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Il traffico illegale di cani randagi: così i finti animalisti maltrattano i cuccioli e li vendono online

Camion carichi di cani, stipati per ore e ore in gabbia, percorrono ogni settimana l'Italia da Sud verso Nord: ecco cosa c'è dietro

Di Alan David Scifo
Pubblicato il 12 Nov. 2019 alle 18:47
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Credit: Alan David Scifo

Cani randagi: come funziona il traffico illegale dei cuccioli

Giugno 2018: un camion con 41 cuccioli a bordo, tutti senza microchip, viene fermato sulla A13 dalla polizia stradale. Era partito da Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, per arrivare a Padova, senza alcuna autorizzazione. Ottobre 2019: a Corigliano-Rossano, in provincia di Cosenza, viene sequestrato un canile irregolare che avviava staffette e maltrattava gli animali, 9 indagati.

L’affidamento dei cani è un vero e proprio business irregolare nel sud dell’Italia, attorno al quale girano parecchi milioni di euro. Anche se a volte qualcosa va storto e succede l’imponderabile. Come accadde a Sciacca, nell’agrigentino, dove tra il 17 e il 18 febbraio del 2018, più di trenta cuccioli vennero avvelenati in contrada Muciare, tra le campagne della cittadina.

In quel caso tutti si concentrarono sugli autori di un gesto orrendo, poi mai trovati, ma quella manifestazione in piazza, con centinaia di animalisti poi scesi a protestare con striscioni in mano nasconde altro. Mentre lacrime e grida delle persone con stendardi in piazza portano il caso all’attenzione nazionale, dall’altra parte c’è chi si chiede perché quei cani si trovavano in quel luogo, dove sono stati avvelenati. 27 randagi infatti non rappresentano un gruppo sparuto, ma un nutrito branco di cani che non doveva stare in quel posto.

A spiegare la vicenda a TPI, in tutti i suoi dettagli, è Antonio Izzo, direttore del servizio Igiene degli allevamenti dell’Azienda sanitaria provinciale (Asp) di Agrigento: “C’è chi si fa chiamare animalista senza avere le condizioni per mantenere i cani”, dice. “Bisogna essere iscritti a un registro e avere tutte le carte in regola, cosa che ad Agrigento hanno in pochi”.

Non aveva le carte in regole, ad esempio, la proprietaria di tutti quei cani, la quale, come ogni altro, doveva essere autorizzata dall’Asp per accogliere più di dieci animali. Anzi, già in passato, la stessa donna, sedicente animalista, aveva ricevuto segnalazioni da parte dell’Azienda sanitaria provinciale per le situazioni igienico sanitarie non a norma nelle quali i cuccioli vivevano.

Alla sua richiesta di poter avere più di dieci cani, avanzata al Comune e all’Asp, l’Azienda sanitaria aveva risposto così: “Il richiedente è stato già sanzionato più volte per detenzione di cani in cattivo stato igienico sanitario, detenzione di cani non identificati, mancata custodia di cani lasciati liberi di accoppiarsi sul territorio comunale, occupazione arbitraria di terreni per canili abusivi”.

A far da cornice a una strage c’era quindi altro: una proprietà abusiva di tanti cani che addirittura venivano lasciati liberi di accoppiarsi, alimentando il randagismo, problema contro cui gli animalisti si battono. A denunciare il comportamento della donna sono anche diversi proprietari terrieri, che, senza alcun consenso da parte loro, vedevano i cani arrivare spesso sui propri terreni. Dietro tutto questo, però, ci sarebbe un motivo ben preciso: i soldi.

Nella provincia di Agrigento ci sono 1.695 cani randagi (stime dell’Asp) e ognuno di questi cani rappresenta una fortuna per gli “animalisti” che operano puntando sull’empatia. Pubblicano foto dei cani, quasi tutti con problemi di salute, su Facebook, chiedendo in cambio denaro. “Un business attorno cui girano parecchi milioni di euro, con donazioni chieste solitamente attraverso ricariche Postapay e quindi con denaro non tracciabile”, spiega ancora il dottore Izzo.

In Sicilia il fenomeno sarebbe molto diffuso e dopo le denunce dell’Asp agrigentina le forze dell’ordine si sono attivate per fare luce sul denaro che passa in mano a sedicenti animalisti senza alcuna traccia.

Oltre al caso di Sciacca, anche a Canicattì l’Asp sta cercando di comprendere meglio l’attività di un ragazzo minorenne che per anni ha accudito decine e decine di cani senza autorizzazione. Pubblicate le foto, ricevuti i soldi, i cani che fine fanno? Solitamente vengono trasferiti, spesso in maniera illecita, dalla Sicilia al Nord dell’Italia attraverso staffette irregolari: furgoni dove vengono stipati anche 80 cani senza alcuna autorizzazione, a volte individuate dai carabinieri in controlli di routine. Altri cani arrivano invece a Malta, come indicato anche da alcuni microchip addosso a cani randagi ritrovati ad Agrigento, in una nazione dove il mercato illegale delle scommesse punta anche al combattimento tra gli animali.

Le staffette irregolari, pagate poche centinaia di euro, invece, andrebbero a rimpinguare i canili del Nord attraverso uno stratagemma ben collaudato: in alcuni casi d’accordo con gli stessi canili, i cani vengono lasciati liberi di vagare indisturbati nei pressi di alcune strutture. Questi canili, che si trovano in posti dove il problema del randagismo è stato risolto, vengono segnalati al Comune come trovati sul posto, in modo da ricevere dall’ente, per ogni cane trovato, una rendita che si aggira attorno ai 1.200 euro all’anno.

“Al Nord il randagismo è molto limitato”, spiega a TPI Loredana Pronio, presidente nazionale FederFida. “E i canili non sono stracolmi. Così, da qualche anno, hanno capito che si può guadagnare e far guadagnare. I volontari, alcuni ben noti, si fanno un nome facendo finte adozioni di cani che poi finiscono in un canile con poche presenze e il gestore, che incassa una diaria giornaliera a cane dai Comuni con i quali ha la convenzione, ovviamente, avendo più cani, ci guadagna di più. Il tutto a discapito delle amministrazioni comunali”.

Altre volte l’unico intento dei sedicenti animalisti è quello di sbarazzarsi dei cani che prima tanti soldi hanno portato in cassa. Capita così che in Lombardia più della metà dei cani trovati siano di origine siciliana, come riconosciuto dagli addetti ai lavori e come confermato dalle pagine del Giornale di Sicilia, subito dopo la tristemente celebre “strage di Sciacca”.

L’associazione Arcadia Onlus, che gestisce i canili di Milano e Rovereto, spiega: “Abbiamo segnalato più volte alla Regione Siciliana come oltre il 60 per cento dei cani vaganti che ritroviamo sul territorio arrivino dalla Sicilia privi di microchip e in maniera illecita. Spesso c’è chi li lascia davanti i canili, altri vengono lasciati nelle case di privati e ci vengono segnalati come se avessero invaso le abitazioni”.

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Le staffette illegali sono però un fenomeno diffuso, come conferma a TPI la presidente nazionale di Federfida, Loredana Pronio: “Le staffette sono cosa buona e giusta ma, purtroppo, non regolamentate come fosse un lavoro vero e proprio”, dice. “È urgente normare le staffette soprattutto su due punti: chi fa le staffette, prende soldi in nero, spesso sono cifre esose delle quali si perde la tracciabilità. Poi ci sono i lunghi viaggi con cani stipati per ore ed ore in gabbia: non si può pensare che un animale possa partire dalla Sicilia per arrivare a Milano senza una sosta adeguata”.

E i Comuni? “Gran parte dei Comuni della provincia di Agrigento non si attiva per reprimere il randagismo”, spiega ancora Izzo. “Dei soldi che arrivano ogni anno dall’Unione europea per combattere il randagismo, quelli dedicati alla sterilizzazione in gran parte (circa 50mila euro) ritornano indietro. Se il capoluogo Agrigento sotto questo punto di vista ha fatto un buon lavoro, diversamente fa il resto della provincia, dove il fenomeno è molto diffuso”.

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Non tutte le associazioni sono composte da finti animalisti, ci sono altre che operano sul territorio in maniera legale, pubblicando i loro bilanci, rendendo trasparenti staffette e adozioni. È il caso, ad esempio, dell’oasi Ohana di Chiara Colasanzio, che opera nelle zone del Belice, dove il fenomeno del randagismo è molto diffuso, tanto che, nonostante numerose adozioni, ad oggi il canile ospita circa 75 cani.

“Ci sono situazione disastrose, come quella di Sciacca o come Montevago. In altri posti, in provincia di Agrigento, dove ci sono vere associazioni attive il problema è invece in fase di risoluzione. Noi utilizziamo staffette autorizzate, con cani microchippati e vaccinati: bisogna affidarsi a chi le fa bene. I nostri cani partono già con il passaggio di proprietà effettuato. Ci sono volontari che chiedono soldi anche senza avere cani, e che spesso creano anche problemi alle vere associazioni, in quanto le persone non si fidano più. Però è utile ribadire che ci sono associazioni come la nostra che operano nel bene, con trasparenze sulle offerte e lavorando con mille sacrifici”.

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