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“Mio figlio autistico bloccato per un mese in Brasile insieme a mia moglie e a mia figlia”

Denis Geuna, papà torinese, racconta a TPI il sollievo dopo il via libera al rientro degli italiani rimasti bloccati in Brasile. La moglie e i figli erano in Sudamerica per consentire al piccolo di sottoporsi a una terapia, ma sono rimasti bloccati nel Paese dopo lo stop ai voli deciso per contrastare la pandemia

Di Anna Ditta
Pubblicato il 16 Feb. 2021 alle 13:28 Aggiornato il 16 Feb. 2021 alle 13:29
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Immagine di copertina
Juliana e i figli

“Tiriamo un sospiro di sollievo, finalmente, ma è stato un vero calvario. Eravamo esausti dal punto di vista psicologico”. Denis Geuna, 41 anni, da settimane spera di riabbracciare la moglie Juliana e i due figli, una coppia di gemellini di 5 anni.

Erano partiti a metà di gennaio da Torino per San Paolo, in Brasile, perché il figlio, un bimbo autistico, doveva sottoporsi alla terapia ABA (Applied Behavioral Analysis), un approccio ancora poco diffuso in Italia, che può aiutare a limitare le abitudini comportamentali problematiche delle persone con autismo.

Juliana e i due bambini sarebbero dovuti rientrare il 24 gennaio, ma il 16 dello stesso mese sono rimasti bloccati nel Paese sudamericano insieme ad altri 1.500 cittadini italiani residenti in Italia. A impedire il loro rientro è stato lo stop ai voli dal Brasile, stabilito da un’ordinanza del ministro della Salute Roberto Speranza per contrastare la diffusione delle varianti Covid.

“Per 15 giorni mia moglie è rimasta bloccata lì”, dice Denis Geuna a TPI. “Speravamo che potesse rientrare alla scadenza del primo blocco, il 1 febbraio, invece è stato prorogato per altri 15 giorni”. Sabato scorso, il ministro Speranza ha annunciato il rinnovo del provvedimento, garantendo tuttavia stavolta la possibilità di rientrare agli italiani residenti in Italia, come Juliana e i suoi figli.

“Arriveranno domani, andrò a prenderli e poi inizieranno la quarantena”, dice Denis. I più difficili, racconta, sono stati i primi giorni dopo il blocco. “Non c’era alcuna informazione, l’Unità di crisi della Farnesina ci rispondeva solamente che non poteva esserci alcuna eccezione e che quindi non potevano rientrare in alcun modo”.

“Per fortuna c’è mia cognata che abita nei pressi di San Paolo e che li ha ospitati”, racconta Denis, “Ma abbiamo dovuto darle un aiuto, perché con gli stipendi che ci sono lì non era possibile trovarsi con tre persone in più. Anche i cambi di volo hanno avuto il loro costo. In ogni caso”, aggiunge, “non volevamo biglietti gratuiti o voli speciali, chiedevamo solo che permettessero loro di rientrare”.

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Il problema, per il figlio di Denis, è stato soprattutto dover modificare le sue abitudini per un periodo di tempo così lungo. “Qui aveva la sua routine, le sue attività, l’asilo”, dice. “Quando dovrà riprendere tra una quindicina di giorni dovremo lavorarci parecchio, la sua routine sarà di nuovo sconvolta”.

Una prova difficile, per un bimbo con autismo, soprattutto dopo il periodo già duro del lockdown della scorsa primavera. “Dalle chiusure di marzo fino a settembre è stato molto difficile, il bimbo andava due volte a settimana in piscina, faceva ippoterapia, tutte attività che lo aiutavano molto. Con il lockdown ha accumulato una tensione difficile da gestire, perché le attività che puoi fare a casa sono molto diverse e più limitate rispetto a quelle che si fanno, ad esempio, all’asilo”.

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