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Omicidio Vannini, la Cassazione dispone un appello bis

In arrivo la decisione dei giudici della prima sezione penale della Suprema Corte

Di Niccolò Di Francesco
Pubblicato il 7 Feb. 2020 alle 15:26 Aggiornato il 7 Feb. 2020 alle 21:07
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Omicidio Vannini, attesa la sentenza della Cassazione. Pg: “Riaprire processo, Ciontoli reticenti con soccorsi”

Ci sarà un appello bis per l’omicidio di Marco Vannini, il giovane ucciso da un colpo di pistola a maggio 2015 mentre era a casa della fidanzata a Ladispoli, sul litorale romano. Lo ha deciso oggi, venerdì 7 febbraio, la Cassazione disponendo un nuovo processo d’appello per tutta la famiglia di Antonio Ciontoli, principale imputato dell’omicidio.

I giudici hanno quindi disposto un nuovo processo d’appello per Antonio Ciontoli, principale imputato dell’omicidio, condannato in appello a cinque anni con una importante riduzione rispetto ai 14 comminati dai giudici di primo grado, per Maria Pezzillo, moglie di Ciontoli, e per i loro figli Federico e Martina, condannati a 3 anni. Respinta la richiesta dell’imputato, che puntava a un ulteriore sconto di pena.

La Corte ha accolto la richiesta del procuratore generale Elisabetta Cennicola di annullare la sentenza di secondo grado con cui, derubricato il reato di omicidio volontario in colposo, Ciontoli si è visto ridurre la pena da 14 a 5 anni di reclusione, mentre per gli altri imputati sono state confermate le condanne a 3 anni.

Per Cennicola quello di Marco Vannini fu un omicidio volontario e non un incidente: per questo è stato chiesto un appello bis.

Al padre della fidanzata, Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina, non sfuggì per errore un colpo di pistola, ma sparò per uccidere. E tanto la moglie Maria Pezzillo quanto i figli, Martina e Federico, anziché prestare soccorso alla vittima, cercarono solo di nascondere l’accaduto, persero tempo e con questa condotta condannarono Marco a morte.

Il caso

A ricorrere alla Cassazione per il caso dell’omicidio Vannini erano stati sia gli avvocati difensori della famiglia Ciontoli sia il pubblico ministero, il quale nel corso della mattinata ha chiesto l’annullamento della sentenza della Corte d’Appello e l’avvio di un nuovo processo per la vicenda definita “gravissima e quasi disumana”.

Per il procuratore generale della Cassazione sono da annullare anche le condanne a tre anni di reclusione per i familiari di Ciontoli, moglie e due figli. In Appello l’omicidio volontario era stato derubricato in omicidio colposo.

“Marco Vannini non è morto per un colpo di arma da fuoco, ma è morto per un ritardo di 110 minuti nei soccorsi” da parte della famiglia Ciontoli, ha detto il Pg della Cassazione, Elisabetta Ceniccola, nella sua requisitoria.

“Antonio Ciontoli ha ottenuto l’adesione di tutta la sua famiglia per evitare effetti dannosi sul suo lavoro dopo aver sparato un colpo di pistola a Marco Vannini, il fidanzato di sua figlia, nella abitazione di Ladispoli il 18 maggio 2015″, ha aggiunto.”Ciontoli e tutti i suoi familiari, la moglie e i due figli, erano in grado di capire che un proiettile lasciato in un corpo umano lo avrebbe portato alla morte. Per ben 110 minuti hanno mantenuto una condotta reticente e omissiva parlando al telefono con gli operatori del soccorso”, ha spiegato.

“Ciontoli ha seguito passo per passo l’agonia di Marco Vannini, pensando solo a salvare il suo posto di lavoro”, ha sottolineato nella sua arringa il professore Franco Coppi, legale di parte civile dei familiari di Marco Vannini. “La morte del ragazzo avrebbe portato via l’unico testimone di quello che è successo nell’abitazione di Ladispoli”. Coppi ha ricordato che Vannini “è stato colpito da un’arma micidiale, lo sparo gli ha trapassato cuore e polmone, e una costola, e si è fermato sotto i muscoli del petto”. “Il cuore di Marco ha continuato a pompare sangue fino alla fine, si sarebbe salvato se lo avessero soccorso, come ha riconosciuto con onestà lo stesso consulente della difesa”, ha aggiunto.

L’omicidio Marco Vannini: la ricostruzione

È il 17 maggio del 2015 quando Marco Vannini muore per dissanguamento in seguito a un colpo d’arma da fuoco sparato a bruciapelo. Nonostante i due gradi di giudizio, le dinamiche dell’omicidio non sono state ancora del tutto chiarite.

Omicidio Marco Vannini: i dubbi e le incongruenze mai chiarite sulla morte del giovane di Ladispoli

Di certo c’è che, al momento del ferimento, Marco Vannini si trova a casa della sua fidanzata Martina a Ladispoli, in provincia di Roma. Qui, viene ferito da un colpo d’arma da fuoco, che lo colpisce al cuore e al polmone.

A sparare è Antonio Ciontoli, un sottufficiale della Marina militare distaccato ai Servizi Segreti, il quale afferma che stava pulendo la pistola quando è partito per sbaglio un colpo, che ha ferito mortalmente Vannini.

Tuttavia, i Ciontoli chiamano i soccorsi solamente dopo due ore e ai sanitari del 118 prima dicono che la vittima è scivolata, poi che si è ferita con un pettine.

I riflettori sulla vicenda si accendono anche grazie a Chi l’ha visto?, che in più di una puntata si occupa dell’omicidio Vannini. Ospite di Federica Sciarelli, la madre di Marco Vannini punta il dito contro la famiglia Ciontoli affermando: “I Ciontoli hanno avuto tutto il tempo di prepararsi. Queste indagini non sono partite bene e gli sono state regalate troppe cose a questa famiglia. L’unica preoccupazione di quella famiglia era che il padre perdesse il suo posto di lavoro a Palazzo Chigi”.

Nel 2016 inizia il processo di primo grado, che si conclude il 18 aprile con le condanne per Antonio Ciontoli a 14 anni di reclusione per omicidio volontario e a 3 anni per la moglie e i figli per omicidio colposo.

Tuttavia, il 29 gennaio 2019, la Corte d’Appello ribalta la sentenza di primo grado e stabilisce che l’omicidio Vannini è colposo e non volontario, accogliendo in parte la tesi della difesa. La condanna di Antonio Ciontoli, quindi, si riduce da 14 a 5 anni di reclusione, mentre le condanne a 3 anni per la moglie e i figli vengono confermate.

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Alla lettura della sentenza, i familiari di Marco Vannini hanno protestato urlando “Vergogna” contro i giudici.

“Uno Stato che consente di uccidere un suo ragazzo senza che di fatto i suoi assassini vengano puniti non è uno Stato di diritto ma è uno Stato in cui la giustizia oramai è morta”: sono state le dichiarazioni a caldo di Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri, la cittadina doveva viveva Marco Vannini.

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