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“Scrivo da un paese che non esiste più” (di G. Pansa): un pezzo di giornalismo che fece storia

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Impossibili da dimenticare sono le parole che il giornalista mise su carta, scrivendo su La Stampa come inviato due giorni dopo la tragedia del Vajont

L’articolo di Giampaolo Pansa dal Vajont che fece storia

Con la sua scomparsa, in molti hanno iniziato a scrivere il ricordo del Giampaolo Pansa giornalista ed intellettuale.

Aveva 84 anni. Il giornalista e scrittore italiano, noto per i suoi libri e le sue rubriche giornalistiche che hanno fatto la storia del giornalismo e del paese, è venuto domenica 12 gennaio 2020, a Roma.

È stato uno dei pionieri del giornalismo italiano, inviato per La Stampa, Il Giorno, Libero, Il Giornale, Il Corriere dell Sera e Repubblica – di cui era stato anche vicedirettore – e nell’ultimo periodo della sua vita proprio dalle colonne del nostro giornale, TPI, aveva provato a far rivivere anche la sua celebre rubrica, il Bestiario.

Rimane celebre un suo articolo scritto due giorni dopo la tragedia del Vajont, in quel 1963 difficile da dimenticare. Come impossibili da dimenticare sono le parole che il giornalista mise su carta, scrivendo su La Stampa come inviato da un piccolo paesino del bellunese.

Era il 1963 e si era appena consumato il disastro del Vajont. Due giorni dopo la tragedia, Giampaolo Pansa scriveva questo dalle colonne de La Stampa:

“Scrivo da un paese che non esiste più: spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d’acqua, massi e terra piombata dalla diga del Vajont. Circa tremila persone vengono date per morte o per disperse senza speranza; sino a questa sera erano stati recuperati 530 cadaveri. I feriti ricoverati a Belluno, ad Auronzo ed a Pieve sono quasi duecento.

Un tratto dell’alta valle del Piave lungo circa cinque chilometri ha cambiato volto e oggi ricorda allucinanti paesaggi lunari. Due strade statali e una ferrovia sono state distrutte; pascoli, campi e boschi sono stati ricoperti di pietre e fango. È una tragedia di proporzioni immani. Dal terremoto di Messina non si era più visto in Italia nulla di così orrendo.

Tutto è accaduto in meno di dieci minuti. Longarone è un piccolo comune della vallata del Piave, a venti chilometri da Belluno. Sino a ieri contava oltre quattromilacinquecento abitanti. Lo sovrastava una diga della Società Adriatica di Elettricità (Sade), finita di costruire nel 1960, alta 261 metri, a doppia armatura, la più alta nel suo genere in Italia e una delle più alte del mondo. (….)

«Una diga nata sfortunata – diceva oggi uno degli scampati alla sciagura -, perché si trova sotto un monte che si sfalda facilmente». (….)

Secondo voci che circolano a Belluno, due anni fa, a Pasqua, si sarebbe registrato un lieve cedimento della roccia sopra la diga, senza conseguenze. All’inizio di questo settembre, poi, un sordo boato avrebbe fatto tremare i vetri delle case di Longarone. In quella occasione la gente disse che era la montagna che si muoveva. (…) Si vedevano frane sulla montagna e alcune famiglie del comune di Erto e Casso erano state invitate a sgomberare per prudenza.

Quanto alcuni temevano è avvenuto ieri sera alle 22,35. Parte degli abitanti di Longarone già dormivano; altri s’erano raccolti nei bar, attorno ai televisori, per assistere alla partita di calcio fra il Glasgow e il Real Madrid; altri ancora si trovavano al cinema a Belluno. Ad un tratto, quelli che erano svegli udirono un sordo boato e avvertirono come un soffio fortissimo di vento che spazzava la vallata. Una enorme falda della montagna era precipitata nel bacino del Vajont.

Un’onda gigantesca si sollevò sopra la diga e tracimò, riversandosi sul corso del Piave con una violenza spaventosa. A giudicare dai segni lasciati sui versanti, doveva essere alta più di cento metri. La diga era robusta e resistette. Dopo avere raso al suolo le frazioni di Rivalta e Villanova, l’enorme massa di acqua e roccia si schiacciò contro il concentrico di Longarone e la frazione di Pirago, portandosi via case, strade, ferrovia, argine, alberi. Un istante dopo l’ondata si lanciò a valle, investì la borgata di Faè e proseguì la sua corsa rovinosa verso Belluno e Ponte nelle Alpi.

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