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Reggio Calabria, donna ridotta in schiavitù per 20 anni: due arresti

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Hanno letteralmente ridotto in schiavitù, vessandola con violenze fisiche e sessuali, una donna per venti, lunghissimi anni fino a quando la vittima ha trovato il coraggio di denunciare la vicenda.

Le due persone arrestate all’alba di mercoledì 13 marzo dagli agenti della Polizia di Stato di Gioia Tauro sono un uomo di 70 anni, R.R., di Cittanova (RC), ed uno di 55, F.R.D., di Polistena (RC).

L’ordinanza cautelare è stata emessa dal Gip di Reggio Calabria dopo lunghe indagini condotte dal commissariato e coordinate, inizialmente, dalla Procura della Repubblica di Palmi e poi dalla Procura distrettuale di Reggio Calabria

Secondo le accuse a ridurre la donna in schiavitù è stato R.R., mentre a E.R.D. è stato contestato il reato di “atti persecutori”, in concorso con il complice.

Tutto è iniziato nel 1998 quando la donna, allora di soli 20 anni, ha conosciuto quello che sarebbe diventato il suo aguzzino in un centro per anziani della Piana di Gioia Tauro.

>>> Ragazza uccisa dal fidanzato a Messina: quei post premonitori contro la violenza sulle donne

“Sono un sociologo”. Si presentò così quell’uomo gentile e disponibile. Voleva aiutarla a curare una grave forma di anoressia da cui la giovane era affetta.

Così, piano piano, ha conquistato la fiducia della famiglia della ragazza che, solo pochi giorni dopo, sarebbe diventata la sua vittima.

Era gentile, generoso, protettivo. Ai genitori della giovane raccontò di avere conoscenze “importanti” con forze dell’ordine, politici e magistrati. Perfino con esponenti del clero.

Un piano perfetto per “illudere e soggiogare, fisicamente e psicologicamente” la giovane, come scritto dal Gip di Reggio Calabria nell’ordinanza, “sino ad annullarne la forza di volontà, in quanto intimorita dalle possibili ripercussioni qualora non avesse assecondato le richieste del suo persecutore”.

Richieste che, ben presto, sono degenerate in “gravi violenze fisiche” e “pretese di prestazioni di natura sessuale, sovente ottenute in maniera violenta”.

Durante i vent’anni di soprusi la vittima è stata costretta ad una “cruenta interruzione di gravidanza”, attraverso “un’operazione clandestina condotta senza alcuna precauzione per la salute della donna”.

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