Revenge Porn, la denuncia della 23enne Desirè: “Le mie foto sui gruppi pornografici di Telegram. Aiuto!”

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 10 Apr. 2020 alle 17:17 Aggiornato il 10 Apr. 2020 alle 20:34
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Immagine di copertina

“Mi hanno rubato le foto dal canale Instagram e le hanno messe vicino a dei filmini pornografici in cui c’è una ragazza che mi assomiglia, perché riccia e mora: tutto questo ha fatto il giro del web. In poco tempo mi sono ritrovata Facebook e Instagram intasati perché mi chiedevano se fossi io la ragazza nel filmino”.

Desiree Damiani, 23 anni, è l’ennesima vittima di revenge porn. Anche se l’utilizzo dell’espressione revenge non è poi così appropriato dato che di vendetta non si tratta, Desirè sta vivendo sulla propria pelle cosa significa vedere la propria immagine pubblicata in gruppi dove si diventa oggetto dei peggiori insulti e violenze verbali.

Proprio pochi giorni fa, Wired aveva svelato come nel far west del revenge porn su Telegram le cose fossero nettamente peggiorate. Si parla di una “sistematizzazione su scala preoccupante” di questi gruppi. Immagini, video, dati sensibili (cioè nomi, indirizzi, numeri telefonici, dettagli sulla professione e le abitudini private, profili sui social network), informazioni in possesso degli utenti perché eredità di una vecchia storia oppure sottratte in diversi modi, pescate dai social e usate come ricatto, ottenute nei casi più inquietanti dagli stessi genitori che fanno circolare le foto dei figli.

E il caso di Desirè ne è un esempio plastico: una ragazza di soli 23 anni le cui foto sono state indebitamente prelevate dal profilo di un suo account social e utilizzate per scopi pornografici. In poche ore il suo nome, il suo volto e la sua identità erano diventati di dominio pubblico e sbattuti sui peggiori canali Telegram in cui domina la violenza verbale.

“Grazie alla mia denuncia su Facebook, una pagina è stata chiusa, ma nel frattempo le mie foto stanno girando su altri canali che sono sorti come funghi. Su Telegram ho scoperto un canale che si chiama ‘Revenge porn: la Bibbia’, un altro che si chiama ‘Stupro tua sorella’ in cui qualcuno che usa la mia foto diffonde video pornografici. C’è un altro profilo che usa il mio nome e le foto di un’altra ragazza e diffonde foto pornografiche”, racconta Desirè a TPI.

“Sono andata ai Carabinieri di San Lorenzo a Roma, i quali mi hanno detto di rivolgermi alla Polizia Postale di Roma. Sono venuta alla polizia postale e inizialmente non mi hanno fatto né entrare né parlare perché loro sono senza mascherina. ‘Non è una questione di vita o di morte’, mi è stato detto”.

Desirè prosegue il racconto: “Certo non è una questione di vita o di morte, ma sono una persona normale e non voglio che le mie foto vengano associate alla pornografia e finiscano in certe chat dove si parla di violenza. Non ho idea di chi può aver diffuso queste foto”.

“Per il momento è stato chiuso solo un profilo che avevo segnalato su Facebook, dicevano che io ero vittima di revenge porn dal mio ragazzo, ma non è assolutamente vero. Il problema è che sono usciti tanti altri profili. Al momento la Polizia Postale mi ha risposto che loro non possono fare nulla. Mi hanno detto che su Instagram la privacy è diversa ed è difficile risalire a chi ha preso le foto. In sostanza se finisco sui siti porno è un problema mio”, ha concluso Desirè.

No, il problema non è di Desirè, ma nostro. Di tutti e TPI continuerà a monitorare la vicenda cercando di sollecitare chi di dovere a prendere i necessari provvedimenti.

Nelle ultime ore, peraltro, anche personaggi famosi come il cantante Fedez hanno denunciato un gruppo simile alla Polizia postale, dopo aver ricevuto una serie di segnalazioni da parte delle vittime, che si sono rivolte a lui e alla moglie e imprenditrice Chiara Ferragni sperando che la loro enorme popolarità potesse aiutarle a ricevere l’attenzione: “Stiamo contattando la polizia postale, grazie della segnalazione ragazzi” ha risposto il rapper in un tweet. D’altronde appena un paio di giorni fa proprio una utente aveva chiesto aiuto su Twitter alla Polizia postale, segnalando il gruppo intorno al quale si è poi sviluppata l’inchiesta del magazine diretto da Federico Ferrazza.

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