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“Centro stupri”, chiuso anche il ristorante di uno dei genitori dei ragazzi

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 27 Giu. 2020 alle 17:48 Aggiornato il 27 Giu. 2020 alle 19:08
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Immagine di copertina

Caso “Centro stupri”, chiuso per 15 giorni il ristorante “Jonny Luanie”

Dopo la chiusura della discoteca di Lignano Sabbiadoro “Kursaal” per la vicenda dei ragazzi friulani con le magliette “Centro stupri”, che TPI ha raccontato per primo, la stessa sorte è toccata al ristorante dove il gruppo si era recato con quelle t-shirt, il “Jonny Luanie”. Nel pomeriggio di oggi, sabato 27 giugno, il personale della squadra Amministrativa della Questura di Udine ha notificato al titolare del ristorante di San Daniele del Friuli, che è il padre di uno dei ragazzi, la sospensione di ogni attività per la durata di 15 giorni ai sensi dell’art. 100 del Testo unico delle Leggi di pubblica sicurezza (che prevede che il Questore possa momentaneamente sospendere la licenza dell’esercizio pubblico se costituisce un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità e il buon costume).

Il 25 giugno scorso a pagare era stato il locale di Lignano, quello dove i giovani, per festeggiare il compleanno di uno di loro, avevano indossato per tutto il tempo le t-shirt con la scritta “Centro Stupri”, davanti agli occhi di tutto il locale e delle loro stesse amiche, per poi prenotare una nuova serata a nome del “centro” e condividere le foto sui propri social. “I ragazzi erano molti e alcuni di questi accompagnati dalle fidanzate. C’erano 8 ragazze a quel tavolo. Come si poteva immaginare una cosa del genere? Sono rimasto chiuso per il Covid tre mesi, ora mi fanno chiudere per due settimane. Sono amareggiato”, aveva detto Riccardo Badolato, titolare del Kursaal, per cui è stata disposta una sospensione di 15 giorni.

Come spiegato da noi di TPI, il ristorante in cui il gruppo si era recato qualche giorno prima della festa in discoteca appartiene al padre di uno dei ragazzi, Alberto, da molti definito “la mente” della bravata e quello che posta sui social i contenuti peggiori. Il padre, Carlo Dall’Ava, è un imprenditore ricco e noto a San Daniele, possiede il prosciuttificio Dok Dall’Ava e ha una decina di prosciutterie in regione. Nel suo ristorante era decisamente più facile accorgersi che nel gruppetto col figlio presente tutti indossavano la maglietta “centro stupri”. Sulla vicenda sta indagando anche la Digos.

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