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Donne vittime di violenza fanno una colletta e pagano l’affitto del centro antiviolenza che rischia la chiusura: la denuncia a TPI

Da anni chiedono di poter accedere a un finanziamento che non è mai arrivato. Oggi rischiano di chiudere i battenti, ma per questo mese a salvare il centro antiviolenza di Qualiano, alle porte di Napoli, sono le vittime che il centro stesso assiste

Di Cristiana Mastronicola
Pubblicato il 13 Set. 2019 alle 19:53 Aggiornato il 14 Set. 2019 alle 08:46
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Credit: AFP

Il centro antiviolenza di Qualiano rischia la chiusura, ma le donne vittime fanno una colletta per salvarlo

“Ma noi dove andiamo, se voi chiudete?”. Così da vittime diventano salvatrici del loro destino, le donne del centro antiviolenza di Qualiano Terra Viva, alle porte di Napoli. E anche il destino di una realtà che rischia di soccombere, sotto i colpi di una politica cieca, è appeso alla forza di volontà di una trentina di vittime.

Succede così che un gruppo di donne, assieme agli operatori dell’associazione e centro antiviolenza Terra Viva, si ritrova a fare una colletta per evitare che le porte al civico 41 di Via Santa Maria delle Grazie chiudano per sempre.

È impensabile che nessun organo istituzionale abbia aiutato un progetto come quello di Terra Viva che ormai da cinque anni ha piantato radici solide sul territorio a nord di Napoli. Dal 2014 a finanziare l’associazione e il centro antiviolenza sono gli stessi fondatori, che hanno tirato avanti a fatica e che oggi si vedono costretti a gettare la spugna. O quasi.

“È veramente una vergogna che si è portato un centroantiviolenza a questi livelli”, rivelano con un sentimento misto di dolore e rabbia a TPI. Qui i responsabili e gli operatori non si capacitano della scelta della Regione Campania di non concedere mai i fondi per la sopravvivenza delle attività, in quasi cinque anni di vita.

Sono oltre 350 le donne aiutate da Terra Viva. Per loro si spendono quotidianamente con costanza e dedizione psicologi e legali, pronti ad accogliere le vittime del territorio a nord di Napoli. Il percorso che si avvia con le donne non è solo sul piano legale e psicologico, ma è tutto concreto.

Se non hanno un tetto sulla testa, ci pensa Terra Viva a darglielo, oppure a sopperire agli affitti che non possono permettersi di pagare. Così come le risorse alimentari: “In tanti casi queste donne escono di casa e non hanno più nulla, noi le aiutiamo dando loro del cibo. Grazie a un protocollo di intesa con le Acli, una parte dei pacchi alimentari arriva qui e noi la distribuiamo a quelle donne che ne hanno bisogno”, spiegano i responsabili del centro.

Insomma, un’assistenza che va ben oltre il semplice percorso legale. Le donne vengono di fatto accompagnate dai circa 50 operatori che, da volontari, hanno fatto crescere il centro Terra Viva facendone un vero e proprio punto di riferimento sul territorio. “Qui prima non c’era niente. C’era una falla dal punto di vista socio assistenziale in questo settore e l’associazione prima e il centro poi l’hanno colmata”, spiegano i responsabili di Terra Viva.

Terra Viva oggi si sta muovendo anche a livello legale, attivando un contenzioso con tanto di diffida alla Regione Campania. “Abbiamo chiesto i fondi per le donne e per i figli delle vittime di violenza un anno e mezzo fa e non hanno dato nulla, costringendoci ad andare incontro a difficoltà importanti”, continuano ancora dal centro.

I fondi che non arrivano mai

Il culmine si è raggiunto qualche giorno fa, quando c’è stata l’udienza di sfratto: gli affitti non pagati hanno portato i responsabili del centro a rassegnarsi. Ci hanno pensato loro, le donne vittime di violenza, a organizzarsi. “Hanno creato un gruppo WhatsApp, sono circa 30-35. Si tratta di tutte quelle donne che al momento hanno un percorso attivo qui nel centro. Hanno deciso di mettere insieme i loro risparmi e di pagare gli affitti arretrati”, continuano i responsabili di Terra Viva.

Questo perché il centro antiviolenza, pur fornendo a tutti gli effetti un servizio pubblico, da quattro anni paga un affitto e fornisce assistenza legale, psicologica e socio assistenziale completamente gratuita alle donne vittime di violenza e ai loro figli.

Hanno fatto la colletta e hanno sostenuto la spesa di 4.200 euro che restava da pagare. Ma il mese prossimo, il centro antiviolenza si ritroverà a fare i conti con la realtà, completamente abbandonato a se stesso. L’associazione punta il dito contro un’azione totalmente fallimentare della Regione Campania in fatto di sostegno alle attività dei centri antiviolenza.

Il centro ha seguito tutti i passaggi per richiedere il finanziamento, sostengono da Terra Viva, chiedendo di poter accedere ai fondi per il funzionamento dei centri antiviolenza. Finanziamenti nazionali, stanziati alle regioni dal governo. La regione, di fatto, acquisisce questi fondi per poi redistribuirli ai centri sul territorio. Ma a Terra Viva quei finanziamenti non sono mai arrivati.

“Esiste una fitta corrispondenza in cui preghiamo la Regione Campania, da almeno due anni a questa parte, di elargire dei fondi, perché siamo in chiusura e non ce la facciamo più. Se ne sono fregati”, continuano da Terra Viva. La denuncia del centro antiviolenza di Qualiano è pesante: “La Regione sa che qui ci sono delle persone, donne e bambini, che stanno facendo dei percorsi e continuano a ignorare la cosa”.

Le sollecitazioni ci sono state, ma le risposte sono sempre mancate. Inutile anche il ricorso all’ufficio dell’assessore alle Pari Opportunità Chiara Marciani: “Nessuna promessa mantenuta”. Tra le motivazioni addotto ci sarebbe quella della mancata assunzione del personale: “Se non abbiamo fondi, come facciamo? Noi abbiamo del personale, ma tutto con contratti di volontariato”.

Dieci avvocati, tre psicoterapeute, due psicologhe, cinque assistenti sociali: tutti volontari che spendono il loro tempo per accompagnare le donne vittime che hanno intrapreso il loro percorso qui, nel centro antiviolenza di Qualiano e che non hanno nessuna intenzione di rinunciarvi.

La vergogna del bene confiscato

Ma la vergogna non finisce qui. Perché nel territorio di Qualiano ad imbarazzare è un’altra situazione che si intreccia col destino di Terra Viva e che foraggia l’ingiustizia che colpisce il centro e di conseguenza il territorio. Sul territorio di Qualiano esiste un bene confiscato alla criminalità organizzata che è stato assegnato, senza bando pubblico, a don Francesco Martino per diventare un Centro di Accoglienza per le donne vittime della violenza. Non è chiaro perché, né come il bene sia stato affidato a un parroco con questa finalità quando già esisteva sul territorio un centro antiviolenza a cui quella sede avrebbe fatto comodo.

Il sindaco Raffaele Di Leonardis difende il lavoro di Terra Viva, e spiega a TPI, però, che la storia del bene confiscato è “molto lunga”. “Abbiamo attivato gli uffici che hanno fatto le dovute ispezioni, che hanno verificato che erano stati fatti gli allacci e che qualche persona lo frequenta”. Di Leonardis replica che “le relazioni degli uffici non hanno portato alla revoca”: gli atti firmati sono validi, ma resta appesa la questione dell’assegnazione senza bando.

“Stanno facendo le verifiche con i passi da elefante della burocrazia”, continua il sindaco. Insomma, è tutta questione di carte e cavilli, ma il bene rimane in mano al parroco e Terra Viva rischia di chiudere.

Al centro antiviolenza la questione non è andata giù, l’ha denunciato e segnalato, anche alla prefettura. Niente si è mosso. “Per gestire l’attività antiviolenza ci vuole esperienza nel settore, non capiamo quale esperienza abbia chi ha ottenuto l’assegnazione di quel bene confiscato nel 2015”, continuano i responsabili del centro di Qualiano.

La Regione si difende

Attenendosi ai fatti, però, quello che resta è che un gruppo di donne vittime di violenza è costretto a pagare l’affitto del centro di via Santa Maria delle Grazie nonostante i milioni di euro arrivati alla Regione Campania, con le richieste d’aiuto completamente inascoltate, come denunciano da Terra Viva.

Il lavoro del centro fino ad oggi è esistito solo grazie agli sforzi (economici e non solo) di chi ha creato e fatto crescere il centro. “Se le istituzioni se ne fregano, sei costretto a sopperire in qualche modo, perché come si aiutano altrimenti queste persone? Così siamo diventati anche noi vittime di questo sistema marcio”, continuano i responsabili di Terra Viva, che all’associazione e al centro dedicano il loro tempo e i loro sforzi.

Ma la Regione risponde a modo suo. L’assessore alle Pari Opportunità Chiara Marciani spiega a TPI che non è sua la competenza della questione, ma dell’Ambito territoriale (l’aggregazione intercomunale che ha il compito di avviare nuove forme e modalità di progettazione, organizzazione e gestione associata dei servizi sociali di un determinato territorio, ndr). Spende parole di grande apprezzamento per il lavoro di Terra Viva, ma torna a parlare di burocrazia, di paletti forse non rispettati e di probabili inadempienze. Ma la patata bollente passa in mano all’Ambito.

“La vicenda è un po’ complicata”, spiega l’assessore, che sottolinea come Terra Viva non avrebbe i parametri per costituire un centro antiviolenza. L’Ambito territoriale quindi non accredita la struttura e di conseguenza al centro non arrivano i fondi. A questo risponde direttamente Terra Viva, che spazza via ogni narrazione distorta rispetto alla natura del centro: “Noi abbiamo un decreto di autorizzazione al funzionamento come centro antiviolenza, quindi i parametri ci sono eccome”.

“Non è la Regione che fa la gara, ma l’Ambito territoriale dà l’ok. E se l’Ambito non l’ha accreditato, evidentemente la struttura non avrà i parametri a posto oppure ci saranno altri problemi”, continua Marciani: “Non posso entrare in scelte che non mi competono. Qualche tempo fa avevo già investito l’Ambito territoriale per capire che cosa c’era che non andava e qualcosa si era mosso. Ora perché è di nuovo bloccato non glielo so dire”.

“Le risorse sono limitate e dobbiamo dividerle per un centro antiviolenza per Ambito, anche perché non avrebbe senso farne più di uno”, continua l’assessore. Forse un senso l’avrebbe, invece, visto che non tutti i centri del territorio sembrano funzionare effettivamente e, soprattutto, al momento il centro antiviolenza di Qualiano ha in carico oltre trenta donne.

Queste, seguendo il discorso dell’assessore, dovrebbe quindi interrompere il percorso intrapreso e affidarsi ad altri, nuovi eventuali operatori. Il danno è più grande di quello che sembra. In ballo non c’è solo una questione puramente economica, ma la sopravvivenza di una realtà che ha dato tanto al territorio e che rischia di morire sotto ai colpi sordi della burocrazia. “Non ci sono vittime di serie A o di serie B, le donne che arrivano a Terra Viva hanno il diritto di essere aiutate come le altre”. Per ora, però, sono loro ad aiutare per essere aiutate.

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