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Il creatore di Blob racconta a TPI i 30 anni del programma tv: “La nostra resistenza delirante e libera”

Immagine di copertina

Il 17 aprile 1989 sulla Rai Tre guidata da Angelo Guglielmi irrompeva Blob, creatura televisiva nata dalle menti di Enrico Ghezzi e Marco Giusti.

Per l’anniversario della trasmissione che ogni sera, da 30 anni, entra nei salotti e nelle cucine di tanti italiani, TPI ha incontrato il critico cinematografico, scrittore e autore televisivo Enrico Ghezzi.

Ghezzi è fantasista della parola e capitano delirante di un racconto che ripercorre le montagne russe di un viaggio lungo 30 anni.

In questa lunga intervista che ci ha concesso c’è tanto di quella smisurata conoscenza del mondo del cinema e della televisione che ha portato non solo alla nascita di Blob, ma anche di mostri sacri della tv come “Schegge” e “Fuori Orario”.

Di Ghezzi colpisce lo sguardo vivo, l’emozione palpabile del raccontare una vita spesa in un mondo onirico, vorace e senza tempo.

Il professionista Ghezzi, capace di guardare cinque film in un giorno, si fonde nell’uomo Ghezzi, che parla della carriera come di un “gioco-lavoro”, che ama citare detti e proverbi, spaziando dalla cultura contadina fino a citare i grandi del pensiero filosofico.

Ghezzi non usa etichettature, è amante della parola e del suo contrario immediato, non vive di stereotipi e anche oggi, colpito da una malattia che tenta di frenarlo, è uomo sfrenato dei grandi viaggi della mente, delle immagini, dei suoni.

A cosa serve la televisione?

La tv non serve a nulla, come quasi nulla serva al mondo. Ma per la tv ci sono più chance di rendersi utile. Che sia buona o cattiva, bella o brutta, ci sono più chance che si verifichi una sorta di congiunzione astrale per cui il risultato è dato non da chi la fa, ma da chi la vede. Un po’ come i bambini che mentre fanno delle cose sono affiancati dagli adulti, ma in modo non cosciente.

Per anni si è parlato moltissimo della tv come di uno strumento, come mezzo di formazione. Io credo che nella tv ci sia anche questa istanza, che possa essere captata ma anche mutata. Ma l’elemento più forte è l’automatismo, che non dipende da nessuno, ma da un incrocio di diversi momenti e pulsioni. Tutto questo avviene per grazia di Dio.

Automatismo: cosa intende?

Vuol dire che a partire dalle griglie dei palinsesti, per arrivare alla nuova soap opera americana, sembra ci sia l’orientamento verso quello che sembrerebbe un volontario applicarsi.

Non c’è moralista che non si occupi di televisione. Questo imputare alla tv qualsiasi responsabilità, questo mettere tutti sullo stesso piano, belli e brutti, intelligenti e stupidi, l’idiota e il genio, significa una cosa banalissima che la tv fa, ossia mostrare le cose per come sono. Blob fa questo, è una cosa vecchia, però ancora ha questa sua funzione delirante, anzi già delirata per cui per prima cosa Blob eccede se stesso, la norma.

La tv e Blob stessso costringono a vedere le cose che sono più vicine, se si seguono le puntate del programma ci si accorge che tutto viene mescolato come fosse un film. Questo mettere in campo tutto è una cosa colossale, un’impresa da torre di Babele. Fa male, fisicamente fa male.

In un programma delirante come Blob, vi siete mai dati l’obiettivo di dare qualcosa agli altri?

Non ci sono mai state riunioni per questo. Blob ha toccato vertici di abissale pesantezza ma anche di ignoranza, ed è proprio quello che più si rimprovera al programma. Se io fossi un utente mi arrabbierei con un programma a suo modo formidale come Blob.

Perché?

(Qui Enrico Ghezzi si ferma e mostra una cartolina in cui compare una scritta: ne travaillez jamais.
Nel 1953 Debord dipinse su una parete di Rue de Seine lo slogan “Ne travaillez jamais”, “Mai lavoro”. Considerò questo pezzettino di graffiti di enorme importanza per tutta la sua vita, incluso nella sua autobiografia, Panégyrique). 
Sembrerebbe un incitamento alla nullafacenza, alla delinquenza. E lo è. Se uno pensa a Blob, si domanda: “cosa fanno questi?”.
È così: i più attenti dicono di essersi resi conto di quanto sia facile mettere in piedi il programma. Questo tema è stato motivo di confronto più volte all’interno della redazione, in questi 30 anni.
Blob è un programma fatto da scimmie stupide. Questa dichiarazione turba molte delle persone che lavorano al programma, ma in questo settore non si può accettare di storcere la bocca per questo.
La cosa di cui esser fieri è questo abbandonarsi all’intervento come di una corrente, di uno stream fangoso. A volte poco pensato, poco accurato.
Ma la verità è che se tu cominci a lavorare su tre puntate al giorno, per una decina di anni, ti assicuro che ha un peso fortissimo, ti si attorcinano le budella, questa facilità è fasulla. Non è facile. Io sono sempre stato solo un riautore, rimettendo in gioco tutto. Le cose non si fanno, ma si rifanno.
Cosa ha pensato la prima volta che è andato in onda Blob? Rivede le puntate?
Sono riuscito a rivederlo e sono felice di essere riuscito a mantenere il programma non nelle mani di chi lo fa. Questo credo sia abbastanza riuscito. La tensione direi che è rimasta, vuol dire anche attenzione. Noi abbiamo giocato sapendo come è il gioco, ma senza sapere le regole del gioco, senza averle abbastanza meditate.
Blob e Fuori Orario hanno fatto nascere la passione per il cinema in molte persone. In questo senso hanno fatto formazione.
Questo è vero, è una cosa gradevole. C’era un ampio ventaglio la cui ragion d’essere, anche questo era un modo di reagire al benpensatismo di chi si sente di mettere a disposizione un prodotto da microscopio in un gioco-lavoro.
Lei si è mai posto nell’ottica di voler interrompere la vita quotidiana di chi vedeva il programma?
Questa è stata la cosa di base, è quello che esattamente, volenti o nolenti, si pensava di fare. Credo di potermi definire in grado di poter perdere tutto di quello che abbiamo fatto, di un programam che dura da 30 anni, una duranta inattesa.
Lei pensava che il programma un giorno potesse finire e basta?
Io pensavo che ogni giorno fosse buono per finire e poi è cominciato il gioco pesante di chi, per motivi politici di dirigenti o di chi non aveva capito nulla del programma, minacciava la chiusura.
Ha mai subito ingerenze?
Ogni puntata si è rivelata una cosa mai vista, a partire dalla sigla. Sono arrivate critiche poco fondate rispetto a quelle di un telespettatore. Angelo Guglielmi fu da subito un grande difensore e propulsore di quanto intrapreso da questo programma. Nel titar fuori la televisione del giorno prima e rimettendola nel quotidiano è stato ed è ancora una cosa forte nel tempo.
Blob è sempre stato legato, per sua natura, agli eventi di cronaca del momento, alcuni dei quali sono rimasti nella storia. C’è qualche evento che le è rimasto più impresso?
L’evento è la tv in sé, ma ci sono alcuni eventi particolari, come l’11 settembre. Il momento in cui cambiò tutto nella televisione italiana fu quello, in cui la rapidità di cambiamento fu data dalla lingua, di nuovo cedere rispetto alla facilità di cedimento o di cessione.
Un altro esempio è quando ci fu la prima guerra del Golfo, lì passammo all’azione, fummo costretti a passare all’azione, perché Blob era sempre stato molto forbito, impeccabilemente montato, ma con i Clinton e i Bush fummo in qualche modo costretti a cambiare modo di fare, per rendere più evidente lo smacco del padrone politico.
Vi sentivate investiti di un ruolo di “resistenza”?
Sì, fu un termine che usammo molto. Anche per Genova e il G8 avvenne questo.
Ci fu qualcosa che in qualche modo ci garantiva quasi da sola della bontà di quello che si faceva, l’inevitabile mostrarsi non più come normale programma, non ci sarebbe più stata l’innocenza di quello che facevamo, c’era l’intenzione che partì da Damasco, da Bagdad. Questo cambiò il modo tecnico. La cosa da cambiare era il senso del cartone animato permanente, non di meno, ma di più.
Ci ispirò molto Twin Peaks (la serie televisiva statunitense ideata da David Lynch e Mark Frost), il testo rovesciato, un po’ diabolico.
Oggi c’è bisogno di fare resistenza?
Sciuramente c’è un pezzo di questa esperienza che richiede altri pezzi, ancora una volta automaticamente. Soprattutto dal punto di vista della lingua, del linguaggio.
Credo che questa sia una delle cose che a volte pericolosamente si installano in automatico, però è anche una cosa in cui si verifica il “troppo tempo-troppo tardi”.
Quanto è stato invadente il suo lavoro nella sua vita?
Me ne sono accorto in modo secondario, quando in un libro su e di Marco Melani, una colonna di Fuori Orario, mi capitò di scrivere un elogio anche molto sperticato, eravamo molto amici.
Mi colpì il fatto che mia moglie, quando lesse quelle righe, disse: “ti piace, te ne glori, lo difendi, però non hai pensato agli altri”.
Amo lavorare, fa parte di una curvatura amorosa, per me era così, per quanto banale sia il mio discorso amoroso con questo richiamo. Credo in questo arco amoroso che tocca punti estremi e ci rimasi male perché pensavo che io e mia moglie fossimo accomunati dallo stesso pensiero – ed era così per molte cose – ma poi ho capito che a lei quel lavoro non la divertiva molto.
Io ero capace di guardare 5 film in un giorno e restare in Rai per il resto del tempo, cose di cui non c’era nessun bisogno.
C’è un motto contadino toscano che dice: “La cucina vuole il culo”.
Per come la racconta però non era qualcosa di cui poteva fare a meno.
Probabilmente è così. Ma è troppo facile dire così.