Giovani, risorse da sfruttare ma non stabilizzare. E anche dopo il Covid il Governo li ignora

Di Daniele Antonio Vigliotti
Pubblicato il 7 Lug. 2020 alle 13:11 Aggiornato il 7 Lug. 2020 alle 13:21
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Decreto Rilancio, che fine hanno fatto i giovani? Dimenticati

Fantasmi. Sono quei ragazzi che erano in procinto di affacciarsi al mondo del lavoro, che avevano uno stage attivo poi cancellato, studenti universitari in attesa di iniziare un nuovo capitolo della loro vita. Sono tra le vittime economiche del Covid-19, con in più lo stigma di essere stati dipinti come untori, la cui unica ragion d’essere sarebbero stati l’aperitivo e la movida. I capri espiatori perfetti di una situazione fuori controllo. I giovani sono però più di questo, sono studenti, lavoratori, volontari, impegnati nell’indifferenza generale a farsi spazio in una società che li considera come risorse da sfruttare, ma non stabilizzare. Eppure ce ne siamo dimenticati, lasciandoli da soli al loro destino.

Non abbiamo più avuto traccia nel dibattito pubblico e nelle dichiarazioni politiche di quella generazione disillusa a cavallo tra i 25 e i 35 anni. L’ultima fotografia dell’Italia vede una percentuale molto alta di neet, persone tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano: siamo ultimi in Europa per occupati giovanili, ma primi per assenza di fiducia nel domani. Il tasso di laureati si è alzato, ma la porta principale per il mondo del lavoro continuano a essere gli stage.

A causa del Coronavirus, tuttavia, circa il 64 per cento degli stagisti ha perso la possibilità di portare a termine i propri tirocini senza ricevere alcuna compensazione economica, nel silenzio più assordante della politica nazionale. A 26 anni con un diploma, una laurea triennale, una magistrale, un master, qualche corso di formazione, con la conoscenza di una, due o tre lingue quello che offre il mercato del lavoro sono solo stage dietro stage, perché bisogna formarsi in azienda, sul lavoro. E allora c’è qualcosa che non va nel sistema.

I dati Istat relativi al terzo quadrimestre del 2019 descrivevano già una situazione critica: la disoccupazione nella fascia 15-34 anni raggiungeva picchi del 17,8 per cento. E a causa della pandemia il calo dell’occupazione è oggi ancor più marcato e quello di inattività aumenta del 2,7 per cento. Nonostante una vera e propria emergenza, tutte le forze politiche continuano a tacere. Non una parola è stata detta in merito, nessuna riforma avviata. Il piano Colao, frutto del lavoro di quelle che sono state presentate come le grandi menti del nostro Paese, cita la parola “giovani” solo 15 volte, senza avanzare nessuna proposta concreta. Segno di come il Governo si sia comportato con i giovani proprio come ha agito con le donne in relazione all’istituzione delle task force e degli Stati Generali. Si parla di loro, senza mai interpellarli. Anzi, a dire il vero, di giovani non si parla proprio.

E infatti, il tanto atteso Decreto Rilancio li menziona solo per concedere un piccolo regalo: un mese gratuito – da utilizzare entro il 2020 – per viaggiare sui treni ed entrare nei musei (per gli studenti universitari). Pur riconoscendo l’importanza formativa di viaggi e musei, in questo frangente non si rischia di cadere nel “se non hanno più pane, che mangino brioche” che Rousseau ricorda nelle sue Confessioni?

Viviamo nell’epoca della “politica miope”, in cui si guarda solo agli effetti immediati ma non a quelli nel medio/lungo termine. “Molti giovani universitari sono come un fiume in piena. Sono sempre fuori corso”: così si esprimeva Giulio Andreotti durante un discorso all’Ateneo di Roma. È triste dover constatare che, dopo 80 anni, l’atteggiamento della classe politica verso i giovani non è affatto cambiato. E se ancora una volta da questa crisi sono i giovani a uscire sconfitti c’è qualcosa che non va nella gestione dell’agenda politica del Paese. Non è in gioco solo il futuro di una generazione, sebbene anche solo questo sarebbe sufficiente per generare preoccupazione, ma è in gioco il futuro di tutti noi. E l’Italia ha sicuramente il dovere di proteggere la propria memoria e salvaguardare il presente, ma non ha forse anche l’obbligo di coltivare il proprio futuro?

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