il libro “Andare insieme, andare lontano”, affermò di aver sbagliato a non comprendere i 5 Stelle e il loro merito di aver portato nelle istituzioni persone che altrimenti non ci sarebbero mai entrate. In alcuni casi – aggiungo io – sarebbe stato un bene, in altri una grave perdita.

Ricordandosi di un insegnamento del suo maestro Andreatta, mentore, fra gli altri, dello stesso Draghi, Letta spiegò l’anno successivo, presentando “Andreatta politico” (il libro scritto insieme alla direttrice dell’AREL, Mariantonietta Colimberti), che la forza dei giovani risiede nel fatto che ti cambiano, modificano il tuo modo di pensare e schiudono nuovi orizzonti, e questo gli era successo nell’anno trascorso, all’epoca, dalle sue dimissioni dal Parlamento.

Con Conte, oltretutto, c’è un rapporto di consolidata stima, rafforzata dall’iniziativa comune svoltasi nell’ottobre scorso, quando i due si ritrovarono a Roma, insieme al presidente spagnolo Sánchez, al ministro degli Esteri Di Maio, al commissario europeo Gentiloni e ad altre eminenti personalità italiane e spagnole, per dar vita al Foro di dialogo Italia-Spagna, un’iniziativa promossa nel 1999 da Andreatta e fra le principali attività portate avanti dall’AREL.

Con Bersani, infine, i rapporti sono da sempre eccellenti, e non è difficile immaginare un rientro dei bersaniani nel PD per sostenere una leadership che sentono affine, nonostante lo strappo di sette anni fa a favore di Renzi.

Chi si immagina un Letta che guarda a destra, sostiene acriticamente la presunta, e inesistente, Agenda Draghi e intende cristallizzare l’ammucchiata attuale, dunque, è fuori strada, e ne avremo conferma non appena si parlerà espressamente di candidature e alleanze nelle città.

Certo, dovrà far fronte a una situazione disperata, a un unanimismo ipocrita e di facciata, alle coltellate che gli arriveranno addosso non appena avrà parlato domenica all’assemblea del partito, alle brame di potere delle fameliche e insaziabili correnti e al disfacimento di un progetto che, almeno fino a questo momento, ha quasi sempre fallito, fino a trasformarsi in una prigione, neanche troppo dorata, per iscritti, militanti e dirigenti.

Osservando attentamente la figura e la personalità di Letta, il suo essersi recato alle Ardeatine nel 2013 prima di formare il governo e al Ghetto di Roma prima di accettare la nomina a segretario del PD, viene in mente il ricordo di Mino Martinazzoli, il “segretario della disperazione” di una DC allo sbando totale, travolta da Tangentopoli e dalla conclusione di un percorso storico durato quasi mezzo secolo.

Il contesto in cui dovrà operare Letta non è poi tanto diverso, ma non è da escludere che, con dignità, rispetto per il prossimo e fermezza nelle singole decisioni, possa riuscire quanto meno a salvare l’immagine di una comunità che, a furia di dilaniarsi, ha messo a repentaglio il proprio futuro.

Leggi anche: Il Segretario ZingaLetta (di G. Gambino)

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