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Quel pasticciaccio brutto di via Arenula. Il pentito De Simone a TPI: “Bonafede non all’altezza, come fa non dimettersi?”

Di Nello Trocchia
Pubblicato il 20 Mag. 2020 alle 11:29 Aggiornato il 21 Mag. 2020 alle 15:20
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Immagine di copertina

“Per le istituzioni è stata una figura pessima, un segnale grave. Zagaria sarebbe uscito tra qualche anno, ma così è stato un messaggio devastante per la credibilità delle istituzioni”. Parla così Dario De Simone, pentito del clan dei Casalesi, killer di camorra, che conosce bene i Zagaria sia Pasquale che il fratello Michele, al vertice del clan. Lo fa in esclusiva a TPI. “Come fa a restare al suo posto il ministro? Se avessero scelto Di Matteo sarebbe successo un bordello nelle carceri, ma i casini si fanno sotto terra, mica le proteste le fanno i boss”.

De Simone si è pentito nel 1996, le sue dichiarazioni sono state importanti per mandare alla sbarra i capi del clan dei Casalesi. “Il direttore del Dap (l’amministrazione penitenziaria, ndr) e il ministro non sono stati all’altezza. Con la lotta alle mafie non si scherza. Di Matteo – conclude De Simone – avrebbe dovuto parlare subito, ma da questa storia gli unici a pagare sono i familiari delle vittime e la giustizia”.

La circolare del 21 marzo
Non solo Pasquale Zagaria insieme ad altri due detenuti al 41 bis sono andati ai domiciliari, ma anche altri 495 tra vertici e affiliati, fino all’8 maggio, sono usciti dagli istituti di pena: tutti mafiosi ed ex 41 bis, come ha svelato TPI nei giorni scorsi. Alcuni detenuti, dopo il decreto riparatorio del governo, stanno tornando in carcere, in strutture adatte per garantirne la cura, a dimostrazione che era possibile una soluzione alternativa ai domiciliari.

Ma quando inizia questo disastro? E di chi è la colpa? Questa vicenda ha portato le forze di opposizione a presentare una mozione di sfiducia contro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. La data centrale è il 21 marzo proprio il giorno in cui ogni anno l’associazione Libera ricorda le vittime dei clan.

Quel giorno il Dap invia a provveditori e direttori degli istituti penitenziari una circolare che invita le direzioni a comunicare con solerzia alle autorità giudiziarie “il nominativo del ristretto che dovesse trovarsi nelle predette condizioni di salute”, elencando diverse patologie e tra queste anche l’età (“persone di età superiore ai 70 anni”).

A confermare la centralità della circolare nel disastro gestionale è Maria Vittoria De Simone, procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia durante un convengo online organizzato dal centro culturale Gesù nuovo: “Quella circolare ha innescato tutto. Abbiamo accertato che le relazioni dei gruppi di osservazione e trattamento sulle istanze che a centinaia venivano presentate dai detenuti si esprimevano nel senso che le pregresse condizioni dei detenuti, anche la sola età, e il possibile rischio di contagio rappresentavano una condizione tale da consigliare la scarcerazione”.

Insomma quella circolare ha creato le condizioni per le centinaia di scarcerazioni di mafiosi ed ex 41 bis. Il ministro Alfonso Bonafede ha continuato a difendere il suo operato precisando che le “scarcerazioni dei boss sono state decise dai magistrati non dal governo”. In realtà le circolari, le mancate risposte, la disastrosa gestione del Dap, che dipende dal Ministero della Giustizia, sono centrali per capire il disastro. Basta ascoltare i magistrati da sempre in prima linea contro il crimine organizzato per capirlo.

“Bastava organizzare le strutture carcerarie diversamente e assicurare le cure”, osserva il procuratore aggiunto De Simone. A bocciare la gestione del Dap arrivano anche le parole del magistrato anticamorra Giovanni Conzo, procuratore aggiunto alla Procura di Benevento, che durante il convegno citato ha dichiarato: “Il Dap di solito ha sempre risposto, questo Dap (in riferimento alla gestione Basentini, ndr) non ha risposto. Si è creato un corto circuito”.

Conzo aggiunge: “Si devono allestire centri di cura all’interno delle carceri, non vedo perché si sono aspettati tre mesi. Anche in pochi giorni si possono allestire questi servizi”. Poi attacca sulle scelte: “Siamo stanchi di vedere nomine non fondate sulla capacità, competenza, trasparenza e sul percorso. Abbiamo tantissimi magistrati, direttori di carcere che hanno competenze enormi. Bisogna scegliere non in base agli amici, ma in base alla preparazione”.

Quella circolare è stata la strada adottata per affrontare il sovraffollamento, ma soprattutto una risposta a quello che era accaduto a inizio marzo con le rivolte nelle carceri su cui indagano le distrettuali antimafia.

Le rivolte e i sequestri degli agenti
In un carcere, quello di Fuorni, a Salerno, i detenuti, durante le rivolte, presentarono una richiesta scritta composta da 8 punti. Al punto 7 c’era scritto: “Sollecitare i tribunali a concedere pene alternative in modo tale da concedere ad ogni ristretto in questo istituto di scontare la propria pena ai domiciliari in modo tale da poter contrastare e prevenire o meglio curare l’emergenza Coronavirus che sta circolando e invadendo il nostro sistema”. Richieste che arrivavano anche da associazioni e garanti perché il sovraffollamento è una indecenza cronica di questo paese, affrontata con l’ennesimo svuota-carceri che il governo approva il 17 marzo, pochi giorni dopo le rivolte.

Una delle rivolte più cruente scatta nel carcere di Melfi. Si rivoltano i detenuti dell’alta sicurezza. “Per dieci ore, dieci, colleghi e personale vengono sequestrati. Sequestrati”, racconta a TPI un agente penitenziario che era presente. “Quei colleghi, per i traumi subiti, non sono ancora tornati in servizio. Lo Stato ha mostrato il suo lato debole. Il giusto resta il giusto, ma lo Stato non si può piegare così”.

“Nel momento in cui il Dipartimento chiede agli istituti di segnalare detenuti con alcune patologie e anche solo con età superiore ai 70 anni significa che si creano le condizioni per favorire le scarcerazioni di massa. È scandaloso, è evidente il collegamento con le rivolte”.

E dal carcere di Melfi sono andati ai domiciliari, secondo l’elenco che TPI ha letto, cinque detenuti. Durante le rivolte ci sono stati 14 morti tra i reclusi. Dopo le rivolte è arrivato prima lo svuota-carceri e poi la circolare contestata. Il 21 marzo arriva, insomma, la svolta che non andava nella direzione di alleggerire le carceri affollate, ma nei fatti ha consentito a pericolosi criminali di andare ai domiciliari in assenza di un piano per cure e assistenza in reparti ospedalieri dedicati. Da qui il disastro.

“È passata l’idea – conclude Maria Vittoria De Simone – che l’esistenza di una emergenza sanitaria legittimasse il Dap e, in ultima battuta i magistrati, che fosse sufficiente la presenza di pregresse patologie per creare una situazione di incompatibilità con la detenzione carceraria. Non è così perché le norme non lo prevedono”. Ma è quello che è successo scrivendo una pagina nera nel contrasto alle organizzazioni criminali.

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3. Il pm Di Matteo: “Bonafede mi ha offerto la nomina a capo del Dap, ma poi ha cambiato idea” / 4. Esclusivo TPI: i boss scarcerati sono 498. C’è anche un imprenditore dei Casalesi uscito col Cura Italia

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