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Quel documentario che mortifica Regeni e l’imperdonabile ingenuità dell’ex ministra Trenta

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“Sono stata vittima di un raggiro: mi ha contatto un giornalista che si è presentato come di Al Arabiya in Italia ed è venuto, con due operatori, in un’università. Si sono presentati con una mail”.

Così si scusa l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta dopo la notizia della diffusione di un pessimo e infamante documentario su Giulio Regeni, uscito come bomba a orologeria, poche ore prima dell’inizio dell’udienza preliminare – fissata per questa mattina – che vede coinvolti 007 egiziani nel sequestro e nell’omicidio del ricercatore di Fiumicello.

La notizia è questa: il documentario, se così lo si può definire, dal titolo “The Story of Regeni” porta avanti – con errori grossolani – insinuazioni e depistaggi sulla figura del ricercatore di Fiumicello torturato e assassinato al Cairo nel 2016. Il documentario, in lingua araba con sottotitoli in italiano, è comparso su un canale Youtube il 28 aprile. Il video dura 50 minuti e si presenta come “il primo documentario che ricostruisce i movimenti strani di Giulio Regeni al Cairo”.

Il documentario racconta una storia falsa, smentita dagli atti di cinque anni di indagini della magistratura italiana: allontana ogni responsabilità sui militari egiziani; lancia ombre sull’attività del ricercatore italiano al Cairo, ombre ampiamente già categoricamente smentite dall’inchiesta italiana, con Regeni che viene raccontato come sostanzialmente un fiancheggiatore dei Fratelli Musulmani; accusa la procura di Roma.

Nel filmato interviene anche il giornalista Fulvio Grimaldi, noto per i suoi articoli negazionisti sul Covid-19, che sostiene l’ipotesi infondata che Regeni fosse un agente segreto entrato in Egitto per scopi diversi da quelli di ricerca. Il documentario mostra anche le interviste all’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta, al senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri e all’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare Leonardo Tricarico. I tre, dopo la pubblicazione, hanno preso le distanze da quanto viene riportato nel docufilm. Nella fattispecie, è la ministra Trenta che, contattata da Open, dichiara di essere stata ingannata in quanto contattata da un presunto giornalista dell’emittente saudita Al Arabiya intenzionato a coinvolgerla in un documentario sulle relazioni tra Italia ed Egitto.

“Egregia professoressa – si legge nel testo della mail – la nostra troupe è a Roma per svolgere un film documentario sui rapporti diplomatici ed economici fra Italia ed Egitto. Dopo aver effettuato molte interviste a riguardo credo che la Sua sarebbe fondamentale nella finalizzazione del progetto”. “Chiesi espressamente – dice la Trenta oggi a Repubblica – che non si parlasse di Regeni. Me lo assicurarono. Ed effettivamente nulla mi fu chiesto. Poi ieri mi hanno mandato questo documentario… Questa schifezza vergognosa”.

Dietro la telecamera non c’era il presunto giornalista che l’aveva contattata, ma un giovane ragazzo egiziano che – secondo l’ex Ministra – molto probabilmente era all’oscuro di tutto: “Gli dissi di non parlare del caso Regeni e di quello di Zaki, lui rispose che gli andava bene perché voleva tornare in Egitto”.

Ma quella dell’ex ministra Trenta non può essere definita come pure ingenuità. Trattasi, in un momento così delicato e da parte di una rappresentante delle istituzioni di questo rango, di un errore imperdonabile. Una leggerezza che dimostra la scarsa conoscenza del modus operandi di certi media stranieri.

Se l’ex ministra avesse approfondito le ricerche sul conto di Al Arabiya, avrebbe potuto verificare lo stile di alcuni documentari o articoli prima di affidare ciecamente le proprie dichiarazioni nelle mani di “sconosciuti”. Verifiche che altri organi istituzioni hanno provveduto a effettuare prima di rilasciare interviste su un tema così delicato. Quello di Trenta è un errore che non può risolversi con un una dichiarazione di scuse perché rivela, ancora una volta, la fragilità del nostro apparato politico di fronte all’Egitto. Come è giustificabile tale ingenuità? Come non comprendere, dopo 5 anni di indagini e depistaggi, che la macchina del fango ingaggiata contro Giulio da alcuni media non ha mai smesso di funzionare? Bisogna esigere maggiori controlli, verificare, fare chiarezza, andare a fondo di questa storia per non lasciare ancora una volta una macchia.

Non solo per rispetto di Giulio, per la sua memoria così avvilita, per le battaglie dei suoi genitori che ancora devono subire l’umiliazioni di filmati di questo tenore, ma anche per tutti gli italiani. Uno Stato non può rivelarsi così fragile, non può permettere che basti questo a fare breccia nelle nostre istituzioni. L’Italia ancora una volta cade nelle trappole egiziane (e saudite) e lo fa con dolo. Questa volta. Trenta, Gasparri e Tricarico chiariscano, approfondiscano. Tutto questo non basta.

Leggi anche: 1. Al via lo storico processo sull’omicidio Regeni: le tappe, i nomi e i fatti /2. Testimonianze e prove inedite: un documentario di Al Araby tv svela nuove verità sull’omicidio di Giulio Regeni

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