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Brescia verso la zona rossa: “Gli ospedali sono pieni a causa della variante inglese”

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Il centro di Brescia deserto a causa delle precauzioni per il Covid. Credit: ANSA/SIMONE VENEZIA

Si fa sempre più probabile l’adozione della zona rossa a Brescia, dove i contagi equivalgono a un terzo del totale della Lombardia e nell’ultima settimana l’indice Rt è prossimo all’1,20, con una media giornaliera di quasi sei decessi. Il Cts nazionale, alle cui valutazioni si è affidato anche il Sindaco Del Bono, sta prendendo in esame la situazione, che nei prossimi giorni potrebbe quindi avere una svolta.

A preoccupare è soprattutto la saturazione degli ospedali, dovuta principalmente al dilagare della variante inglese: “A Milano la situazione è abbastanza tranquilla, non è lo stesso però in tutta la Lombardia”, ha spiegato Massimo Puoti, direttore del reparto malattie infettive dell’ospedale Niguarda di Milano. “In provincia di Brescia abbiamo un incremento importante di casi ed una saturazione di posti letto negli ospedali. Anche a Bergamo ricoverano pazienti da Brescia. L’aumento dei casi e dei ricoveri è dovuto soprattutto alla variante inglese, con qualche caso anche di sudafricana e brasiliana”, ha detto a Radio Cusano.

“Secondo alcuni dati non ancora confermati, la variante inglese sembrerebbe essere anche più aggressiva, oltre che più contagiosa. Fa andare più persone in malattia e, secondo i primi dati, sembrerebbe che a parità di persone in malattia i casi più gravi siano più numerosi”.

Rispetto alla variante sudafricana, Puoti ha spiegato che “al momento ci sono solo esperimenti in vitro e non ci sono dati molto solidi, però sembrerebbe che questa variante diminuisca di dieci volte l’efficacia del vaccino anche se non la azzera. La potenza di risposta agli anticorpi del vaccino viene misurata con un numero, che nel mio caso è maggiore di 800, se io incontrassi la variante sudafricana la potenza dei miei anticorpi diventerebbe 80, ma basta 40 per essere protetti. Su questa variante il vaccino AstraZeneca sembra che abbia una protezione ancora minore, probabilmente protegge dalla malattia ma non dall’infezione”.

“Non è detto che il virus abbia variazioni annuali, quando varia può anche variare essendo meno aggressiva. Lì è possibile che si debba rifinire la proteina cambiando qualcosa nella composizione del vaccino, ma sarebbe un’operazione molto semplice. Noi dobbiamo vaccinare le persone sopra i 70 e 80 anni. Il 50% delle persone ricoverate in ospedale ha un’età mediana di 82 anni, se noi riusciamo a proteggere queste persone evitiamo il 50-60% di ricoveri. In questo modo il nostro sistema sanitario riuscirebbe a gestire gli altri casi gravi. La gestione della campagna vaccinale ora si fa più difficile, perché con gli operatori sanitari è molto più facile. Portare a vaccinare 80enni e 90enni è più complicato”, ha concluso Puoti.

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