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Cos’è il fenomeno “Hate Speech” e come si manifesta in Italia su Twitter: il report

Di Redazione TPI
Pubblicato il 22 Giu. 2020 alle 12:54 Aggiornato il 22 Giu. 2020 alle 12:54
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Immagine di copertina

Hate Speech in Italia, l’analisi su Twitter: lo studio a cura di DataMediaHub e KPI6

DataMediaHub e KPI6 hanno svolto un’analisi sulle conversazioni su Twitter dal 25 aprile al 17 giugno per cercare di comprendere la diffusione del fenomeno che solitamente viene raccolto con la definizione “hate speech”. L’obiettivo della ricerca è di dare una dimensione (quantitativa e qualitativa) all’hate speech, così da poter analizzare il fenomeno su una base il più razionale possibile anziché, come è avvenuto sin ora, lasciando spazio a discorsi generali basati su opinioni e sentimenti personali. Il progetto nasce con l’intenzione di dare un contributo a un tema che se basato su ideologie e presupposti errati potrebbe causare danni notevoli all’ecosistema dell’informazione, nella sua accezione pi ampia.

“Anche se il nostro studio si focalizza sulle conversazioni in Italia, e in italiano, il nostro lavoro si inserisce anche in un quadro più ampio, come nel caso della proposta di legge francese, fortunatamente respinta dal tribunale d’oltralpe proprio in questi giorni. Così come avviene anche dall’altro lato dell’Oceano con i tentativi di Trump, dopo gli aspri scontri con Twitter, di modificare una sezione di una legge del 1996 che sostanzialmente dice che “i gestori” non sono responsabili dei contenuti postati dagli utenti. Norma per 24 anni ha fatto sì che chiunque oggi possa postare quello che vuole sui social, senza un controllo preventivo”, hanno spiegato i responsabili dello studio. “Se cadesse questa norma, cadrebbe Internet come lo conosciamo, e la libertà di espressione in Rete sarebbe seriamente minacciata, come avviene già oggi nei Paesi con regimi totalitari”.

Hate Speech, le categorie di discorsi d’odio

Per questo sono state esaminate sette categorie di discorsi d’odio: generici, sessismo, omofobia, razzismo, antisemitismo, discriminazione territoriale, ideologie politiche. Complessivamente sono stati identificati 679mila tweet e 263mila condivisioni, da parte di 148mila utenti unici, contenenti almeno uno dei termini sopra riportati. Si tratta solamente del 3.7% dei tweet postati nel periodo sulla piattaforma social in questione. Un elemento che fornisce una prima dimensione di quanto, in realtà, i discorsi d’odio siano assolutamente marginali rispetto al volume totale delle conversazioni su Twitter.

Altrettanto marginali sono il numero di utenti unici considerando che, stando agli ultimi dati disponibili, Twitter conta 10.5 milioni di utenti unici in Italia, dei quali 148mila sono solamente l’1.4%. Di questi la maggior parte sono insulti “generici”, così come sopra definiti, che rappresentano quasi due terzi del totale. Altro ambito nel quale si concentrano buona parte dei pochi insulti, è legato all’ideologia politica, che ha un peso di circa un quarto del totale. Seguono con un’incidenza inferiore sessismo, omofobia, e razzismo, mentre discriminazione territoriale e antisemitismo restano assolutamente marginali, come mostra l’infografica sottostante.

“Nel complesso i volumi delle conversazioni relative ad incitamento all’odio generico e quelli relativi alle ideologie politiche sono circa  681mila, mentre tutti gli altri poco più di 61mila. Il tasso di engagement di tutti i contenuti analizzati è del 0.26%. Possiamo dunque concludere che, non solo i contenuti di hate speech sono assolutamente minoritari rispetto al volume totale delle conversazioni, ma anche che il livello di coinvolgimento che generano è davvero ridotto. Questo non toglie che il sistematico utilizzo di violenza verbale da parte di alcuni soggetti, che talvolta arrivano addirittura a indicare il bersaglio da colpire, sia un fenomeno che richieda un’assunzione di responsabilità dalla quale nessuno può esimersi”.

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