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Storia di un lombardo che vorrebbe tornare a vivere sapendo se è positivo

La denuncia di Edoardo (nome di fantasia) a TPI: "Ho avuto i sintomi del Covid a inizio marzo. Positivo al test sierologico, ho fatto il tampone ma dopo una settimana non so dove siano i risultati". Rimbalzo di responsabilità tra Ats, medico di base e ospedale. "In una Regione con 15mila morti non c'è un protocollo preciso. E la gente continua a girare mettendo in pericolo gli altri"

Di Carmelo Leo
Pubblicato il 19 Mag. 2020 alle 16:02 Aggiornato il 19 Mag. 2020 alle 16:15
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Immagine di copertina
Credits: Matteo Biatta/ZUMA Wire/ZUMAPRESS.com

Lombardia, test sierologico positivo: fa tampone e non riceve mai risultato. La denuncia a TPI

Mentre la Lombardia discute se far pagare o meno il tampone per il Coronavirus a quei cittadini che risultano positivi al test sierologico effettuato presso strutture private e il professor Massimo Galli si indigna perché l’esame degli anticorpi non viene invece coperto dal servizio sanitario nazionale, nella Regione che di gran lunga registra il maggior numero di contagi e morti da Covid-19 in Italia succede pure che quei (pochi) cittadini che riescono a fare il tampone finiscano poi per attendere, invano e in eterno, un risultato che non arriva mai. Ne sa qualcosa Edoardo (nome di fantasia), un giovane trentenne lombardo che ha raccontato a TPI la sua storia, metafora di tutte le lacune presenti nella gestione dell’emergenza in Lombardia.

Il sospetto contagio

La vicenda di Edoardo comincia il 4 marzo, ben prima quindi che l’Italia intera venisse chiusa a causa del Coronavirus. Da circa due settimane era stato scoperto il focolaio di Codogno, il comune del basso lodigiano da cui si sospetta sia partito il contagio al Nord. Edoardo, dopo esser tornato da lavoro, inizia a presentare alcuni sintomi perfettamente compatibili con il Covid: febbre a 37,5, stanchezza, sensazione di schiacciamento al petto. “Già da qualche giorno – spiega a TPI – lavoravo da casa e andavo in ufficio il meno possibile. Dopo quei sintomi, però, mi sono messo in autoisolamento. Smetto di avere contatti con il mio compagno e con i miei genitori soprattutto, visto che hanno entrambi più di 70 anni”.

Sebbene sia consapevole che i suoi sintomi sono comunque “leggeri” rispetto a quello che si sente nei telegiornali, Edoardo chiama l’Ats e la guardia medica. Gli viene negato il tampone, come da prassi in quel periodo di forte emergenza in Lombardia, perché non ha avuto contatti con gente proveniente dalla zona rossa di Codogno o con positivi accertati. “Rimanga a casa – gli dicono soltanto – e non serve avvertire le persone con cui è entrato in contatto nei giorni scorsi”. Dopo qualche giorno, però, Edoardo ha la conferma indiretta di aver contratto il Coronavirus: all’improvviso perde totalmente gusto e olfatto. “Ho tirato avanti per qualche settimana – spiega ancora – e poi, per fortuna, tutti i sintomi sono passati, tranne la perdita di gusto e olfatto. Ho avuto anche la fortuna di poter lavorare da casa, da dove non mi sono mosso”.

Il test sierologico

Nel frattempo, iniziano a circolare i primi test sierologici. Quelli che, almeno inizialmente, la Regione Lombardia si rifiuta di riconoscere, sostenendo che “il test sul singolo cittadino non è utile“. Edoardo decide di andare a farlo, a Milano. Si presenta insieme al compagno, al fratello e ai suoi genitori. Tutti fanno il test, quello con il prelievo di sangue. Solo Edoardo e il fidanzato risultano positivi: “Lui leggermente positivo alle immunoglobuline di breve periodo (IgM), mentre io a quelle di breve e lungo periodo (IgG). Nonostante fossi già certo di aver preso il Coronavirus, mi ha spaventato avere il test positivo per il breve periodo. Era passato infatti più di un mese e mezzo dalla comparsa dei sintomi”.

Il laboratorio di analisi si rifiuta di rilasciare il referto quantitativo a Edoardo, quello che servirebbe per capire quanti anticorpi ha sviluppato. “Mi dicono che non sono autorizzati a consegnarmelo – afferma Edoardo – ma allo stesso tempo l’infettivologo sottolinea che sia io che il mio compagno dovremmo approfondire meglio la questione”. Il modo è uno solo: fare il tampone. Oggi una prassi obbligatoria dopo il test sierologico positivo, ma allora ancora no. Ed è qui che inizia un’avventura ai limiti del paradossale.

Il paradosso del tampone

A differenza del compagno, che riceve un appuntamento per la settimana successiva rispetto alla prenotazione, Edoardo ha qualche problema a prenotare il tampone. Al punto che il suo medico di base, vista la particolare situazione e l’assoluta necessità di approfondire la sua storia clinica con il Coronavirus, è costretto a “mentire” segnalando il ragazzo come un “caso sospetto recente”. In questo modo, Edoardo ottiene l’appuntamento direttamente per il giorno successivo, all’ospedale San Raffaele di Milano, con la modalità drive through (cioè direttamente dall’auto, senza scendere o entrare in clinica).

Da quel giorno, però, è già passata una settimana. E del risultato del tampone, che chiarirebbe definitivamente se Edoardo è ancora positivo e quindi contagioso oppure no, non c’è neanche l’ombra. C’è solo una nube fittissima di incertezze e continui scaricabarile. Altro che le “tre T” (testare, tracciare e trattare) tanto care all’epidemiologo Vespignani: “Né l’Ats, né il medico di base, né l’ospedale San Raffaele – denuncia Edoardo a TPI – mi sanno dire chi deve consegnarmi il risultato. L’Ats mi dice che arriverà direttamente al mio medico di base. Mi spiegano anche che se sono positivo verrò ricontattato, se sono negativo no. Su mia insistenza, mi dicono che se sono negativo mi arriverà una lettera o una mail con l’indicazione della fine dell’isolamento fiduciario. Ma nessuno mi aveva detto di essere in isolamento fiduciario! E soprattutto il mio medico di base non ha ricevuto nulla”.

La rabbia e il pericolo per gli altri

“La cosa che fa rabbia – continua Edoardo – non è solo il risultato del tampone che non arriva. Ma questa sensazione che in Lombardia non ci sia un protocollo preciso su chi sia preposto a comunicare le informazioni al paziente. Anche perché il mio compagno ha ricevuto il risultato del tampone, fortunatamente negativo, proprio dal suo medico di base. E abita sempre in Lombardia! A tre mesi dall’inizio dell’emergenza Coronavirus, e soprattutto in una Regione con 15mila morti, è assurdo tutto questo”. A una settimana dal tampone, Edoardo continua a non sapere se è ancora positivo o meno al Covid. Non può ancora riabbracciare i genitori. Per fortuna, continua a lavorare da casa e non deve rientrare per forza in ufficio. “Ma non tutti sono nelle mie stesse condizioni, c’è anche chi deve rientrare al lavoro”. Adesso ha persino prenotato un nuovo test sierologico, tra due settimane. “Così – spiega rassegnato – scartiamo l’eventualità che il primo sia stato un falso positivo e soprattutto, in caso di nuova positività, potrò fare un nuovo tampone sperando di avere stavolta il risultato”.

“La mia esperienza – conclude Edoardo – mi ha insegnato che non tutti siamo nelle stesse condizioni. C’è chi non ha la disponibilità economica per permettersi di ripetere un test, o semplicemente non ha la stessa attenzione nel capire cosa va fatto per limitare il rischio per gli altri. La sensazione è che ci siano tantissime persone che si trovano inconsapevolmente a essere pericolose. E so bene che la mia storia è solo una goccia nel mare”. Se le gocce sono tutte uguali tra loro, l’oceano in cui navighiamo in questa fase assolutamente inedita della storia del nostro Paese fa davvero paura.

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