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Lettera ad Antonio, vittima di un prete pedofilo

Immagine di copertina
Credit: Afp/Philippe Lissac/Godong/Leemage

“E prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli, e disse: prendetene e mangiatene tutti, questo è il mio corpo”. Apertura e accoglienza, affidamento reciproco che in questi giorni di passione e rinascita, in un momento così delicato, risuonano forti nelle nostre coscienze. Eppure, talvolta, anche un incastro così viscerale può trasformarsi in un vero e proprio incubo.

Così è stato per te, caro Antonio – nome di fantasia -, e solo adesso che hai 22 anni trovi il coraggio di estrarre demoni chissà quanto profondi. E chissà quanta fatica ti sarà costata vomitare delusioni e schifo per quel mondo che tanto sentivi tuo.

E scavare pensieri, parole e scuse e sensi di colpa ingiusti da servire su un vassoio sporco ai tuoi genitori, che non appena saputo hanno fatto in modo di ricucire uno squarcio apparentemente irreparabile.

Perché ci sono uomini e poi ci sono bestie, Antonio. Come quella che dal 2011 ha abusato sessualmente e psicologicamente di te per più di due anni, quando invece era stata scelta per guidarti nella formazione del seminario che, insieme a tanti altri minori, ti stava accompagnando nel cammino che con orgoglio e decisione avevi scelto perché sentivi ormai tuo. Oggi non più.

Avvertita la diocesi e il padre spirituale minore, attraverso l’arcivescovo Sepe, il tuo aguzzino è stato trasferito nella diocesi di Caserta e sono state avviate due procedure, una ecclesiastica ed una presso la procura di Napoli.

È stato un processo lungo e duro, tortuoso e all’ombra, fatto di tanti ascolti e troppe negligenze. Poi finalmente è arrivata una luce: quella di don D’Onofrio, psicoterapeuta esperto di vittime di abusi, che diversamente da altri non ti ha raccontato il “perdono” come unica cura possibile.

Ne parla Il faro di Roma e io neanche riesco a leggere tutto, perché non posso e non voglio immaginare che gusto abbia il tradimento più profondo. Quello che si impone di rovesciare l’Amore come un calzino per poi masticarlo e sputarlo via come una chewing-gum consumata, insipida, pietrificata.

Però venticinque abbracci, Antonio, ti darei. Venticinque succhi d’arancia sotto il sole della costiera. Venticinque libri scambiati, chissà quali sceglieresti e chissà quali sceglierei. Venticinque idee e sogni condivisi, che così fanno cinquanta sogni e cinquanta idee in tutto, magari davanti a venticinque pizze. Come venticinque sono le patologie che ti tormentano, diagnosticate chiare e precise, a voce alta e inchiostro scuro: anoressia, insonnia, attacchi d’ansia, orticaria, incubi notturni, dolori muscolari.

È ciò che per primo si è infilato nel tuo bagaglio di quattordicenne, così gonfio di schifo che don C. ha dovuto sedercisi sopra per schiacciarlo e tenerlo chiuso tutto questo tempo. Oggi quel bagaglio, grazie proprio a te, ha trovato la forza di scoperchiarsi e buttare tutto all’aria per rimettere ordine.

La speranza è che salti fuori in mezzo a tante pieghe storte anche la responsabilità di chi, in questi ultimi cinque anni, avrebbe dovuto accorgersi e prendere provvedimenti. Quella giustizia prima in terra che in Cielo, perché solo così potrai guarire davvero. E noi con te. Finalmente più leggeri.

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