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Lo psicoterapeuta Matteo Lancini a TPI: “La rabbia dei giovani ha a che fare con la paura di non essere visti”

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“Proponiamo ai ragazzi un patto terribile: ti ascolto purché tu non rompa mai le scatole. La violenza è ingiustificabile. Ma l’adolescenza è l’età in cui le emozioni inespresse rischiano di diventare agito. Basterebbe ascoltarli, invece di continuare a soffocare le loro lamentele o dare loro etichette in base agli interessi politici o emotivi degli adulti"

Psicologo e psicoterapeuta, Matteo Lancini presiede la Fondazione Minotauro di Milano, insegna all’Università Milano-Bicocca e alla Cattolica. Il suo ultimo libro, uscito quest’anno per Einaudi, si intitola “A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni”. Proprio a lui abbiamo chiesto una lettura del disagio giovanile diversa dalla chiave politica e sociale delle proteste di piazza.
Ogni generazione di adulti ha faticato ad affrontare la rabbia dei figli. Che cosa c’è di nuovo, oggi?
«Una volta si cresceva per trasgressione e opposizione. L’adolescenza era un conflitto contro le istituzioni e l’autorità. Oggi la trasgressione è scomparsa, si cresce per delusione, per sottrazione, con un senso di assenza di prospettive. Non che in passato il futuro fosse sempre roseo, ma oggi domina il disincanto».
Ci fa un esempio?
«I consumi odierni di cannabinoidi sono pari a quelli di 30 anni fa, eppure il significato è diverso. Allora era un comportamento trasgressivo, adesso è un anestetico, un rimedio contro la noia e la tristezza, come ci dicono i ragazzi stessi e come mostrano i dati sull’abuso dei farmaci. I comportamenti possono essere simili, ma cambia il significato affettivo della trama. Salvo qualche movimento di giovani adulti, non si tratta più di un conflitto, né sociale né politico. Sono emozioni che non hanno potuto essere vissute perché non devono disturbare gli adulti. In una società in cui si è sdoganato tutto, senza vergogna, dove la violenza è sempre più presente, ci si racconta che il problema sono le nuove generazioni che hanno avuto troppo».
Non è d’accordo?
«Ascoltiamo le nuove generazioni più di quanto siamo stati ascoltati noi, ma in realtà abbiamo fatto sottoscrivere loro un patto terribile: ti ascolto, purché tu non rompa mai le scatole, purché tu non provi paura, tristezza, rabbia e non mi costringa a fare i conti con tutto questo. La violenza è ingiustificabile. Ma l’adolescenza è l’età dove le emozioni che non hai espresso rischiano di diventare agito e spesso lo diventano per non impazzire di dolore. Basterebbe ascoltare i ragazzi, invece di continuare a soffocare le loro lamentele o dare loro etichette in base agli interessi politici o emotivi degli adulti».
Che cosa distingue un ascolto autentico?
«È quello che tollera le emozioni dei ragazzi quando le esprimono. Vuol dire saper “marcare” quelle emozioni».
Ci fa un altro esempio?
«Una bambina vede un cane e dice alla mamma che ha paura. Lei, invece di approfondire con la figlia, le risponde che non deve aver paura perché “il cane è buono”. Anche la padrona dell’animale le dice: “Vedi? È buono”. Dovremmo consentire al bambino di esprimere anche le emozioni che ci disturbano, invece di ignorarle».
Come?
«Bisogna legittimare emozioni come la paura, la tristezza e la rabbia perché sono quelle che garantiscono la sopravvivenza della specie umana. Oggi se un alunno spinge una compagna a scuola, viene subito etichettato come violento mentre la mia maestra conteneva la rabbia e la marcava come emozione costitutiva dell’essere umano. Il che non vuol dire che ai miei tempi ci dicessero: “Vai avanti, continua così”. Ma mancano adulti che siano in grado, non solo di ascoltare, ma di “marcare” quelle emozioni. È l’altra faccia del patto».
Quale?
«Ti ascolto ma poi faccio quello che voglio. Abbiamo disboscato il pianeta, plastificato i mari, giocato d’azzardo con il debito pubblico sulla pelle dei ragazzi, tollerato l’uccisione di bambini in oltre 50 guerre in corso nel mondo e le risse tra politici in diretta tv e poi, anche con il contributo di alcuni miei colleghi, vogliamo attribuire la violenza giovanile ai videogiochi, ai social e ai trapper. All’inizio ridevo, oggi piango tutte le sere perché gli adulti non si rendono conto di aver creato una società individualista e violenta, dove conta solo il sé».
Quali misure proporrebbe?
«Le ho presentate due settimane fa in un’audizione alla Commissione Cultura della Camera, ma non le adotterà nessuno. L’emergenza vera è la scuola, l’unica istituzione che funziona ancora come nel 1923, uguale e inamovibile, nonostante l’impegno di dirigenti e insegnanti. Leader di partiti importanti mi hanno confidato che chi tocca la scuola perde le elezioni, mentre parlare dei social le fa vincere».
Vietarli ai ragazzi è la strada giusta?
«I social sono ormai parte della vita, ma se ne parla male solo quando li usano i giovani. Chiudiamo piuttosto i gruppi WhatsApp dei genitori, che in Italia hanno contribuito alla diffusione del cyberbullismo, e torniamo agli incontri veri a scuola, non online, tra insegnanti e famiglie, vietiamo poi di riprendere figli e studenti alle recite fino a 13 anni per contrastare la società della pornografia delle emozioni. Questi sono provvedimenti che potrebbero essere attuati subito».
Anche il divieto dei social per età.
«È solo uno spot, una trovata di marketing politico. Se lo Stato italiano volesse, domani potrebbe vietare i social a tutti, scatenando ovvie proteste contro i limiti alla libertà di espressione. Quello che invece non può fare è decidere a che età si possano usare o meno. L’Australia, che ha approvato per prima il divieto, non sa come applicarlo. Cominciamo piuttosto, noi genitori, a vietarci di geolocalizzare i nostri figli, riconsegnando il corpo alla società. Da anni, se un adolescente gioca a pallone in una piazza, chiamano la polizia locale perché disturba il vicinato. Siamo una società bulimica: l’adulto non vuole rinunciare a niente, non lascerà un’eredità ai ragazzi, ma vuole togliere loro anche Internet, i social e l’intelligenza artificiale, usandoli per tenerli sotto controllo, dicendo che così staranno meglio. Ma in questo modo i giovani crescono sotto il sequestro delle esigenze degli adulti».
L’I.A. dà ragione a tutti: contiene la rabbia o la alimenta?
«I ragazzi che seguiamo ci dicono che a volte li aiuta a riconoscere le emozioni. È terribile dirlo, ma a quell’età, se hai paura o pensi al suicidio, in giro non ne puoi parlare, perché gli adulti si negano. L’I.A. rende pensabili quelle emozioni e svolge la funzione materna che noi non vogliamo svolgere. Poi, se un ragazzo si toglie la vita, l’adulto dà la colpa all’I.A. invece di chiedersi perché a scuola e in famiglia non se ne parla mai. È un’architettura perfetta: l’adulto non è in grado di stare sulle emozioni e le esigenze evolutive delle nuove generazioni, allora in una società iperconnessa i ragazzi vanno online a risolvere il problema e la colpa alla fine è di Internet».
Il dibattito politico vede gli scontri anche come un problema di integrazione. Quanto pesa il sentirsi, o non sentirsi, italiani per i giovani nati qui da genitori immigrati?
«È una variabile molto complessa, che coinvolge prime e seconde generazioni e vari aspetti culturali. Ma per come la vedo io, psicologicamente, il disagio è trasversale: i ragazzi fermati durante gli scontri non erano certo tutti di origine straniera. C’è una narrazione che sposta un po’ il tema ed è difficile parlarne: sulla sicurezza si giocano tutte le elezioni. Detto questo, esistono delle novità, legate a certe periferie e a certi modi di non essere visti: questi ragazzi scendono nei luoghi che simboleggiano la ricchezza, a Milano a piazza Gae Aulenti, a Brescia a piazza della Vittoria, per farsi vedere e anche per fare paura. Credo che in molti la rabbia abbia a che fare con una paura, non solo con la marginalità: la paura di non essere visti».
Lei invita gli adulti a chiedersi “lo faccio per me o per te?”. Ci riesce, da genitore?
«No. È molto difficile essere nella vita quotidiana quello che sai che dovresti essere, soprattutto sul piano emotivo, dove ognuno ha messo al centro se stesso. Però ci provo ogni giorno e capisco che tanti provvedimenti partono da un’intenzione benevola verso i tuoi figli, i tuoi studenti, ma appena ti fermi ti accorgi che li stai facendo per te. Capisco anche che chiedere ai genitori di smetterla di pensare di aver ascoltato i figli più che in passato e di rendersi conto della società che hanno costruito, non sia facile: un adulto così autocentrato non è mai esistito. Lo vedo tutti i giorni, ma non mollo. Il Minotauro fa 80, 90 colloqui al giorno e i genitori sono i nostri principali alleati. La mia non è una critica ma la ricerca di un adulto che sappia vedere le proprie fragilità e riconoscerle, perché se le riconosci, forse, prevarichi un po’ meno i tuoi figli».

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