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“Non voglio vederti fermo”. Amazon, le rivelazioni shock di 3 dipendenti italiani: “Viviamo in macchina, trattati come robot”

Reportage di TPI dallo stabilimento Amazon in provincia di Rovigo. I lavoratori lamentano il monitoraggio continuo delle loro azioni: "Sono stato redarguito perché mi è cascata una penna". I sindacati confermano: "Le persone sono trattate da robot umani". L'azienda non ha fornito un alloggio a molti dipendenti, che si arrangiano come possono. Alcuni dormono in camper fuori dalla zona industriale e persino in macchina nei sacchi a pelo

Di Alessio Mannino
Pubblicato il 27 Nov. 2020 alle 12:38 Aggiornato il 27 Nov. 2020 alle 12:52
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Immagine di copertina
Credit: Emanuele Fucecchi

L’uomo Amazon non cammina, non corre, l’uomo Amazon marcia. “La chiamano così, la marcia Amazon”, spiega una lavoratrice del BLQ1, nome in codice per lo stabilimento di quattro piani e 189 mila metri quadrati situato esattamente sul confine tra San Bellino e Castelguglielmo, due piccoli Comuni a poco più di venti chilometri da Rovigo, 2.500 anime in tutto nelle brume del Polesine. Carla (nome di fantasia) fa parte dell’esercito arruolato lo scorso 21 settembre, giorno dell’inaugurazione, “con circa 220 posti a tempo indeterminato”, puntualizza l’azienda, “a cui si aggiungeranno nelle prossime settimane quelli a supporto delle attività per il picco di Natale”.

In realtà, chi scrive ha visto tappeti d’auto dentro e fuori il parcheggio già a metà novembre, il che fa pensare, come sostengono i sindacati e le fonti che abbiamo sentito, che il numero di 900 unità (tutte “a tempo indeterminato entro tre anni”, sempre per Amazon) sia già operativo ora. Ma in maggioranza rinnovabili di mese in mese, o allo scadere del primo trimestre a fine anno. Questo blocco di cemento, magazzini, scaffali, bocche da cui entrano ed escono merci di ogni tipo sulla Transpolesana ricorda molto, stando ai racconti dall’interno, un modello vecchio quanto l’industria pesante, la catena di montaggio fordista: processi a ciclo continuo, sequenza studiata in ogni minimo passaggio, tempi spaccati al minuto, valutazione matematica della produttività.

Con la differenza, precisa Francesca Pizzo, segretaria organizzativa della Cisl Padova-Rovigo, che “una parte è già robotizzata, e per quanto le persone siano già adesso trattate da robot umani, arriveranno a robotizzare tutto”. I robot, come si sa, non si stancano, non si ammalano, non conoscono stress. Garantiscono l’efficienza massima, millimetrica, inflessibile. Relentless, per usare il gergo ‘motivante’ dell’impero fondato dall’uomo più ricco del pianeta, Jeff Bezos (di cui in Usa è appena uscita la raccolta di lettere-sermoni annuali intrise di “zelo missionario”, ha scritto l’Economist). La ‘provincia’ italiana conta 7 mila dipendenti, 25 sedi in espansione (solo in Veneto sono previsti due nuovi poli a Vicenza e a Casale sul Sile, nel Trevigiano), 4,5 miliardi di ricavi nel 2019, per un “contributo fiscale complessivo”, come riportato sul sito ufficiale, di 234 milioni di euro.

“Non voglio vederti fermo”: il monitoraggio permanente dei dipendenti

Giova ricordare che Amazon EU SARL, il quadrante europeo della compagnia, è una società a responsabilità limitata di diritto lussemburghese. Automatizzato grazie all’intelligenza artificiale è il piano superiore: qui avviene il picking, il trasferimento dei prodotti nei carrelli, trasportati poi da umanissimi bipedi verso il packing, il confezionamento in pacchetti, che hanno la loro destinazione finale in scatoloni smaltiti in 40 postazioni. Nei piani inferiori i runner, o carrellisti, fanno su e giù tutto il giorno, macinando chilometri.

“Non voglio vederti fermo”, si sentiva spesso ripetere Gianni, ex ‘somministrato’ (assunto a tempo determinato: la gran parte, in deroga al contratto nazionale perché ogni sito Amazon è considerato, curiosamente, una start up). Emigrato da una regione del Mezzogiorno, ha deciso di andarsene dopo un mese. “In questo periodo, sotto Black Friday, ci dicevano spesso di fare veloce”, ricorda, “e nelle riunioni di team building il mio lead ci spronava, esortandoci una volta anche a un bel ruggito collettivo. Ne è uscito un miagolìo”.

Il lead, o team lead, nella gerarchia amazoniana è il referente di un insieme di lavoratori, sottoposti a monitoraggio permanente non solo nella loro resa operativa, ma anche nei comportamenti. A capo di un intero reparto c’è invece l’area manager. Sopra di lui, il direttore. La gestione del personale (people management, qui si parla e si scrive tutto in inglese) è costante, capillare, instancabile. “Sei al di sotto della media, mi hanno avvisato una volta”, racconta Carla. È la logica dell’anytime feedback, come lo chiama Martin Angioni, ex country manager italiano, in un libro appena pubblicato dal titolo “Amazon dietro le quinte”.

Nelle risposte che ha voluto darci per iscritto, l’azienda smentisce: “Non esiste nessun meccanismo denominato anytime feedback”. Anzi, sarebbe la struttura a chiedere pareri e consigli: “Abbiamo diversi canali per ascoltare e rispondere ai nostri dipendenti, in modo che possano esprimere costantemente e apertamente la loro opinione, e farci avere dei feedback che ci permettano di migliorare il contesto lavorativo. Oltre ai Kaizen, ovvero le idee proposte dai lavoratori per migliorare i processi, i dipendenti hanno a disposizione anche la VOA, Voice of Associate, ovvero uno spazio sul quale possono scrivere tutte le idee di miglioramento o proporre iniziative di engagement”.

I safety feedback, negativi o positivi, però esistono. Vengono registrati “in foglietti di cui viene rilasciata copia”, ci dice Fabio Garbin, a cui non è stato prorogato il contratto di somministrazione dopo la quarta settimana. “In uno ho letto che avevo usato correttamente il transpallet (trasportatore di bancali, ndr). Una volta hanno segnato che non avevo indossato la mascherina dopo essermi alzato per prendere l’acqua in mensa, durante la pausa di 35 minuti, ma poi, quando dopo sono stato attento a metterla, me lo hanno segnalato, come a dire: bravo, hai imparato la lezione”. Mentre a Carla ne hanno verbalizzato uno “negativo per essermi seduta sulla postazione di lavoro, e uno positivo perché ho dato dimostrazione di lavorare bene, secondo le aspettative. Tipo rinforzo, ha presente?”.

In era Covid 19, per la multinazionale di Bezos la sicurezza è un’ossessione. Comprensibile: dovesse scoppiare un focolaio, c’è il rischio che la catena si fermi. E non bisogna mai fermarsi, mai. Secondo la rivista Wired, l’intenzione è di estendere a tutte le struttura un sofware, Proxemics, che usando le telecamere di videosorveglianza fa scattare un avviso in caso di violazione di protocolli anti-Covid. Già a un certo metro nel parcheggio comincia la zona in cui è obbligatorio il distanziamento di 2 metri da persona a persona; dentro, un altoparlante ammonisce a cadenza sistematica di rispettare le distanze, e “quando fai la fila per entrare”, aggiunge Carla, “non si può usare il cellulare, altrimenti ci si può distrarre, avvicinandosi troppo a chi ti sta davanti o dietro”.

Ma è tutto così, negli alveari della prima impresa di distribuzione al mondo: nessuna azione deve interferire con le operazioni. “Mi è capitato di arrivare in ritardo”, continua Carla, “e mi è stato fatta notare la mancanza di rispetto”. L’affaticamento non sembra rappresentare una preoccupazione, per un’azienda che attraverso le agenzie interinali, Adecco e Manpower, è abituata a “un elevato tasso di abbandono”, sottolinea Pieralberto Colombo, segretario della Cgil rodigina, “difatti qui il punto non è quanto lavoro dà, ma la qualità del lavoro, in termini di paga e di ritmi”.

“Torno a casa piegata dal dolore”; “Redarguito perché mi è cascata una penna”: le testimonianze dei lavoratori

A parte i ruoli dirigenziali che provengono da altri siti sparsi in Italia, la maggior parte dei neo-assunti non è contrattualizzato da Amazon, ma dalle agenzie. Superati i test di un corso formativo a luglio, spalmato in tre giorni di 8 ore ciascuno (“sulla sicurezza, delle mansioni che avremmo potuto svolgere non si è mai parlato”, secondo Carla, mentre per Amazon “sin dalle prime fasi di selezione tutti vengono informati relativamente alle turnazioni e alle mansioni”) e una volta fatta la visita medica, fissata per tutti a Rovigo, forniscono le maestranze: per 15 giorni, 1 mese full-time o 3 mesi part-time.

Il mega-cliente, dopo le due prime settimane di “school”, ossia di formazione con appositi istruttori, le mette alla prova sul campo. E se qualcuno non regge la fatica? C’è letteralmente la fila, là fuori. Fabio Garbin, 29 anni di Ferrara, autista di scuolabus rimasto a piedi a causa della didattica da remoto, prima impacchettatore e poi, dopo spostamenti qua e là, addetto al carico-scarico dei camion, si è visto negare la proroga “senza spiegazioni, probabilmente perché ho un po’ di scoliosi e alla terza settimana mi avevano concesso di restare a casa due giorni causa mal di schiena, promettendomi che mi avrebbero cambiato incarico. Invece poi sono tornato dov’ero. Eppure l’idoneità fisica l’avevo passata”.

Carla, che è sulla mezza età, ottimi studi e impieghi d’ufficio alle spalle, risiedente in Veneto non lontano dal centro di Castelguglielmo, lamenta il fatto che “lavori uguali vengono assegnati a donne e uomini, ma allora perché non prendere fin da subito soltanto maschi giovani? Senza contare che ad alcuni non viene mai fatta cambiare la mansione durante la giornata. Io torno a casa piegata dal dolore, vado avanti ad analgesici”.

Pizzo della Cisl conferma il malessere: “Finora mi risultano una decina di abbandoni, per lo più donne di 40-50 anni. Altri sono già in malattia, altri ancora soffrono di disturbi al tunnel carpale. I metodi sono da caserma, con una forte pressione psicologica”. Per Amazon invece la realtà è priva di ombre: “Vengono pienamente rispettate le linee guida ergonomiche previste dalla normativa italiana e vengono utilizzate le norme internazionali di riferimento per valutare la corretta gestione delle attività ripetitive. In tutte le nostre sedi è attiva la rotazione, compatibilmente con le nuove misure di sicurezza implementate per mantenere i dipendenti al sicuro nell’attuale contesto del Covid-19. I dipendenti sono formati per poter lavorare in più aree ricoprendo diverse mansioni”.

Tutti coloro che abbiamo sentito rimarcano l’occhiuto controllo a cui nulla sfugge: sparpagliati nei corridoi, i capi-reparto riprendono ogni minima defaillance. In genere, secondo tutte le testimonianze, si tratta di giovani di 20-25 anni, molto calati nella parte, tendenti all’eccesso di zelo. Garbin: “A un mio ex collega era caduta la penna a terra, aveva lasciato un attimo il carrello ed è stato redarguito”. Gianni: “Anche chi non c’entra direttamente con una data attività, se si accorge che qualcosa non va alla perfezione, si sente in diritto di segnalarlo”. Carla: “Non puoi fare niente anche se in quel dato momento non c’è niente da fare, arrivano come falchi a fartelo presente”.

Il posto di lavoro, costi quel che costi

I turni sono assegnati tramite una app, con orari modificati non senza qualche difficoltà, come scrive una dipendente in un gruppo Whatsapp: “A me [gli impiegati dell’agenzia] avevano mandato delle proposte di turno ma poi mi arriva sempre la email di Amazon che sono con un altro orario”. La versione di Amazon è la seguente: “I turni vengono comunicati ai dipendenti con quattro settimane di anticipo e sono resi visibili a tutti sulle apposite board in magazzino. Nel caso specifico dei Mog, come stabilito dal CCNL di riferimento, la eventuale richiesta di prestazione aggiuntiva rispetto al minimo garantito può avvenire con un minimo di 24 ore di preavviso e l’adesione da parte del lavoratore è su base volontaria”.

D’accordo, ma “il lavoratore aderisce perché il timore di ripercussioni è forte”, chiosa Colombo. Molti sono inviperiti con le interinali perché sono lente nel fornire i buoni pasto (Gianni: “Io sono uscito senza averne mai visto uno”) o perché non rispondono mai al telefono: “Li ho chiamati per avere la motivazione per cui non mi avevano tenuto, mai risposto. Spero di non averci più a che fare”, si sfoga Fabio. “E sì che mi sarebbe piaciuto fare carriera, sono appassionato di informatica”, continua, “ma chi sa i criteri con cui in Amazon promuovono o scelgono dove piazzarti?”.

A domandarselo è anche Gianni: “Come fanno a decidere, per dire, chi controlla elettronicamente la cellula di riempimento degli scatoloni, che è un’attività più riposante?”. “Secondo me”, ipotizza Carla, “non hanno proprio il tempo di seguire ognuno, e scelgono a caso. A me tante volte hanno intimato di sloggarmi e andare in un’altra postazione”.

Una coscienza sindacale, si sarebbe detto un tempo, qui non esiste. Anzi, a essere precisi il sindacato ancora non c’è, fra le mura del fabbricone. Matteo Poretti e Lia Zuntini, responsabili della Cgil locale nel settore logistica, allargano le braccia: “Basterebbe dire degli sguardi smarriti e indifferenti, soprattutto nei ragazzi, quando facciamo volantinaggio all’ingresso”.

Matteo Poretti, Pieralberto Colombo e Lia Zuntini, responsabili della Cgil locale

Il 13 novembre la Cgil ha aperto un punto informativo e d’assistenza a San Bellino, per cercare di intercettare i lavoratori “mediante la tutela individuale”, spiega Colombo, “così da informarli sui loro diritti. Perché la libertà sindacale è un diritto. Una volta si diceva che il sindacato sono i lavoratori…”. Oggi, con precari che pur di una paga sicura, anche se bassa (la tipologia Mog, a partire da 16 ore alla settimana, vale 500 euro netti mensili) o da rinnovare a ogni scadenza, si aggrappano al posto come a un’àncora di salvezza, è dura imbastire una mobilitazione.

Niente trasporti e alloggi: lavoratori accampati nella zona industriale, tra camper e sacchi a pelo

Tanto più che un’alta percentuale è costituita da immigrati dal Sud Italia, che un’assunzione qualsivoglia la vedono come la terra promessa. “Un siciliano, con moglie e due figli, è arrivato a dirmi che per lui Amazon è la vita”, racconta un basito Gianni. I senza lavoro meridionali, in particolare, spesso salgono nonostante non sappiano né dove andranno a dormire, né con quale mezzo si recheranno allo stabilimento.

Maria, per esempio: in regola con la selezione iniziale, ha atteso un mese intero di essere chiamata dalla Manpower: “Ho sostenuto la spesa dell’alloggio lo stesso, il mio timore era che, se tornavo giù, restavo bloccata per il Covid”. O Giorgio, anche lui al palo per un mese prima di essere preso: “I primi giorni sono stati in un b&b, poi fortunatamente ho trovato una casa in condivisione. Ma l’auto non ce l’ho”. C’è infatti anche chi cerca uno strappo dalla mattina per la sera.

Lo provano le chat private e pubbliche su Whatsapp e Facebook: “Cerco 2 o 3 persone per dividere domani le spese di un taxi, partenza Rovigo (turno 15:30/23:30)”; “Cerco passaggio per stasera da Ferrara/Rovigo. Turno 22.30”; “Volevo sapere se c’è qualcuno di Ferrara che ha il turno late 14:30/22:30 per i giorni lunedì, martedì e mercoledì della prossima settimana. Condivido spese”. Mettersi in auto assieme a sconosciuti, durante una pandemia, non è propriamente il massimo. E potrebbe mandare in fumo tutta la martellante cura aziendale su questo fronte.

Ma tant’è: il car sharing spontaneo è l’unico modo che hanno gli appiedati per non perdere il lavoro, e risulta pure sia sorto un servizio taxi abusivo, con privati cittadini, presumibilmente disoccupati, che offrono passaggi in cambio di denaro. I dipendenti più volonterosi stanno cercando di sostituirsi alle linee pubbliche, che semplicemente non ci sono: “Buongiorno ragazzi, stiamo organizzando un servizio corriera per garantire il trasporto dipendenti allo stabilimento AMAZON BLQ1”, scrive in un gruppo su Facebook uno di loro. Amazon a questo proposito ci ha messo per iscritto che sta “valutando di fornire un servizio aggiuntivo di navette a supporto dei nostri dipendenti”.

Ma sono gli alloggi, il vero buco nero di quella che i sindacalisti all’unisono chiamano “la mancata programmazione”, che sarebbe dovuta avvenire prima che il colosso statunitense si abbattesse come un tornado sulla zona industriale dei due micro-Comuni polesani. I dipendenti si sono arrangiati, stipandosi in appartamenti come si fa tra studenti, finendo nei convitti di suore, esaurendo le camere in affitto di tutto il circondario. “Per le figure apicali di Amazon”, osserva la Pizzo, “so per certo invece che sia stata l’azienda a trovar loro una sistemazione vicino, a Lendinara ad esempio”.

I sindaci di San Bellino e Castelguglielmo ammettono che la questione è seria, ma sperano nell’intervento dei privati, di costruttori che però non si vedono. Aldo D’Achille, borgomastro orgoglioso che la sua San Bellino sia il “primo Comune interamente cablato del Veneto”, sogna il ripopolamento della zona, anagraficamente piuttosto anziana, mettendo a disposizione “aree edificabili a residenziale per palazzine di due piani al massimo, dal costo molto basso”, e spera nell’indotto amazoniano nei ristoranti, ma “anche nelle scuole”, con famiglie che si insediano e figliano qui.

“Abbiamo previsto una ciclabile che passa davanti allo stabilimento. Per noi è un’opportunità, e poi quale sarebbe l’alternativa? Sono i cittadini a decidere il mercato”, afferma respingendo le critiche avanzate da Confesercenti sulla desertificazione del commercio locale (acuite a livello nazionale e internazionale in questo periodo pre-natalizio, con il Black Friday alle porte). “Ci vogliono però imprenditori che colgano l’occasione, ma il Covid ha congelato gli investimenti”, è la spiegazione di D’Achille.

Più dubbioso il collega di Castelguglielmo, Maurizio Passerini: “Purtroppo la verità è che una struttura industriale, in Polesine, non c’è. Mi aspettavo però una classe imprenditoriale pronta a ristrutturare e mettere a disposizione appartamenti, ma manca la percezione del possibile affare, nonostante il contratto d’affitto dell’area sia di venti anni. Si figuri che mi hanno chiamato dei ragazzi dal Sud chiedendomi case popolari, che non ho neanche per i miei abitanti”.

Nel frattempo qualche lavoratore si era accampato in zona industriale, in camper (uno è ancora presente a pochi metri dall’entrata) o addirittura si è visto costretto, come risulta a Colombo della Cgil che lo ha reso noto in un comunicato già il 21 ottobre, a “dormire in macchina nei sacchi a pelo!”. Passerini annuisce: “Ho dovuto chiudere un’area per camperisti, dotata di acqua e servizi, perché si erano messi lì. Se non l’avessi fatto sarebbe diventato un campo-nomadi”.

In realtà, a spiegare il disinteresse per una rivitalizzazione edilizia, nonostante da mesi si sappia dello sbarco di Amazon, c’è un fattore ovvio, e Passerini non lo nega: “Dipenderà dalla durata delle assunzioni, in sostanza se diventeranno stabili oppure no”.

Una cattedrale nel deserto

L’azienda ci ha fatto sapere che quando dovrà “assumere nuovo personale” si rivolgerà “prioritariamente ai lavoratori che hanno già lavorato con noi”. Commenta Colombo: “Il contratto più diffuso attualmente in Amazon è il 5° livello della logistica: 39 ore settimanali, 1.550 lordo, 1.100 netto. Ma bisogna vedere quanti saranno a tempo indeterminato, quanti part-time. E per esempio, quanti part-time di venerdì, sabato e domenica notturni. Con un Mog a 16 ore a 500 euro netti e un affitto da pagare di 2 o 300 euro, la vedo dura stabilirsi e metter su famiglia. In pratica stanno pagando per lavorare. A queste condizioni, sono carne da macello”.

Incalza Poretti: “Avrebbero dovuto muoversi prima gli enti pubblici, comprese le prefetture”. Rincara la cislina Pizzo: “Amazon non si è confrontata con nessuno, ha costruito una cattedrale nel deserto. L’unica cosa che ha fatto, finalmente, è approntare un bus-navetta per evitare che la gente si faccia chilometri a piedi dai parcheggi, che specie di notte, soprattutto per le donne, era anche pericoloso”.

Con lo sblocco dei licenziamenti nel 2021, la ressa di disperati ai cancelli potrebbe farsi valanga. Ma la disperazione è già qui: “Io sono col mog, con soli 2 giorni alla settimana si mangia pane e peperoni”, scrive una dipendente in una chat. Un altro non ce la fa più: “Sto tornando con le vesciche ai piedi, le gambe che tremano e le ginocchia che sembrano debbano saltare per il dolore. Ci tengo al lavoro ma non ho voglia di rimetterci la salute, mi sembra pazzesco non si faccia mai rotazione”.

A dar retta all’auto-rappresentazione di Amazon, la storia è tutta diversa: “Continuiamo a investire per rendere più confortevole il luogo di lavoro”, più “meritocratico”. Ad esempio, “in tutti gli impianti è disponibile un macchinario che, funzionando come una ventosa, consente di sollevare senza eccessivi sforzi pacchi pesanti e/o voluminosi”. Senza contare i “30 diversi corsi di formazione (dalla sicurezza all’inglese, qualità, leadership, gestione dei progetti, ingegneria, ecc), o “i programmi innovativi di employability come Career Choice, un programma educativo attraverso il quale è possibile ottenere una qualifica professionale, un certificato o un diploma che può dare accesso a soluzioni occupazionali anche al di fuori di Amazon, come meccanica aeronautica, progettazione assistita da computer, tecnologie di macchine utensili, tecnologie di laboratorio medico, infermieristica e molti altri campi”.

La comunicazione della casa in questi mesi ha sfornato degli spot televisivi con operai sorridenti, soddisfatti, lanciati verso la realizzazione. Tutto molto american-style, all’insegna dell’ottimismo, della serie: la vita è una cosa meravigliosa. In uno c’è Laura, “diventata mamma da giovanissima, erano anni che non lavoravo e ho detto ‘ci provo’, in un momento in cui è difficile trovare un posto di lavoro. Non mi pongo limiti, mai dire ‘non sono in grado di fare una cosa’”.In un altro parla Gianluca: “Da giovane ho deciso di sospendere gli studi, però bisogna imparare a rialzarsi ogni volta che cadiamo. Noi siamo fatti per fare grandi cose”.

E poi c’è la nostra Carla, che queste grandi cose non sa proprio cosa siano: per lei Amazon è il capolinea. “Quando il computer mi chiede ‘come stai?’, ‘come ti senti?’, io scelgo sempre l’opzione ‘preferisco non rispondere’. Sì, sono disperata. Mi manca speranza. Per me, per l’età che ho, non c’è più futuro, ho le porte chiuse, del greco e del latino non me ne sono fatta mai niente. Non mi illudo più: se difendi la tua dignità, rispetti scadenze e obblighi, non ti si fila nessuno, vivono meglio i furbi”. La voce di Carla scricchiola, confessando un’amarezza senza ritorno. “Mi spiace, ma non combatto più. I diritti non li difende nessuno, giustizia non ce n’è. Mi sento un robot”.

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