A Milano polmoniti sospette nei bambini già da gennaio: “Il Coronavirus potrebbe essersi diffuso prima tra i più piccoli”

L'ipotesi avanzata dall'ospedale pediatrico Buzzi potrebbe riscrivere la storia dell'epidemia di Covid-19 in Italia

Di Niccolò Di Francesco
Pubblicato il 30 Apr. 2020 alle 08:58
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Milano, a gennaio polmoniti sospette nei bambini: è stato l’inizio dell’epidemia di Coronavirus Italia?

E se l’epidemia di Coronavirus in Italia fosse iniziata i primi di gennaio quando a Milano sono state registrate numerose polmoniti sospette nei bambini? È la domanda che si sono posti all’ospedale Buzzi, alla luce anche delle indagini della task force sanitaria della Lombardia, che colloca i primi contagi di Covid-19 al 26 gennaio, un mese prima della scoperta del “paziente 1” di Codogno. Che il virus sia approdato in Lombardia ben prima del 21 febbraio, quando appunto è emerso il primo caso autoctono di Coronavirus in Italia, è ormai cosa certa. Che a “diffonderlo” potrebbero essere stati dei bambini, però, è un’assoluta novità.

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Guardando ai mesi passati e alla luce di ciò che è accaduto nelle ultime settimane in Italia e soprattutto in Lombardia, molti pediatri ricordano, come svelato al Corriere della Sera dal direttore responsabile della Pediatria e del pronto soccorso pediatrico Buzzi di Milano, Vincenzo Zuccotti, “quadri clinici a cui non si riusciva a dare nome e cognome”. Zuccotti ricorda “Tosse e febbre che non passavano mai” aggiungendo “Penso che l’epidemia possa essere partita prima in età pediatrica”. Per verificar se la percentuale di chi ha sviluppato gli anticorpi sia più altra rispetto ai reparti dove si trovano gli adulti, il primario sta sottoponendo il personale dell’area pediatrica al test seriologico. Una conferma di un numero elevato di polmoniti sospette registrate nei bambini a inizio gennaio arriva anche da Silvia Decarlis, pediatra che ha uno studio nella zona Sud di Milano, la quale ricorda diversi piccoli pazienti con polmoniti dallo strano decorso. Secondo la dottoressa, però, i bambini potrebbero essere anche stati contagiati dai genitori, che hanno continuato a lavorare anche dopo la chiusura delle scuole.

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