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La rivoluzione di papa Francesco a Genova: via il “soldato” Bagnasco, al suo posto il “fraticello” Tasca

Di Arnaldo Casali
Pubblicato il 12 Mag. 2020 alle 10:59
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Immagine di copertina
Angelo Bagnasco, papa Francesco e Marco Tasca

Nei giorni scorsi Bergoglio ha accettato le dimissioni del cardinale Angelo Bagnasco, 77 anni, e ha nominato arcivescovo di Genova al suo posto Marco Tasca, ex ministro generale dell’Ordine dei frati minori conventuali. L’avvicendamento è particolarmente significativo dell’era Bergoglio: quando è stato nominato arcivescovo di Genova, nel 2006, Bagnasco era l’ordinario militare per l’Italia, ovvero cappellano dell’esercito e in quanto tale generale di corpo d’armata. Padre Marco Tasca, invece, dopo essere stato per dodici anni a capo dell’Ordine francescano conventuale, è tornato lo scorso anno ad essere un semplice frate nel convento di Camposampiero, nella sua Padova.

Angelo Bagnasco, nato proprio a Genova, è cresciuto all’ombra del potentissimo arcivescovo Giuseppe Siri, entrato papa e uscito cardinale da ben quattro conclavi e per oltre trent’anni a capo della fazione conservatrice della Chiesa Cattolica. Docente universitario e assistente ecclesiastico di varie associazioni, nel 1998 è stato nominato da Giovanni Paolo II vescovo di Pesaro e nel 2003 è diventato Ordinario militare, ovvero vescovo dei cappellani militari. Una carica che rappresenta una grossa e discussa anomalia nei rapporti tra Stato e Chiesa.

A differenza di quanto avviene in tutti gli altri contesti – dagli ospedali alle carceri fino alla polizia – dove i cappellani sono semplici preti diocesani, l’ordinariato militare prevede che i religiosi siano integrati nell’esercito con tanto di divisa, gradi, stipendio e pensione. Un’istituzione contestatissima da don Lorenzo Milani, che negli anni Sessanta si scontrò ferocemente con i cappellani militari e fu processato per aver difeso un obiettore di coscienza, ma anche dal vescovo Luigi Bettazzi, ex presidente di Pax Christi.

L’arcivescovo generale Bagnasco ha dunque indossato le stellette sopra alla talare fino al 2006, quando è stato chiamato da Benedetto XVI a sostituire a Genova il cardinale Bertone, promosso da Ratzinger segretario di Stato. Per dieci anni il cardinale Bagnasco è stato anche presidente dei vescovi italiani. Anni in cui ha, tra l’altro, paragonato l’omosessualità alla pedofilia e all’incesto e si è opposto all’obbligo per i vescovi di denunciare i casi di preti pedofili.

Al conclave del 2013 è stato nella rosa dei papabili, anche se il suo carattere freddo e la sua linea intransigente non gli hanno dato mai serie probabilità di essere eletto. Nel 2017 papa Francesco ha chiamato a sostituirlo ai vertici della Conferenza Episcopale Italiana il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia. Nel frattempo, però, nel 2016 Bagnasco è stato eletto anche presidente dei vescovi europei, ruolo che continuerà a mantenere – nonostante la decadenza dai due incarichi – fino alla fine del 2021.

Mettendo al suo posto un frate conventuale, Bergoglio segna un altro passaggio importante della sua rivoluzione francescana: la stessa che lo ha portato a scegliere a Milano un umile vicario per la Cattedra di personaggi quali Martini (tra i più celebri teologi al mondo), Tettamanzi (ex vescovo della stessa Genova) e Scola (patriarca di Venezia), negare la porpora cardinalizia ad arcivescovi importanti come quelli di Torino, Venezia, Parigi, Cracovia o Palermo e concederla a quelli di piccole diocesi come Perugia, l’Aquila, Ancona o ad incarichi un tempo considerati minori come quello dell’elemosiniere Krajewski e addirittura ad un semplice prete come Michal Czerny.

L’obiettivo dichiarato del papa è quello di combattere il carrierismo in Vaticano: e se nella Chiesa – come in politica – vige la prassi secondo cui non si può togliere una poltrona senza offrirne un’altra, tra i francescani è rimasto ancora il concetto di ministero nell’accezione etimologica di “servizio”. Ecco allora che qualsiasi ministro – anche quello che governa tutto il mondo – finito il suo mandato torna a fare il semplice frate, senza per questo sentirsi umiliato.

Non è quindi strano che il primo papa gesuita (che è stato a sua volta ministro del suo ordine e non si è mai fatto chiamare “monsignore” ma sempre “padre”) stia attingendo proprio al mondo francescano per la scelta di molti vescovi. È stato il caso, ad esempio, di padre Giuseppe Piemontese, per anni ministro dell’Ordine dei frati conventuali in Puglia, che dopo essere stato il Custode della Basilica di San Francesco in Assisi, è andato a fare il parroco a Copertino, e da lì è stato richiamato da Bergoglio per farne l’attuale vescovo di Terni.

Vale le pena di spiegare anche che la famiglia francescana, oggi, è divisa in tre ordini. Dopo la morte di Francesco d’Assisi, infatti, un gruppo di dissidenti accusò le gerarchie di aver tradito la volontà del fondatore, costruendo conventi e basiliche e accettando privilegi. Per secoli ci furono ribellioni, scomuniche, persecuzioni di ogni genere finché all’ordine originale (quello dei conventuali) se ne sono aggiunti due più radicali: i minori e cappuccini.

Paradossalmente, però, essendo i conventuali i più ricchi, quando con il Risorgimento gli ordini religiosi sono stati perseguitati e i loro beni incamerati dallo Stato i più colpiti sono stati proprio i francescani conventuali, che hanno finito quasi per estinguersi, con il risultato che quello che un tempo era l’ordine più ricco e influente oggi è quello più piccolo e il meno potente. Basti pensare che nella storia della Chiesa ci sono stati quattro papi francescani e tutti e quattro appartenevano all’ordine conventuale, mentre oggi dei sei cardinali francescani viventi, quattro sono minori e due cappuccini.

“In tutto il mondo sono una quindicina i vescovi conventuali”, ci raccontò padre Tasca qualche anno fa, quando era ancora il 119esimo successore di san Francesco. Un incarico che il frate nato nel 1957 a Sant’Angelo Piove di Sacco in provincia di Padova, ha ricoperto per due mandati dal 2007 fino al 2019, quando gli è succeduto l’argentino Carlos Alberto Trovarelli.

Frate dal 1977 e prete dal 1983, Tasca è stato anche ministro provinciale e presidente del Movimento Francescano (che raduna tutti gli ordini) del nord est. Ora è chiamato a guidare una città che ha visitato appena due volte in tutta la sua vita e con un’eredità quanto mai pesante. Ma lo farà, spiega, nello spirito del Francesco che lo ha spinto a farsi frate e di quello che lo ha chiamato a fare il vescovo. “Bergoglio non ha scelto solo un nome francescano – dice – ma un programma e uno stile di vita che sta dimostrando giorno dopo giorno. È una grande grazia ma anche uno stimolo per noi francescani, perché con il suo modo di fare ci interroga su quello stiamo facendo e su come viviamo”.

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