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Omicidio Lecce, la confessione di Antonio De Marco: “Sì, sono stato io. Erano troppo felici”

Di Clarissa Valia
Pubblicato il 29 Set. 2020 alle 14:31 Aggiornato il 29 Set. 2020 alle 15:31
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Immagine di copertina
Antonio De Marco

Omicidio Lecce, il duplice omicidio di Daniele De Santis ed Eleonora Manta

Ha confessato, Antonio De Marco, il 21enne studente di Scienze infermieristiche arrestato lunedì sera, 28 settembre, per il duplice omicidio del giovane arbitro Daniele De Santis e della sua compagna Eleonora Manta, uccisi con decine di coltellate nella casa dove si erano trasferiti il 21 settembre scorso a Lecce.

“Sì, sono stato io”, ha ammesso De Marco. Secondo quanto dichiarato dai carabinieri in conferenza stampa, il giovane inquilino di una delle stanze dell’appartamento di via Montello, era invidioso dei due fidanzati. Agli investigatori avrebbe detto “Ho fatto una cavolata. So di aver sbagliato. Li ho uccisi perché erano troppi felici e per questo mi è montata la rabbia”.

Il 21enne fermato è di Casarano, paese della provincia, ma fino allo scorso agosto “era stato un coinquilino” perché aveva vissuto in una delle stanze della casa di via Montello. Dalle indagini dei carabinieri è emerso che De Marco avrebbe progettato di immobilizzare i due fidanzati per seviziarli e, infine, di lasciare una scritta a suggello del suo gesto.

La frase sulla vendetta postata su Facebook – Dalle prime ricostruzioni del delitto è trapelata una frase: “Desiderio di vendetta, un piatto da servire freddo. È vero che la vendetta non risolve il problema, ma per pochi istanti ti rende soddisfatto”. Una frase che De Marco avrebbe letto in un sito internet di temi psicologici, condivisa poi su Facebook il 3 luglio scorso e che avrebbe fatto propria. Per poi convincersi a compiere il duplice omicidio a lungo premeditato.

Gli oggetti e la programmazione – “La premeditazione del delitto risulta comprovata dai numerosi oggetti rinvenuti sul luogo del delitto (abitazione delle vittime e piazzale condominiale), in particolare il cappuccio ricavato da un paio di calze di nylon da donna, le striscette stringitubo, i cinque foglietti manoscritti in cui è decritto con inquietante meticolosità il ‘cronoprogramma dei lavorì (pulizia… acqua bollente.. candeggina… soda)”. Lo scrive nel decreto di fermo il pubblico ministero Maria Consolata Moschettini riferendosi a un condotta criminosa dell’omicida, “estrinsecatasi nell’inflizione di notevole numero di colpi inferti anche in zone non vitali (il volto di Daniele De Santis)”.

“Alle 20.47 del 21 settembre è stato effettuato uno screenshot ritraente la schermata dello schermo bloccato. Avendo rinvenuto il dispositivo in questione nel locale cucina, sporco di sangue – scrive il sostituto procuratore – si può desumere che Daniele, dopo essere stato ferito, abbia tentato invano di chiamare aiuto mediante il telefono, ma di fatto non sia riuscito a sbloccare il dispositivo e, nello stringere in mano lo smartphone, abbia schiacciato involontariamente i pulsanti che hanno eseguito lo screenshot in questione”.

“L’arrestato ha un indole violenta, non ha avuto nessuna pietà”, si legge nel decreto di fermo. “Il delitto è stato realizzato con spietatezza e in assenza di compassione per mero compiacimento sadico, il killer è insensibile a ogni richiamo di umanità”. Il delitto si è consumato in un “contesto di macabra ritualità“.

“Nonostante le ripetute invocazioni a fermarsi urlate dalle vittime l’indagato proseguiva nell’azione meticolosamente programmata inseguendole per casa , raggiungendole all’esterno senza mai fermarsi. La condotta criminosa, estrinsecatasi nell’inflizione di un notevole numero di colpi inferti anche in parti non vitali (il volto di De Santis) e quindi non necessari per la consumazione del reato, appare sintomatico di un’indole particolarmente violenta, insensibile ad ogni richiamo umanitario”.

Il testimone – “Poco dopo – afferma una testimone, che aveva osservato il crimine dallo spioncino della propria porta d’ingresso dopo aver sentito delle urla – notavo una figura che si trascinava sulle scale, non capivo chi potesse essere. In tale frangente notavo una persona che si avvicinava e lo colpiva più volte e sentivo la persona per terra che implorava il soggetto che lo stava colpendo dicendogli più volte ‘basta, basta, basta!’”.

“Subito dopo – prosegue la testimone – sempre dallo spioncino, ho notato questa figura, con passo normale e apparentemente tranquillo, che scendeva le scale. Lo stesso indossava una felpa nera, presumo che teneva il cappuccio poiché ho visto l’intera figura scura, aveva uno zainetto sulle spalle di colore giallo con degli inserti grigio/argento. Penso che poteva essere alto circa 1,75 metri, di corporatura normale anche se ho notato che aveva dalle spalle larghe”.

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