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La Cassazione: “Carola Rackete agì correttamente seguendo le regole di soccorso in mare”

Sono state pubblicate le motivazioni per cui la Corte di Cassazione ha annullato l'ordine di arresto emesso ad agosto dalla Procura di Agrigento nei confronti della comandante della sea Watch dopo che la Rackete

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 20 Feb. 2020 alle 15:32 Aggiornato il 20 Feb. 2020 alle 15:39
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Immagine di copertina

La motivazioni della Cassazione: “Carola Rackete agì correttamente”

Carola Rackete agì correttamente “seguendo le disposizioni sul salvataggio in mare perché l’obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro”.

Sono state pubblicate le motivazioni per cui la Corte di Cassazione ha annullato l’ordine di arresto emesso ad agosto dalla Procura di Agrigento nei confronti della comandante della Sea Watch dopo che la Rackete, quasi scontrandosi con una motovedetta della Guardia di finanza che le sbarrava il passo aveva forzato il divieto di ingresso firmato da Matteo Salvini e portato la nave della Ong tedesca fino al molo di Lampedusa per sbarcare i migranti soccorsi diversi giorni prima. (Chi è Carola Rackete).

Secondo le motivazione depositate oggi, le convenzioni internazionali in tema di soccorso in mare, e, “prima ancora l’obbligo consuetudinario di soccorso in mare, norma di diritto internazionale generalmente riconosciuta e pertanto direttamente applicabile nell’ordinamento interno”, in base all’articolo 10 della Costituzione, “tutte disposizioni ben conosciute – osserva la Corte – da coloro che operano il salvataggio in mare, ma anche da coloro che, per servizio, operano in mare svolgendo attività di polizia marittima” sono il “parametro normativo” che ha guidato il gip di Agrigento “nella valutazione dell’operato dei militari per escludere la ragionevolezza dell’arresto” di Rackete, “in una situazione nella quale la causa di giustificazione era più che verosimilmente esistente”.

La capitana della Sea Watch 3 Carola Rackete dunque, dice ora la Cassazione, “agì in adempimento del dovere di soccorso in mare”. Non solo. Aggiungono i supremi giudici che “queste sono due disposizioni ben conosciute anche da coloro che, per servizio, operano in mare svolgendo attività di polizia marittima in una situazione nella quale la causa di giustificazione era più che verosimilmente esistente”.

Le motivazioni che scagionano la Rackete arrivano nel giorno in cui la Procura di Catania ha depositato all’ufficio del gip la richiesta di fissazione dell’udienza preliminare per il caso Gregoretti dopo aver ricevuto da Palazzo Madama il fascicolo processuale con il nullaosta a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’Interno Matteo salvini accusato di sequestro di persona e abuso in atti d’ufficio. Il presidente dei gip Nunzio Sarpietro dovrà adesso fissare la data dell’udienza.

“L’obbligo di prestare soccorso dettato dalla convenzione internazionale Sar di Amburgo non si esaurisce nell’atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l’obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro”, e tale non può essere qualificata, “una nave in mare che, oltre ad essere in balia degli eventi meteorologici avversi, non consente il rispetto dei diritti fondamentali delle persone”.

Inoltre, scrive la Cassazione, “le navi della Guardia di finanza sono certamente navi militari, ma non possono essere automaticamente ritenute anche navi da guerra”.

“Per poter essere qualificata come ‘nave da guerra’ l’unità della Guardia di finanza deve altresì essere comandata da un ufficiale di Marina al servizio dello Stato e iscritto nell’apposito ruolo degli ufficiali o in documento equipollente, il che nel caso in esame – osserva la Corte – non è dimostrato”.

Infatti, si legge ancora nella sentenza, “non è sufficiente che al comando vi sia un militare, nella fattispecie un maresciallo, dal momento che il maresciallo non è ufficiale. Né peraltro il ricorso documenta se tale maresciallo avesse la qualifica di cui sopra. Dunque – concludono gli ‘alti’ giudici – non è stata dimostrata la sussistenza di tutti i requisiti necessari ai fini della qualificazione quale nave da guerra della motovedetta della Guardia di finanza nei cui confronti sarebbe stata compiuta la condotta di resistenza”.

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