Coronavirus, lo studio di Science: “Per ogni caso positivo ce ne sono 5-10 non tracciati”

Di Clarissa Valia
Pubblicato il 18 Mar. 2020 alle 09:51 Aggiornato il 18 Mar. 2020 alle 12:22
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Credit: Ansa

Coronavirus, lo studio di Science

L’autorevole rivista scientifica Science ha pubblicato un nuovo studio sul Coronavirus partendo dai casi cinesi. Con l’utilizzo di un modello matematico la ricerca dimostra che l’86 per cento di tutti positivi non documentati e che le infezioni non documentate (persone con sintomi lievi, limitati o assenti), anche se meno contagiose, sono state la fonte di trasmissione per il successivo 79 per cento dei casi certi.

Lo studio condotto dal ricercatore Ruiyun Li e il team dell’Imperial College London ha preso in esame i dati sui positivi rilevati in Cina con i dati geolocalizzati sugli spostamenti della popolazione nel periodo prima delle restrizioni del 23 gennaio 2020 e li ha incrociati tra di loro.

I ricercatori hanno preso in esame l’86 per cento di tutte le infezioni non documentate prima delle restrizioni di viaggio del 23 gennaio 2020. Per persona, il tasso di trasmissione delle infezioni non documentate è stato del 55 per cento delle infezioni documentate, tuttavia, a causa del loro numero maggiore, le infezioni non documentate sono state la fonte di infezione per il 79 per cento dei casi documentati.

Nei modelli matematici i casi erano divisi tra persone positive al tampone con sintomi gravi e persone positive prive di tampone più o meno sintomatici (lievi, limitati o assenti). Come spiega anche il Corriere della Sera “oltre al rischio di contaminazione da persone asintomatiche o con lievi sintomi, i ricercatori hanno documentato anche come, dopo la chiusura delle città, il tasso di contagiosità del virus, che si chiama “erre con zero”, sia sceso da 2,38 (dal 10 al 23 gennaio) a 1,36 (tra il 24 gennaio e il 3 febbraio) e ancora a 0,99 tra il 24 gennaio e l’8 febbraio, visto che anche in Cina le restrizioni sono state progressive. Arrivare a un Ro pari a -1 significa aver interrotto la catena dei contagi e la diffusione del virus”.

“Solo le infezioni molto lievi e meno contagiose sono rimaste prive di riscontro o – si legge su Science– che il comportamento protettivo individuale e le precauzioni di contatto si sono dimostrate efficaci”.

Lo studio si allaccia a un’altra ricerca condotta sugli asintomatici. La ricerca secondo cui i cosiddetti asintomatici potrebbero essere molto più contagiosi di coloro che hanno sviluppato i sintomi del Covid-19. E sarebbe proprio questo il motivo per cui il virus è così infettivo: perché presente in molte persone che, ignare del fatto di essere state contagiate, continuano a fare la vita di tutti i giorni, infettando però altre persone. Gli asintomatici sono potenzialmente in grado di contagiare il 55 per cento delle persone entrate a contatto con loro. E gli scienziati hanno evidenziato come pazienti di età inferiore ai 30 anni hanno maggiori probabilità di manifestare sintomi lievi.

“Procedure di test più attive segnalerebbero più casi che permetterebbero di ricostruire e spezzare sistematicamente le catene di contagio”, ha spiegato alla stampa Jeffrey Shaman, co-autore dello studio.

Questo tracciamento permette di isolare i contagiati asintomatici, per impedire che infettino altre persone, e di fornire loro cure tempestive nel caso manifestino i sintomi. “Significa che se in America ci sono 3.500 casi di COVID-19 confermati – spiega il coordinatore del lavoro Jeffrey Shaman – in realtà ce ne potrebbero essere 35mila in tutto”.

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