Xylella, il prof Scortichini a TPI: “Abbattere gli ulivi malati era una follia, ora i fatti mi danno ragione”
Gli ulivi malati tornano in salute: parla il prof che si era opposto alle eradicazioni: "Molti oliveti hanno sviluppato un sistema di difesa nei confronti del batterio. E la qualità del loro olio appare più alta di prima"

Buone notizie dal Salento: migliaia di ulivi che erano rinsecchiti completamente a causa della Xylella ed erano stati già destinati a diventare legna da ardere si sono improvvisamente ripresi . Foglie che rinverdiscono, olive che rispuntano rigogliose, e macchie verdi che spuntano e rinfrescano un paesaggio che sembrava completamente morto.
Mentre gli esperti che avevano profetizzato la morte di 10 milioni di ulivi nel Salento – e raccomandavano l’espianto di tutte le piante (malate e non) per sostituirle con nuove (e costose!) varietà cosiddette “Xylella resistenti” – non riescono a fornire una spiegazione scientifica a questo fenomeno e assistono stupefatti a questa ripresa di vita e di resilienza da parte delle vecchie piante, un certo Marco Scortichini patologo vegetale, già dirigente di ricerca del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria di Roma), non sembra per niente sorpreso e anzi osserva la ripresa degli ulivi trattenendo a stento un emblematico sorrisetto tipico di chi aveva sempre detto che gli ulivi si sarebbero ripresi. TPI ha voluto incontrarlo per capire meglio quello che sta succedendo.
Professor Scortichini, lei ha detto fin dall’inizio che la Xylella poteva essere battuta e che non era necessario fare una strage di piante infette perché il suo protocollo poteva salvare gli ulivi. Che effetto le fa vedere che oggi le sue parole trovano conferma nella realtà?
“Ho sempre pensato e detto che l’eradicazione di tutti gli olivi presenti nel raggio di 50 metri da quello infetto senza una loro ulteriore diagnosi, è una follia perché sacrifica inutilmente il patrimonio olivicolo pugliese. Lo comprovano modelli epidemiologici. E oggi lo comprova anche l’aumento degli oliveti resilienti”.
Fin dal primo giorno del disseccamento lei aveva proposto una cura che funzionava e si era opposto alla carneficina di alberi monumentali che secondo l’intellighenzia mainstream andavano abbattuti anche se sani. Oggi assistiamo a una ripresa ma vediamo anche che in alcune aree la Xylella continua ad avanzare in Puglia. Recentemente è stato segnalato un altro caso su olivo a Bitonto. Cosa significa questo da un punto di vista epidemiologico e di contenimento della malattia?
“Nonostante le attività di monitoraggio costantemente svolte nelle zone ‘contenimento’ e ‘cuscinetto’ a sud di Bari, si continuano ad individuare olivi infetti da Xylella fastidiosa nel foggiano. Appare evidente che il batterio è oramai diffuso su tutto il territorio pugliese. Si continua però ad applicare la regola che prevede l’eradicazione di tutti gli olivi presenti in un raggio di 50 metri intorno all’olivo risultato positivo alla diagnosi, e tale norma non sembra avere un senso pratico nel ridurre la capacità di diffusione del batterio. Inoltre, nel Salento, vengono segnalati in aumento sia gli oliveti curati che quelli resilienti. Se consideriamo che pochi mesi fa Xylella fastidiosa sottospecie pauca è stata rinvenuta anche nel Gargano su olivo e che le altre due sottospecie del batterio, multiplex e fastidiosa, sono state segnalate, nell’area barese, anche su vite e mandorlo, la possibilità che il batterio sia oramai endemico in tutta la regione è piuttosto alta. Ma attenzione, “endemico” non vuol dire che il batterio abbia vinto ma solo che si è ormai stabilito e acclimatato su alcune colture, in diversi contesti ambientali”.
Non va però sottovalutato il fatto che il batterio trasportato dalla Sputacchina sopravvive in molte piante spontanee…
“Quelle piante svolgono un ruolo nascosto di ‘serbatoio di inoculo’ per l’ulteriore diffusione di Xylella nei vari territori. Inoltre, va aggiunto che, grazie alla possibilità di trasporto passivo della Sputacchina con autoveicoli di qualsiasi tipo, dalle aree cosiddette infette del Salento il batterio può costantemente raggiungere zone più a nord, oltrepassando con grande facilità le aree ‘contenimento’ e ‘cuscinetto’ deputate a proteggere le zone più a settentrione della regione. Appare evidente che pensare di contenere la diffusione della malattia ed evitare il rinvenimento di ulteriori focolai settentrionali del batterio soltanto con la strategia di eradicazione, applicata oramai da oltre 12 anni, appare un’impresa impossibile”.
Eppure, da più parti si continua a leggere ed ascoltare che, “se avessimo eradicato quei pochi alberi infetti all’inizio, ora sarebbe tutto risolto da tempo”. Cosa ci può dire a riguardo?
“Non capisco a chi giovi continuare a sostenere questa tesi. Si può dire che, ad ottobre 2013 quando il batterio fu segnalato ufficialmente, i ‘pochi alberi infetti’ erano circa un milione, ricadenti su circa 10.000 ettari di territorio salentino. Queste cifre sono facilmente reperibili nelle prime pubblicazioni scientifiche e giornalistiche prodotte qualche mese dopo il primo rinvenimento ufficiale del batterio. È evidente che con questo numero di alberi infetti, con le piante spontanee ‘serbatoio’ e l’elevatissima prolificità e mobilità della Sputacchina, l’idea di eradicare, cioè, eliminare totalmente ogni singola cellula del batterio dalle zone infette, non era biologicamente possibile”.
Va aggiunto che l’impossibilità di organizzare ed applicare con successo l’eradicazione di Xylella fastidiosa negli oliveti salentini fu subito messa in evidenza anche dall’EFSA (European Food Safety Authority) mediante apposite pubblicazioni…
“Certo, perché le strategie di eradicazione, così come sono attualmente concepite, risultano efficaci solo quando il microrganismo da quarantena viene individuato in una nuova area subito dopo il suo iniziale insediamento. Nel caso pugliese, Xylella è stata individuata solo dopo qualche anno dalla sua introduzione nel Salento quando già aveva colonizzato, appunto, circa un milione di olivi. Tale fatto rendeva oggettivamente impossibile l’applicazione dell’eradicazione”.
Le attuali norme di contenimento emanate dall’Unione europea ed applicate per eradicare il batterio in Puglia potrebbero essere modificate per meglio salvaguardare il patrimonio olivicolo pugliese?
“A mio avviso sì. Mi riferisco, in particolare, alla regola dei ’50 metri’ che prevede l’abbattimento incondizionato di tutti gli olivi e di tutte le altre potenziali piante ospiti del batterio presenti in un raggio di 50 metri, che si calcola a partire dall’albero dichiarato infetto da Xylella. Tale regola avrebbe lo scopo di impedire l’ulteriore diffusione del batterio da un presunto focolaio di infezione, rappresentato dalla pianta infetta che, presumibilmente, potrebbe avere già infettato le piante vicine. Ora ci sono due aspetti che possono scientificamente sostenere che tale ulteriore abbattimento incondizionato è del tutto inutile al fine di evitare la diffusione della malattia. Il primo: ci sono più modelli epidemiologici che dimostrano che gli alberi di olivi limitrofi a quelli infetti, hanno un ruolo del tutto trascurabile nella diffusione di Xylella. Il loro sacrificio, quindi, non aiuta a bloccare l’espansione del batterio. Il secondo: se proprio vogliamo continuare ad applicare questa regola, almeno si effettuino ulteriori diagnosi sugli alberi che si trovano nel raggio dei 50 metri ed abbattiamo, eventualmente, solo quelli che risultano effettivamente colonizzati dal batterio. Procedere ‘alla cieca’, così come si procede ora rappresenta solo un sacrificio inutile di olivi!”.
In alcuni lavori scientifici viene riportato che la presenza effettiva della Xylella nelle aree soggette ai monitoraggi, quella di “contenimento” e “cuscinetto”, è, in percentuale, molto bassa. Cosa si può dire a riguardo?
“I dati emanati dalla Regione Puglia sono molto chiari. Ci dicono che i capillari monitoraggi effettuati nelle aree demarcate per individuare la presenza di Xylella riportano che, gli alberi con sintomi visibili di disseccamento (avvizimento di rami e branche), ospitano effettivamente il batterio in percentuali variabili tra il 22,5% (2016-2017) e il 3,2% (2021-2022). Tali percentuali molto basse della presenza della Xylella in piante con sintomi di disseccamento appariscenti, suggeriscono il deperimento dell’olivo sia dovuto anche ad altri fattori oltre alla Xylella”.
Per esempio si parla molto anche dei funghi come concause del disseccamento…
“In effetti, da oliveti deperienti di tutto il territorio salentino sono stati isolati funghi fitopatogeni del genere Neofusicoccum, molto aggressivi nei confronti dell’olivo, la cui virulenza aumenta in concomitanza di periodi siccitosi accompagnati da alte temperature dell’aria (maggiori di 35°C). Nel deperimento dell’olivo ci sono molti agenti patogeni spesso legati al cambiamento climatico. Attualmente, molte malattie delle specie arboree non sono più imputabili ad un singolo agente patogeno ma rientrano nel quadro di malattie cosiddette ‘complesse’, dove è l’azione di più fattori che determina l’avvizimento, fra cui, appunto, i funghi. Solo un approccio scientifico interdisciplinare che mette in relazione parametri biologici, di salute dei suoli, e fattori abiotici, permette di comprendere pienamente cosa sta succedendo ad un agroecosistema che era rimasto stabile per secoli”.
Ma come abbiamo visto molti alberi colpiti dal disseccamento si stanno riprendendo. Cosa possiamo dire quindi su cura e resilienza degli alberi?
“Rispetto alla cura, l’atteggiamento del mondo scientifico è del tutto cambiato rispetto a qualche anno fa quando il dogma ‘la Xylella non si cura’ circolava in tutti gli ambiti ed era efficacemente veicolato dai media. I nostri lavori interdisciplinari che hanno dimostrato la possibilità di ridurre la presenza del batterio all’interno della chioma dell’olivo per consentire sia il regolare accrescimento vegetativo che la fase produttiva hanno aperto la strada ad altre numerose ricerche volte a trovare singoli prodotti, microrganismi antagonisti o nuove tecniche di distribuzione di composti in grado di mitigare i sintomi del deperimento. Ripeto: ‘curare’ non è ‘eradicare’! In agricoltura, le malattie si ‘curano’, cioè si somministrano specifici prodotti per consentire alle piante, pur in presenza del patogeno, di produrre. È ovvio che per curare il deperimento dell’olivo va seguito un protocollo ben definito, per mantenere elevata la fertilità del suolo e contenere la presenza della Sputacchina dell’oliveto mediante opportune tecniche agronomiche. La cura ha consentito di salvare le tradizionali varietà locali caratterizzate da un olio dalla pregevole qualità”.
La Xylella ha avuto effetti sulla qualità dell’olio?
“Sono ormai più di cinque anni che molti oliveti di Ogliarola salentina e Cellina di Nardò, attaccati dal batterio, hanno sviluppato un sistema di difesa nei confronti del batterio che non è scomparso all’interno dell’albero, ma è diventato quasi innocuo. Ma c’è di più: sebbene abbandonati a se stessi, essi hanno ripreso spontaneamente la produzione di olive, e da indagini preliminari, la qualità del loro olio appare più alta di prima dell’epidemia, perché ad esempio, c’è una maggiore concentrazione di polifenoli, molecole prodotte dalle olive per resistere agli agenti patogeni. Cura e resilienza sono aspetti interconnessi che consentirebbero, qualora incentivati, di mantenere, per quanto ancora possibile, il tradizionale paesaggio olivicolo salentino e la produzione di un olio dalle caratteristiche organolettiche perfino più elevate”.