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In Italia, nel paese delle frane e delle alluvioni, pulire un fiume è un’odissea

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Immagini di Mario Molinari

Se lo smart working funzionasse davvero, Bormida, a 37 chilometri da Savona, sarebbe un posto dove andare a vivere, specie per chi ha figli piccoli, per chi ama e lo sport e per chi apprezza il fascino delle immense foreste che si aprono a pochi km dalle coste del Finalese. A Bormida è possibile trovare boscaioli che non cambierebbero mai il loro lavoro solitario e coltivatori che non lascerebbero i loro orti neppure quando la grandine gli distrugge il lavoro di un anno.

Distribuito fra più frazioni, sparse lungo il fiume omonimo, Bormida conserva le vestigia di un’antica grandezza, come il bellissimo palazzo Pertini-Maiorca e una collezione di paramenti sacri del 1600, che meriterebbe un’esposizione alla Fondazione Prada. Inoltre, questo borgo di 386 abitanti, quasi tutti anziani, è anche uno dei pochi paesi covid-free.

“Mi sono ritrovato a fare il sindaco sceriffo”, ha detto Daniele Galliano al SecoloXIX. “Però il contagio non è mai entrato nella mia Bormida. Qui siamo tutte persone anziane, se si rompe la diga succede una strage e allora, con l’unico vigile, mi sono messo di guardia sulla strada, per far invertire la marcia a chi veniva qui dalle zone del contagio. E se i miei concittadini se ne stavano in giro senza assoluta necessità, li riaccompagnavo a casa, anche a calci nel sedere. Dopo mi hanno ringraziato”.

Purtroppo, se la prima ondata dell’epidemia è stata respinta, sul destino di Bormida incombe da sempre l’Ondata Primaria: quella del fiume, il Bormida, che nel 2016 fece danni enormi lungo tutto il suo corso (a Murialdo aveva travolto il ponte delle Fucine isolando le Borgate Conradi e Pallareto) e che ora sembra agire come un dio impazzito in balia dei cambiamenti climatici.

A poca distanza dai muri di una vecchia ferriera, un tratto del fiume è ostruito da un enorme mucchio di alberi. “Queste piante sono venute giù il 4 ottobre”, dice Fausto Delfino, che lavora in vetreria, ma fa anche il taglialegna. “Una volta questi eventi non accadevano perché c’era molta più cura del territorio. C’erano campi, orti, muri a secco sino a 700 metri, oppure castagneti da frutto che venivano tenuti benissimo. C’era un governo delle acque. Chi aveva terreni lungo il fiume, badava a che l’acqua non esondasse. L’acqua usata per irrigare i campi con le ‘bealere’ (termine di natura dialettale usato in Piemonte per indicare corsi d’acqua artificiali, generalmente di una certa lunghezza, ma di sezione piccola o media, utilizzati per l’irrigazione, per forza motrice o per altri usi) imponeva una manutenzione costante”.

“L’alluvione del 4 ottobre è stata terribile. Ero con la protezione civile a liberare la strada dagli alberi, ma con il buio, l’urlo del vento e quello delle motoseghe, non si sentiva nulla. Le piante continuavano a cadere e non facevi in tempo ad accorgertene. Nessuno immagina quelle situazioni: abbiamo rimosso un albero che ostruiva la strada e un’ora dopo, nello stesso punto ne sono caduti giù altri due. Se fossimo stati lì ci avrebbero presi in pieno, come è accaduto a un vigile in Val d’Aosta”.

Una serie di alberi spezzati come stuzzicandenti mostra che la piena è avanzata con la forza di un gigantesco ariete. Il cielo è carico di pioggia e la prossima piena potrebbe fare un disastro, ma qualsiasi intervento si infrange contro una diga , che (a differenza del Mose), in Italia ha sempre funzionato: la burocrazia.

“Non possiamo rimuovere gli alberi – spiega il sindaco Daniele Galliano – perché dobbiamo seguire tutta una prassi burocratica che regola queste operazioni di pulizia:
1) dobbiamo fare le analisi di compatibilità del materiale che si vuol togliere dall’alveo in cui è stato depositato dal fiume stesso;  2) indicare il luogo dove sarà depositato; 3) raccogliere la documentazione da presentare all’Arpal; 4) documentare le richieste inerenti alla ditta che dovrebbe intervenire per togliere le piante; 5) dobbiamo persino indicare dove e da che parte entreremo nel fiume; 6) dobbiamo chiedere i permessi della sezione di pesca della Regione che deve valutare i rischi che potrebbero correre i pesci per l’intervento di ruspe e motoseghe; 7) documentare la quantità di legname che verrà tolto dal fiume 8) indicare dove e come verrà smaltito , se verrà bruciato o portato in discarica… Siamo al teatro dell’assurdo anche se da ridere c’è ben poco…”.

In Italia si parla tutti i giorni del “Decreto Semplificazioni”, o del “Modello Genova” ma, a sentire questi racconti , sembra che la più grave emergenza dopo il Covid, il dissesto idrogeologico, venga ancora affrontata con il “Modello Vajont”: mentre gli interventi urgenti aspettano il nullaosta di pesci, rane e burosauri, si prega che dio posticipi la prossima esondazione.

Leggi anche: Così la Liguria, nel silenzio, muore

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