La maturità si dimostra solo in un’aula d’esame?
Riceviamo e pubblichiamo il racconto dell’iniziativa organizzata e vissuta da due giovani maturandi, Maira Guarino, e Antonio Serpico con ringraziamento ai ragazzi della 5G che li hanno supportati.
L’8 giugno, primo giorno di “non scuola”, abbiamo scelto di fare qualcosa di diverso: donare il sangue. Un gesto semplice, ma che per noi ha rappresentato il modo più autentico di entrare nell’età adulta. Per mesi ci siamo preparati all’Esame di Maturità. Abbiamo studiato storia, letteratura, scienze e filosofia. Tra le pagine affrontate durante l’anno, una domanda di Immanuel Kant ci ha accompagnati più di altre: che valore ha un’azione morale se non è orientata al bene dell’altro? Un interrogativo che ci ha portati a riflettere sul senso concreto della solidarietà e del vivere in comunità.
L’idea di questa iniziativa, però, non nasce da un libro. Nasce da una consapevolezza molto più immediata: il pregiudizio che ancora circonda i giovani quando si parla di impegno civile e responsabilità sociale. Da qui la decisione di rispondere con un gesto concreto.
Nel primo giorno dopo la fine della scuola, che per molti coincide con la festa o con lo studio in vista della maturità, abbiamo scelto di vivere quel tempo in modo diverso: donando il sangue, e trasformando un momento personale in un gesto concreto verso la comunità.
Grazie al prezioso supporto di Adriana Mincione, la nostra preside, dell’UNICEF e all’aiuto di Emilia Narciso, che ci ha accompagnati nell’organizzazione dell’iniziativa, siamo entrati in contatto con la Casa del Donatore. Ad accoglierci abbiamo trovato la direttrice del centro, Emiliana Gemellini, insieme alla dott.ssa Giuditta della Corte e all’infermiere Filippo Capasso, che con grande professionalità e sensibilità ci hanno guidati passo dopo passo in ogni fase dell’esperienza. La loro presenza ha reso tutto più sereno, trasformando anche l’emozione iniziale in fiducia.
In questo contesto, il momento è stato arricchito anche dall’intervento di don Francesco Cuciniello, sacerdote del territorio, che ci ha rivolto un discorso sul significato profondo del dono. Ha ricordato come donare non significhi perdere qualcosa, ma riconoscere che la vita acquista senso solo quando diventa apertura verso l’altro. Citando anche Papa Francesco, ci ha richiamati all’idea che “la cultura dello scarto si supera solo con la cultura dell’incontro”, invitandoci a costruire legami e comunità attraverso piccoli gesti concreti di solidarietà.
Accanto a noi abbiamo avuto anche gli amici della nostra Radio Fermi, che hanno raccontato e documentato l’esperienza, contribuendo a renderla ancora più viva e condivisa. Grazie al loro lavoro, infatti, ciò che abbiamo vissuto può arrivare anche ai nostri coetanei, che attraverso la radio, i profili social e i vari contenuti potranno conoscere e avvicinarsi a questa iniziativa, rendendola così un’esperienza non solo nostra ma condivisa e accessibile a tutti.
La mattina dell’8 giugno ci siamo ritrovati alle 9. C’era emozione, curiosità e anche un po’ di tensione per chi affrontava la sua prima donazione. Ad accoglierci abbiamo trovato persone che ogni giorno dedicano il proprio tempo agli altri e che ci hanno raccontato una realtà spesso poco conosciuta: la carenza di donatori tra i 18 e i 35 anni. È stato un dato che ci ha colpiti profondamente. Il sangue, infatti, è un farmaco unico: non può essere prodotto in laboratorio né sostituito artificialmente. Per questo ogni donazione è insostituibile e può fare la differenza tra la vita e la morte. Donare significa garantire cure, interventi e speranza a chi ne ha bisogno.
In questo contesto abbiamo letto una frase scritta sul muro della Casa del Donatore che ci ha colpiti particolarmente: “Il valore di una persona risiede in ciò che è capace di dare e non in ciò che è capace di prendere” — Albert Einstein. Un pensiero che ha dato ancora più senso a ciò che stavamo vivendo.
La donazione, per molti di noi, poteva sembrare un’esperienza difficile o persino spaventosa. In realtà non lo è: non deve fare paura. È un gesto semplice, sicuro e accompagnato passo dopo passo da personale competente e disponibile. Un gesto che, una volta vissuto, si rivela molto più naturale di quanto si creda.
Al nostro fianco, in questa giornata, abbiamo avuto anche i nostri professori, protagonisti silenziosi ma fondamentali di una delle lezioni più significative del nostro percorso: credere nei propri alunni e accompagnarli oltre le mura di un edificio scolastico. Tra i docenti presenti, la professoressa Maria Sapio, la professoressa Silvana Pernisi, il professor Luca Ferri e il professor Gianpaolo Bortone, che con la loro presenza hanno reso ancora più evidente il senso di comunità e continuità educativa.
Questa esperienza ci ha lasciato molto più di quanto immaginassimo. Ci ha ricordato che la solidarietà non è un concetto astratto, ma una scelta concreta che si misura nelle azioni quotidiane. Per questo il nostro desiderio va oltre la giornata di oggi. Vorremmo che questa iniziativa diventasse una tradizione, capace di coinvolgere sempre più ragazzi in tutta Italia. Immaginiamo un futuro in cui il primo giorno di “non scuola” non sia soltanto la fine di un percorso, ma anche l’inizio di un impegno: quello di dedicare un piccolo gesto agli altri.
Forse la maturità non si misura soltanto davanti a una commissione d’esame. Forse si misura anche nella capacità di comprendere che facciamo parte di una comunità e che ognuno di noi può contribuire, nel proprio piccolo, a renderla migliore. Noi abbiamo scelto di iniziare così.