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Terremoto L’Aquila, la sentenza che fa discutere: “Colpa anche delle vittime, dovevano uscire di casa”

Immagine di copertina
Credit: Eric Vandeville/ABACAPRESS.COM

Terremoto L’Aquila, la sentenza che fa discutere: “Colpa anche delle vittime, dovevano uscire di casa”

Anche le vittime furono parzialmente responsabili perché non uscirono di casa. Fa discutere parte della sentenza del tribunale civile dell’Aquila sul crollo di un edificio durante il devastante terremoto del 6 aprile 2009. Furono 309 i morti del sisma che colpì capoluogo abruzzese, di cui 24 nel solo stabile che si trovava nel centro della città.

Il caso riguarda le accuse rivolte dalle famiglie delle vittime alle autorità, citate in giudizio per i mancati controlli durante la costruzione dell’edificio. Nella sentenza, il giudice ha dato ragione ai parenti, condannando i ministeri dell’Interno e delle Infrastrutture e Trasporti e gli eredi del costruttore a risarcirli. Allo stesso tempo ha però ridotto l’ammontare dovuto, riconoscendo un “concorso di colpa” da parte delle vittime.

Come riporta Il Messaggero, la giudice descrive come “obiettivamente” una “condotta incauta” quella di “trattenersi a dormire nonostante il notorio verificarsi di due scosse nella serata del 5 aprile e poco dopo la mezzanotte del 6 aprile”. Secondo il tribunale, il concorso di colpa “può stimarsi nel 30 percento”, ossia la quota da decurtare dal risarcimento.

Il riferimento della sentenza è alle due scosse, verso le 23 e verso l’una di notte, che hanno preceduto quella delle 3.32 che ha poi provocato il crollo. Almeno da novembre però nella zona era in atto uno sciame sismico: una lunga serie di scosse, durata mesi, che aveva allarmato la popolazione, rassicurata a più riprese dalle autorità con dichiarazioni pubbliche finite poi al centro di altri processi.

“Non c’è pericolo”, fu uno dei commenti del vice capo della Protezione civile Bernardo De Bernardinis, poi condannato a due anni per omicidio colposo e lesioni. Secondo la Cassazione, il dirigente fu colpevole di “scorretta condotta informativa” e “comunicazione di contenuto inopportunamente e scorrettamente tranquillizzante” che finì per indurre “taluni destinatari all’abbandono di consuetudini di comportamento autoprotettivo rivelatosi fatale”.

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