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Home » Cronaca

Da SuperMario a SuperSergio: nulla sarà come prima. Intervista a Dago

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"Con il collasso di tutti i partiti ci ha salvati il mattarello democristiano. È la rivincita della prima repubblica su una classe politica capace solo di unire l’arroganza all’idiozia…". L'intervista a Roberto D'Agostino nel nuovo numero di TPI - The Post Internazionale, in edicola da venerdì 4 febbraio

Hic sunt peones, femminicidio politico, da SuperMario a SuperSergio. Copyright: Roberto D’Agostino, fondatore di Dagospia, che ha seguito l’elezione del Quirinale da vicino anticipando sul suo sito notizie e indiscrezioni, sempre con un taglio critico e originale. Lo abbiamo incontrato per conoscere il suo punto di vista sulla settimana che ha aperto la peggiore crisi istituzionale della Repubblica.

Roberto, come va?
«Sempre a corre’… comunque guarda, ho appena titolato un pezzo del Financial Times: “Meno male che l’ambizione sbagliata di Draghi è fallita”».

Così netto?
«Altro che “Gattopardismo” (“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”): i sei giorni della elezione del Quirinale hanno cambiato il Paese».

Ecco, partiamo da qui…
«Non c’era altra via percorribile che la rielezione di Mattarella, sono stato tra i primi a dirlo, e a scrivere “Salutamm’ a Draghi’’, in barba all’opinionismo à la carte dei Mieli e dei Giannini. Non aveva i numeri, ma ha dato i numeri, quelli dell’arroganza».

Perché no?
«Intanto dovremmo chiederci: come nasce questa sua ambizione? Uno pensa che dietro ci siano chissà quali progetti, strategie, poteri forti… invece essendo Draghi un soldato del Sistema con la S maiuscola, di alto grado se vuoi, ma pur sempre un soldato, questa autocandidatura al Colle durante la conferenza stampa di Natale ha lasciato tutti a bocca aperta e con i capelli dritti».

Disse che la sua missione era compiuta e che era «un nonno al servizio delle istituzioni»…
«Peggio: disse “ho lasciato tutto a posto, le riforme sono state fatte, il Pnrr partirà, basterà spingere un bottone”. Intanto, finora, non è stato aperto nemmeno un cantiere per le riforme chieste dall’Europa in cambio dei 209 miliardi del Pnrr. Abbiamo solo fogli di carta, ben scritti, ma fatti zero. Secondo: lo stato rissaiolo dell’alleanza governativa non avrebbe mai permesso un premier di parte. Quindi un Daniele Franco al suo posto avrebbe rimboccato la lapide alla democrazia parlamentare fondata sui partiti: due tecnici ai vertici dello Stato. Cosa mai vista».

Eppure, fino a qualche settimana fa, pareva che Draghi potesse fare e dire tutto, anche auto-candidarsi al Quirinale…
«Ma se n’è fregato bellamente di seguire i canoni istituzionali. Perché come tutti sanno non ci si può candidare alla presidenza della Repubblica, non è previsto dalla nostra Costituzione. Come giustamente ha detto Sabino Cassese: “Le cariche pubbliche non si sollecitano, né si rifiutano”».

E come mai ha creduto di poterlo fare?
«Intanto partiamo col dire che la più grande sponsor della autocandidatura di Draghi al Colle è stata Serenella, sua moglie. In tutti gli anni in cui il premier era presidente della Bce a Francoforte non ha mai convissuto con il marito, andava solo per gli incontri importanti, e nel weekend era lui a scendere a Roma. Ora lei era decisissima a far sì che il suo Mario restasse in Italia. E cosa c’è di meglio di sette anni al Quirinale?».

Non posso credere che sia stata solo la moglie…
«Quando il Governo Conte Bis stava per implodere e ci fu il colloquio risolutore tra Mattarella e Draghi in cui quest’ultimo accettò di fare il “salvatore della patria”, di prendere in mano patria e governo dopo la cacciata di Conte, in quella circostanza ci fu – raccontano – una sorta di patto. Sergione (Mattarella, ndr) avrebbe proposto a Draghi: “Stai un anno e mezzo-due anni a Chigi, metti sulla retta via questo disgraziato Paese, e poi io ti lascerò il mio posto”. Ma non avevano fatto i conti con i partiti».

E poi?
«Nel pieno dell’emergenza Covid e della gestione del Pnrr, davanti all’inadeguatezza e all’inaffidabilità del governo Conte, Merkel e compagni telefonano a Mattarella, il capo dello Stato interviene in maniera assertiva e Draghi diventa premier, eccitato anche dal “patto” con trasloco al Colle».

Il peccato originale per la candidatura al Colle di Draghi originò in quel momento?
«Durante il mio apprendistato politico con Cossiga, ho sempre fatto tesoro di questa lezione: il potere non è quello che vedi. È invisibile. Sta dietro, tira i fili, e dà i suoi input».

Eppure c’era chi sosteneva che non ci voleva molto perché nascesse un Conte ter, bastavano una decina di parlamentari “responsabili”…
«Può darsi ma qualcuno dall’alto, immagino dal Quirinale e dal Deep State, ha chiamato i vari Tabacci (che poi è stato non a caso premiato, diventando sottosegretario), i vari Cesa, i vari Rotondi, coloro che tengono le fila del Gruppo misto, e ha detto ‘’Alt!”, dando l’ordine di stare a cuccia».

Spiegati meglio.
«Se tu ti ricordi, in quei giorni era attesa una conferenza stampa della moglie di Mastella (Sandra Lonardo, ndr) a favore della nascita del Conte ter. C’erano già i giornalisti seduti col taccuino in mano, ma lei non si presentò mai. Chiedete a Mastella per quale motivo. Semplicemente dall’alto arrivò un input diverso».

Alcuni dissero che fu un complotto internazionale…
«Ma no, quale complotto! La politica si fa anche in base a quello che dicevo prima, a quel “potere invisibile”, a quel Deep State che tira i suoi fili. E così accadono o meno certi eventi, certe strategie, certi governi».

C’entrano anche gli Usa?
«C’entrano sempre. La fine di Conte e l’arrivo di Draghi è avvenuto soprattutto perché arrivò un nuovo inquilino alla Casa Bianca. Il soprannome ‘’Giuseppi’’ nasce da un tweet di Trump dedicato alla gloria di Conte. Il cambiamento politico che avviene negli Usa è chiaro che è un cambiamento che non può non rimbalzare anche in Italia. Siamo un piccolo paese ma come “espressione geografica” ha una sua importanza essendo piazzato dalla mano di Dio in mezzo al Mediterraneo».

Quel cambio di Governo fu il risultato anche di un sostegno eccessivamente sbilanciato da parte di Conte a favore della Cina?
«La parola che conta in politica è una sola: affidabilità. Se lo sei, puoi permetterti di avere un colloquio o di fare una trattativa o un’alleanza. Se non lo sei, il discorso si chiude e devi cambiare mestiere. Il governo Berlusconi, a dispetto di quello che raccontavano i giornaloni, cadde per i rapporti d’affari che il Cavaliere aveva all’epoca con Putin, più che per le sue prodezze sessuali. Non era affidabile e a colpi di spread è stato accompagnato all’uscita di Palazzo Chigi…».

Il Sistema vince sempre e su tutto. È così?
«Sempre. Magari in seconda battuta, ma alla fine prevale. Del resto, ogni potere è costruito su una rete di rapporti e alleanze dotata di regole ferree. Prendi Roma, nel suo piccolo è “fondata” sui circoli cosiddetti sportivi: al Circolo del Tiro a Volo trovi la nomenclatura massonica del Deep State, al Circolo Aniene troneggia la borghesia Malagò – Vanziniana, il Circolo degli Scacchi è in mano ad alti esponenti dello Stato, eccetera. E tutto si regge sull’affidabilità e rispetto delle regole».

E succede mai che il Sistema perda?
«No. E lo hai visto in questi giorni quirinalizi. Colpito da un leggero attacco di follia (mollare il governo e traslocare nel palazzo dei Papi), pur essendo lui “uno di loro”, uno del Sistema per intenderci, l’ambizione sbagliata di Draghi è stata legnata e cancellata dai giornali del Sistema: dal Financial Times a The Economist. L’élite finanziaria aveva già deciso che il loro soldatino dovesse restare a Chigi a governare la stabilità finanziaria-economica del Paese».

Certo che l’immagine di Draghi che legge The Economist – il settimanale liberista per eccellenza – e si vede bocciato dagli “amici di casa” fa impressione…
«Poverino, dopo anni di salamelecchi e pigiamini di saliva, è dura… Però lui si è giocato davvero tutto con quella idiozia dell’auto-candidatura. Se continuava a fare il Draghi decisionista, del “Whatever it takes” dei primi mesi, andava bene, perché aveva la libertà di dire no a chi voleva. Quando, calzata la maschera del Marchese del Grillo, gli è presa la stoltezza di decidere da solo che avrebbe fatto il capo dello Stato è caduto dal pero…».

E la politica si è ribellata.
«Dopo che i partiti avevano preso calci e schicchere, a cui lui rispondeva con un ghigno sprezzante dicendo loro “parlate col mio capo di gabinetto”, quando poi è stato lui a bussare ai leader per avere i voti del Colle, il re appare improvvisamente nudo e loro l’hanno mazzolato».

Ma politicamente qual è il giudizio che possiamo trarre su questo anno di Draghi?
«È emerso un grosso problema, tipico dei tecnici prestati al potere politico: i Dini, i Monti, i Draghi sono abituati a dare ordini ai loro dipendenti di Bankitalia o della Bce. Nella politica invece non funziona per niente così. Se i tecnici ubbidiscono, con i politici devi trattare».

Comunque il Sistema, come lo chiami tu, alla fine ha fermato persino Draghi.
«Lo ha fermato, in maniera anche netta. Già durante il G20 a Roma, da Biden a Macron, tutti gli avevano chiesto di restare a Chigi. Poi è stata la volta dei mercati. E le cancellerie hanno iniziato a telefonare… e a muoversi».

Qualcosa era evidentemente cambiato.
«È stata una bella botta… ma Draghi è un tipino talmente pieno di sé che può stare tre mesi senza mangiare… Quella arroganza tipica di chi non è abituato alla mediazione, alla trattativa, a quello che io chiamo “attovagliamento” in modalità Andreotti: della serie, questa è la torta, una fetta per uno e siamo tutti felici e contenti. Mariopio non ha l’attitudine e la capacità politica di poter trattare con questi scappati di casa, alcuni anche fuggiti dal T.S.O…».

Però gli scappati di casa sono stati gli unici, ben più dei loro leader di partito, a trovare una soluzione politica che ha portato alla ri-elezione di Mattarella…
«Attenzione: è stato rieletto a furor di peones… i leader di partito, anche quelli che non volevano farlo, sono stati obbligati fisicamente a votare Mattarella da una massa di parlamentari che una volta veniva schifata e identificata come “i franchi tiratori”. Non si era mai visto in tante elezioni del Quirinale, per di più senza una precisa indicazione politica, che un nome ricevesse così tanti voti, come è stato nel caso di Mattarella. E non solo per continuare a prendere lo stipendio e per raggiungere il settembrino vitalizio della legislatura…».

E quindi ora è tutto di nuovo come prima?
Per nulla! Anzi, nulla sarà come prima. Se Draghi è azzoppato, non c’è un partito – a parte quello della Meloni – che non sia spaccato o alla deriva come Lega e 5Stelle. Si sono salvati solo grazie al ritorno in forze della Prima Repubblica: Amato alla Corte Costituzionale, Mattarella al Quirinale, Draghi a palazzo Chigi. La Democrazia Cristiana, grazie al cielo, non muore mai».

Formigli nella sua PiazzaPulita ha mostrato altri due esponenti della Prima Repubblica, Mastella e Cirino Pomicino, che per questa elezione al Quirinale sono tornati sul ring a combattere…
«E hanno annichilito Mieli e Calabresi. Una capacità di ragionare sul potere, che oggi pochissimi hanno, ha nanificato l’attuale classe politica. Le terribili interviste rilasciate dal socialista craxiano Rino Formica, i vari Salvini e Conte e Letta dovrebbero ritagliarle e studiarle. Te l’ho detto… è la rivincita della Prima Repubblica. “Mastella il mozzarellaro”, com’era liquidato all’epoca mia, è sembrato un gigante. E dobbiamo ringraziare quella tanto vituperata democristianeria se oggi sul Colle c’è il mattarello di Mattarella».

Chi ha mostrato il peggio di sé?
«Salvini ha sbagliato di tutto, di più. Un uomo-sòla- al comando. Era un ubriaco, senza la scusa dei mojitos del Papeete (“Voglio i pieni poteri”). Ha bruciato un nome dopo l’altro. Non puoi mandare a sbattere così la seconda carica dello Stato, come avvenuto con la Casellati. E non lo dico certo per simpatia personale verso la presidente del Senato, ma per rispetto delle istituzioni».

Forse lei però si sarebbe dovuta tirare indietro anziché inviare messaggini a raffica per chiedere di ritentare il voto su di lei…
«Quella è la vanità, l’inferno di ogni persona, uccide chiunque. Non c’è niente da fare. La delusione che ho avuto quando Draghi si è messo in testa di salire al Quirinale…guarda, credimi, avevo rispetto e ammirazione, e invece anche lui… siamo tutti fragili».

A questa confusione generale hanno contribuito anche quelli che noi abbiamo chiamato i signori della Draghicrazia.
«Pensa a Paolino Mieli… ha detto tutto e il contrario di tutto. Ogni giorno ne sparava una. Fino all’ultimo giorno utile giurava che Draghi sarebbe diventato capo dello Stato. Chi tifava per Belloni, chi per il premier…».

I 5 Stelle tifavano proprio per la numero uno dei servizi segreti.
«Di che meravigliarsi? I grillini sono stati capaci di prendere un avvocato che camminava per strada e l’hanno incoronato premier. A Conte chiederei: “Era consapevole che con la Belloni sul Colle, Draghi si sarebbe ovviamente dimesso con le conseguenti elezioni anticipate?”. A parte che la Belloni era stata nominata a capo del Dis da Draghi per poi ritrovarsela superiore di grado, ma nessun Paese mette il capo dei servizi a fare il Presidente della Repubblica, nemmeno in Sud America. In realtà, Conte voleva andare al voto».

Sì ma prendeva poco mi sa…
«Ma nelle liste avrebbe piazzato i suoi fedeli contiani, levandosi di torno tutti i Di Maiani. Conte, comunque, avrebbe dovuto fare il suo partito, subito dopo l’uscita da palazzo Chigi. Aveva ragione Casalino».

E oggi da SuperMario siamo arrivati a SuperSergio.
«Con Draghi azzoppato, chi ha il coltello dalla parte del manico oggi è Mattarella. Lui terrà per le palle i partiti. A ogni rissa e screzio dirà: “Siete venuti in ginocchio a chiedermi di rimanere, ora fate come dico io”. Chi sarà davvero importante affinché Draghi possa andare avanti col suo governo fino alla fine della legislatura 2023 sarà proprio il capo dello Stato».

Diamo i voti anche agli altri. Enrico Letta?
«È riuscito a fare il miracolo di far cadere quella king-pippa di Salvini. Dopo la penosa rinuncia di Berlusconi, Salvini ha preso in mano il centrodestra e Sotti-Letta, giocando di rimessa (“Hai la maggioranza dei voti, devi essere tu a proporre un nome”) ha vinto a metà, perché il candidato di Enrichetto, altro soldatino del Sistema, era appunto Draghi. Ma era inviso all’altra metà del Pd: Franceschini, Base Riformista di Lotti e Guerini, e i “Giovani turchi” di Orfini».

Giorgia Meloni diventerà la prima donna premier del Paese?
«Se per caso lo diventa, può durare un quarto d’ora, credo. La Gigiona nella stanza dei bottoni a Palazzo Chigi ha fatto ridere pure Berlusconi. A parte dire no-no-no, ha mai fatto un governo ombra? Con quale classe dirigente? E poi, con le sue alleanze sovraniste, è massimamente invisa all’Unione Europea…».

Guido Crosetto?
«Uno stipendiato dal governo, tramite la Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (Aiad) di cui è presidente, e che però al contempo fa l’ideologo d’opposizione e il consigliere-tutor della Meloni minando lo stesso governo che lo paga».

Luigi Di Maio?
«Ha cambiato sesso tante di quelle volte… Era il fratello gemello di Di Battista, voleva l’impeachment di Mattarella, incontrava i Gilet gialli. Poi improvvisamente, da buon napoletano tendenza Gava, ha capito com’è il sistema del potere. Ha passato il suo tirocinio alla Farnesina ed ora è un ottimo pompiere (non a caso tifava Draghi). Comunque mi sembra che nel M5s la scissione sia ormai nell’ordine delle cose…».

Giancarlo Giorgetti?
«Non vuole più essere il burattino di Salvini. Il Truce ha due opzioni: o cambia cervello o verrà messo da parte prima o poi…».

Goffredo Bettini?
«Consigliere segreto di Giuseppe Conte, anello di congiunzione tra “vecchia sinistra” post-comunista e post-cattolica e “nuovi progressisti” post-populisti, Bettini ha toccato il climax quando, insieme a Zingaretti, ha incoronato Conte “punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste”. Conte capisce di politica meno del mio labrador Zen».

Ma esiste oggi un buon politico?
«È una brutta domanda. Uno che io stimo, dai tempi di Cossiga, è Luigi Zanda…».

L’elezione del Quirinale è stata un flop non solo per i partiti ma anche per alcuni talk show e dirette tv…
«Quando la mattina vedo i dati televisivi della sera prima e leggo di trasmissioni con share al 7-8 per cento mi domando: ma nessuno di questi si chiede dove sta l’altro 92 per cento degli italiani? Perché i cittadini non sono interessati in un momento così sacro per il Paese? Fanno il 5 per cento e stappano lo champagne.. Ma hanno ragione i telespettatori perché i talk oggi sono pieni di opinionisti senza opinione, ma bravissimi a far scomparire le notizie».

Cosa ti rimane di questa partita per il Quirinale?
«Oggi non stiamo assistendo a un collasso improvviso: trattasi di una lunga malattia che viene da lontano, epoca Tangentopoli. E se oggi ad averla vinta è un democristiano c’è da riflettere su questo sistema di potere giunto alla frutta. Moriremo democristiani? Mille volte meglio di salviniani, meloniani o contiani: quella sì che sarebbe una brutta morte».
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