Figlia morta per overdose, ma ora i genitori sono pronti ad aiutare chi le ha venduto la droga fatale
Il madre e la padre di Karine Cogliati si sono detti disponibili a intraprendere un percorso di giustizia riparativa con il 45enne Giuseppe Bernardini, oggi imputato per spaccio di droga, morte in conseguenza di altro reato e occultamento di cadavere
Circa un anno fa la loro figlia ha perso la vita a 26 anni per overdose di cocaina. Oggi loro hanno accettato di intraprendere un percorso di giustizia riparativa con l’uomo che le ha ceduto la droga fatale e che ha poi provato a occultare il cadavere e darsi alla fuga. “Siamo pronti ad aiutare chi ha causato la morte di nostra figlia”, fanno sapere i genitori di Karine Cogliati.
Nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 2025 la donna italo-brasiliana, residente a Biassono, nella provincia di Monza Brianza, fu stroncata da un’overdose di stupefacenti dopo una serata di eccessi trascorsa in una camera di motel in compagnia di Giuseppe Bernardini, incensurato e titolare di una pizzeria da asporto a Carate Brianza.
L’uomo, che all’epoca aveva 44 anni, aveva poi provato a nascondere la morte nascondendo il corpo di Karine rannicchiato dentro una felpa nei boschi e gettandolo nei boschi che costeggiano il fiume Lambro, nel territorio di Carate. Il cadavere fu poi trovato da un passante. Bernardini, incastrato dalle telecamere di videosorveglianza, fu arrestato dai Carabinieri mentre stava tentando di scappare in Slovenia.
Il prossimo maggio inizierà il processo all’uomo, accusato per spaccio di droga, morte in conseguenza di altro reato e occultamento di cadavere. Bernardini, che si trova agli arresti domiciliari, ha chiesto e ottenuto che il procedimento si svolta con la formula del rito abbreviato, che prevede lo “sconto” di un terzo della pena in caso di condanna.
Ma i suoi difensori hanno dichiarato anche che l’imputato vuole sottoporsi alla giustizia riparativa, un istituto giuridico introdotto in Italia nel 2022 che, su base volontaria, coinvolge in un percorso di dialogo gli autori e le vittime di un reato allo scopo di favorire la ricomposizione del conflitto e il reinserimento sociale. L’adesione a tale percorso, se questo è concluso con esito positivo, consente inoltre al reo di ottenere una circostanza attenuante che può portare a una diminuzione della pena.
I genitori di Karine Cogliati, che stanno crescendo una delle due bimbe della figlia, si sono costituiti parti civili nel processo, ma non si sono opposti a partecipare al percorso riparativo.