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“La Calabria non è l’Africa, è peggio. Essere malati oncologici qui è un calvario”: il racconto di Fiorenza

La signora Fiorenza racconta a TPI la sua esperienza di malata oncologica in Calabria, anche al tempo del Covid

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 13 Nov. 2020 alle 13:42
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“Vivo in un piccolo paesino della Calabria, qui, nel giro di 80 km, non abbiamo un ospedale. Quello più vicino è a Paola. Anche in caso di urgenza noi non abbiamo più un ospedale che possa riceverci”. Con grande razionalità e dignità, la signora Fiorenza (nome di fantasia ndr.) racconta a TPI la sua esperienza di malata oncologica in Calabria, anche al tempo del Covid.

“Tra l’altro il reparto di oncologia di Paola”, prosegue Fiorenza, “è un distaccamento e non un vero e proprio reparto, nel senso che alle 5 del pomeriggio, finite le terapie, chiude. Operazioni e altro bisogna farle a Cosenza. Per un malato oncologico in Calabria la vita è in realtà una via crucis: la risonanza la fanno in un ospedale, la tac in un altro, la chemio a Paola, e la radioterapia vicino Cosenza. Non abbiamo un vero ospedale oncologico. Ora probabilmente i medici di oncologia dell’ospedale di Cosenza rischiano di essere trasferiti nel pronto soccorso perché c’è carenza di medici per il Covid. Questo inciderebbe tantissimo anche sulla sicurezza e sulla serenità dei pazienti oncologici. Siamo soggetti in fragilità”.

Riuscire a essere seguiti e curati con una patologia del genere in Calabria sembra davvero complicato e la pandemia di Covid-19 ha dato l’ultimo colpo di grazia a un comparto, quello della Sanità, già in ginocchio da anni: “Le terapie, durante il Covid, si fanno sì con le mascherine, ma in una stanza piccola con altre tre persone. Non il massimo della sicurezza”, racconta Fiorenza. “Ho inizio la terapia a maggio, quando il Covid iniziava ad acquietarsi, d’inverno non oso immaginare cosa possa succedere. Sto aspettando di fare una tac in una clinica convenzionata ma l’esame mi è stato rinviato perché si è rotto un macchinario”.

Le cose non sono certamente rosee all’ospedale di Cosenza, dove visite importanti vengono rimandate senza troppi indugi: “Mi è stata rinviata una visita chirurgica, nonostante fossero segnalate sospette metastasi al fegato. Dall’ambulatorio dell’ospedale mi hanno chiamato e rinviato a data da destinarsi. Volevo far leggere le tac a un bravo chirurgo ma non è stato possibile. Hanno chiuso gli ambulatori con questa sorta di editto di Spirlì”.

Dal 31 ottobre 2020 a tutto il 24 novembre l’ordinanza, sottoscritta dal presidente della Regione Antonino Spirlì “dispone la sospensione, all’interno delle strutture ospedaliere pubbliche, delle attività ambulatoriali per prestazioni specialistiche con classe di priorità D (Differibile) e P (Programmata), come definite dal Pngla 2019-2021, di cui all’Intesa Stato-Regioni 21.02.2019. Sono fatte salve le prestazioni ambulatoriali recanti motivazioni d’urgenza, nonché quelle di dialisi, di Pet/Tc, di radioterapia e quelle oncologiche-chemioterapiche, le prestazioni relative alla gravidanza a rischio e/o a termine ed i follow up non differibili. Sono fatti salvi, altresì, gli screening oncologici all’interno dei programmi organizzati, le prestazioni di ostetricia e ginecologia riportate in allegato 1 all’ordinanza 29/2020, gli esami, le visite ed ogni altra prestazione connessa alla procreazione, alla nascita e alla diagnosi prenatale e al parto, le visite cardiologiche, le sedute di vaccinazione, le donazioni di sangue”.

Peccato che per la signora Fiorenza la sua visita non venga considerata urgente. “Secondo l’ordinanza, restano aperti gli ambulatori per le urgenze, sulla mia non c’era. Quando viene segnalata l’urgenza bisogna prendere l’appuntamento entro 3 giorni. Ma è noto che i pc si bloccano con troppe urgenze e superano questo scoglio togliendo l’urgenza e mettendo visita ordinaria su molte richieste”.

Peccato che il cancro non aspetti il Covid, né le disponibilità degli ambulatori, così già in passato la signora Fiorenza è dovuta andare a curarsi fuori regione: “Mesi fa sono dovuta espatriare in Basilicata. In Calabria ero finita in una storia surreale, con analisi non chiare e costretta a fare in un mese ben tre risonanze a contrasto. Sono entrata in ospedale quando hanno chiuso gli ambulatori, mi hanno fatto una veloce ecografia, ma dopo 15 giorni non mi hanno fatto sapere nulla. Ho chiamato in Basilicata e loro hanno accettato di ricoverarmi e hanno verificato la presenza di queste metastasi al fegato. Una situazione di calvario e disagio per noi pazienti oncologici, aggravata dalla pandemia. La Calabria non è l’Africa, è peggio. Qui c’è l illusione di stare in Italia, ma la Calabria non è Italia”.

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