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Il reportage di TPI dal confine tra Messico e Usa, dove i migranti sono merce di scambio

Immagine di copertina
Credit: Iacopo Luzi

Cinque del pomeriggio, la statale che costeggia il muro di confine fra la città di El Paso, Stati Uniti, e Ciudad Juárez, Messico, è un lungo e affollato andare e venire di persone che escono dal lavoro per tornare alle loro case. Chi da un lato della frontiera, chi dall’altro. A un certo punto, tre ombre, senza zaino, piombano in mezzo alla strada, fermando d’improvviso il traffico, cercando di non farsi ammazzare dalle auto che sopraggiungono.

Hanno scalato il muro di cinque metri e sono saltati dall’altra parte. Ora, senza pensarci due volte, fra le urla degli automobilisti, corrono a perdifiato e scappano via verso una montagnola di terra. Un altro, anche lui pronto ad arrampicarsi, nota che ci siamo fermati a riprendere e scappa indietro verso Ciudad Juárez. Qualche minuto ed è tutto già finito.

Il presidente del Partito Repubblicano di El Paso, Adolpho Telles, dice a TPI, con un sorriso a 32 denti: “Avete visto? È un continuo, ogni giorno! Immigrati illegali che scavalcano il muro ed entrano negli Stati Uniti. Sono così felice che lo avete potuto vedere anche voi. Posso avere il video?”.

In realtà, non è un‘impresa molto comune, tanto che il sindaco di El Paso, Dee Margo, afferma di non aver mai visto delle persone scavalcare. Ciò che è opinabile è che il “muro”, chiamiamola più una recinzione di ferro rosso che copre diverse parti del confine cittadino fra Stati Uniti e Messico, è facile da oltrepassare per una persona giovane e atletica. A me non è sembrato. Ciò che invece è un dato di fatto è il numero di persone che, nel solo mese di marzo di quest’anno, hanno attraversato la frontiera: secondo il servizio di Dogana e Polizia di Frontiera degli Stati Uniti (CBP), sarebbero quasi centomila persone, nella quasi totalità dei casi provenienti dal Guatemala, Honduras ed El Salvador, giunte per chiedere asilo politico.

migranti Usa Messico

Un aumento del 560 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un numero tale da aver fatto scattare, come una molla impazzita, il presidente Donald Trump, il quale, verso i primi di aprile, in risposta alla “crisi immigratoria”, ha minacciato di chiudere i vari porti di entrata del paese, nel tentativo di arrestare l’ondata migratoria e nel tentativo di convincere il Messico a fare di più per bloccare l’arrivo di tali richiedenti asilo.

Dopo una settimana di pura passione, dove le persone che risiedono nella frontiera hanno vissuto la surreale ipotesi di rimanere bloccati da una parte o dall’altra, il presidente ha deciso di cambiare idea e di concedere un anno di tempo al Messico per fare la sua parte nella lotta al traffico di droga e all’arrivo d’immigrati irregolari.  In un anno ciò che non si è riuscito a fare negli ultimi anni, ma l’ottimismo è l’ultimo a morire, si sa. Sta di fatto che le minacce sono servite, come quella ulteriore di imporre sanzioni alle automobili importate dal Messico. Suddetto paese che proverà a fare di più.

Per quanto riguarda una possibile chiusura della frontiera se ne riparlerà per aprile del prossimo anno, sempre che il presidente non cambi idea di nuovo, come dimostra un recente e poco chiaro invito a chiudere la frontiera, rivelato dal New York Times, al nuovo segretario ad interim della sicurezza nazionale, Kevin McAlenaan, anche se la cosa fosse poi risultata illegale. Tanto il capo di stato, si vocifera, gli avrebbe concesso il perdono presidenziale. Un invito che l’ex segretaria Kirsjten Nielses, si era sempre rifiutato di fare fino alle dimissioni del 7 aprile, spinta a forza da Trump. Senza contare che chiudere i porti d’entrata non fermerebbe l’immigrazione irregolare: di fatto, la maggior parte degli immigrati non entra nel paese attraverso le dogane, bensì attraversando il deserto, fra un porto e l’altro, fino a essere trovati e arrestati dagli agenti di frontiera.

Per molti, una scelta che può condurre alla morte, come dimostrano le varie croci che si possono incontrare ai margini delle strade, fuori città. Vivere alla frontiera fra Messico e Stati Uniti è vivere in un mondo a parte, un luogo che si divide fra due entità tanto diverse, quella messicana e quella americana, quanto simili, dove le persone quotidianamente si spostano da un lato all’altro per lavoro, studio, famiglia o semplicemente per svago.

Il caldo torrido del deserto secca le labbra e le tempeste di sabbia sono comuni, ma è impossibile trovare, persino fra i repubblicani più convinti, qualcuno che pensi che chiudere la frontiera sia la soluzione alla crisi. Semmai, sarebbe una vera e propria catastrofe economica, politica e sociale per chi vive il confine quotidianamente.

Solo in El Paso, quasi centomila persone attraversano la frontiera quotidianamente, secondo dati ufficiali. Al di là di tutto, sorge spontanea una domanda: ma questa crisi immigratoria è reale o no? Difficile rispondere, i numeri parlano di un aumento criticamente esponenziale dei richiedenti asilo e degli immigrati illegali, ma allo stesso tempo si tratta di una problematica che da vent’anni caratterizza la frontiera fra Messico e Stati Uniti.

Ciò che è cambiato è il fenomeno stesso: un tempo arrivavano tanti messicani, prettamente uomini soli, mentre oggi sono intere famiglie con spesso bambini piccoli, provenienti quasi esclusivamente dal centroamerica, in cerca di una vita migliore e in fuga dalle persecuzioni e pericoli dei loro paesi.

Solo a marzo, sono arrivati 53mila persone in nuclei familiari. Le domande di asilo sono così tante, che non bastano le forze per processarle, obbligando la United States Immigration and Customs Enforcement (ICE) a spostare centinaia di agenti dalle dogane, con l’immediata conseguenza di causare immensi disagi e lunghe code alla dogana.

Dee Margo, sindaco repubblicano di El paso, afferma: “La soluzione è semplice: servirebbero più agenti e più tecnologia. Ma è una decisione che va presa a Washington, dove negli ultimi vent’anni non sono stati in grado di venir fuori con una nuova riforma migratoria degna di questo nome”.

Sicuramente, da quando Trump è stato eletto presidente, la situazione della frontiera è diventata una problematica costantemente sotto la lente dell’attenzione pubblica. Il tycoon newyorkese, fin dalla campagna elettorale, prometteva un muro al confine ed è arrivato persino a chiudere il governo federale per più di un mese, a gennaio, pur di convincere il Congresso americano a stanziargli i fondi per il suo muro, senza poi riuscirci in toto. Evento che lo ha spinto così a dichiarare l’emergenza nazionale pur di sbloccare i soldi necessari. Una cosa totalmente incostituzionale che fa emergere mille dubbi: quando inizierà la costruzione? Avverrà per davvero? E le opposizioni da entrambi i partiti? Tutto tace…

Donald Trump, di recente in visita a Calexico, California, dove un vecchio muro è stato rimpiazzato con una nuova barriera di acciaio alta dieci metri e con filo spinato alla base e in cima, ha celebrato tale costruzione come il primo mattone del suo “muro di confine”, tralasciando il fatto che l’iniziale progetto di costruzione proveniva dall’amministrazione precedente, quella di Barack Obama, e che nulla lasci pensare che questo muro sarà la prima pietra del suo sogno.

Ovviamente, c’è chi crede che un muro sia necessario e, personalmente, vedendo il muro di El Paso, è sicuramente un importante dissuasivo, ma di sicuro non è la soluzione definitiva. La vera soluzione sarebbe impedire a tali migranti di lasciare il loro paese, grazie a investimenti che li convincano a restare, ma questo è un altro discorso.

Ciò che invece sembra avere ancora meno una soluzione è la crisi dei migranti: l’amministrazione Trump negli ultimi 18 mesi le sta tentando tutte, pur di convincere le persone a non venire negli Stati Uniti. Dalle separazione delle famiglie dell’anno scorso (circa tremila bambini separati dai propri genitori), passando per l’idea di lasciare i migranti ad aspettare il loro processo migratorio in Messico e non negli States, fino ad arrivare al taglio degli aiuti economici ai paesi del Triangolo Nord o all’ultima proposta del nuovo segretario ad Interim del Dipartimento di Giustizia, William P. Barr, di tenere in carcere i richiedenti asilo fino al processo, tutto viene usato come deterrente.

Considerando come, nelle ultime settimane, siano arrivate migliaia di persone ogni giorno, con il picco di 4.000 richiedenti in un solo giorno, l’unica “buona” notizia è la decisione degli ufficiali di frontiera di investire 40 milioni di dollari per aumentare il numero dei centri di detenzione, anche se spesso questi centri si rivelano essere delle tendopoli dove le persone vengono trattate peggio degli animali.

Tuttavia, le nuove tendopoli saranno, invece, a misura d’uomo. Dicono. Il sogno dell’amministrazione Trump sarebbe quello di porre fine alla politica del “Cattura e rilascia”, che permette agli immigrati di restare negli Stati Uniti, portando una cavigliera gps, mentre aspettano di essere convocati per l’udienza di conferma o rifiuto dell’asilo. Politica che spesso si è costretti ad applicare forzatamente e con riluttanza, per mancanza di mezzi e risorse per ospitare i richiedenti, con la conseguenza che le città di frontiera si riempiono d’immigrati, portando a disagi, aumentando la tensione e, in alcuni casi, causando anche problemi alla sicurezza dei cittadini.

Attualmente, l’ICE ha in custodia 50mila migranti, un numero record, quando solo nel 2016 le persone in custodia erano quasi 35mila. Le detenzioni sono aumentate, arrivando a perseguire casi che in passato venivano lasciati passare, con lo scopo di convincere le persone a non venire in America, sapendo che saranno arrestate e tenute in detenzione per un tempo indefinito. Sempre che non vengano deportate il più rapidamente possibile, perché una delle soluzioni per fronteggiare la crisi è quella di rendere il processo veloce per lasciare spazio ai nuovi arrivati.

Si prova a fare di tutto, nella crociata della “zero tolleranza”, senza però sortire grandi risultati, perché la disperazione è grande, e i migranti non si fermano davanti a niente. Scappano dalla povertà, dalla violenza, dalle gang criminali, da una vita senza alcuna speranza: niente può spaventarti, quando rischi di morire per arrivare al confine, quando cammini per giorni interi, quando non hai acqua e cibo, quando vieni violentato e derubato nel tragitto.

Anche di fronte all’ipotesi di arrivare alla frontiera e aspettare per giorni e notti intere, con l’alta possibilità di essere respinti, trattati come animali, dentro dei recinti circondati di filo spinato, seduti per terra, morendo di freddo di notte e di caldo durante il giorno; come al ponte internazionale di Santa Fé, El Paso, dove le strutture di accoglienza sono arrivate talmente al collasso, da aver stipato, qualche settimana fa, centinaia di persone sotto il ponte stesso.

Struggente, a livello personale, vedere dentro uno di questi recinti/centri di accoglienza, con i propri occhi, un bambino giocare con un sacchetto di plastica, perché non aveva nient’altro. Secondo Donald Trump, questa gente non starebbe scappando dal niente.

Tuttavia, come afferma Rigoberto Ferrera, guatemalteco arrivato negli States a novembre con il figlio, attraversando il deserto e ora ospitato da una famiglia di Las Cruces, mentre attende il verdetto migratorio: “Meglio la morte, che tornare lì. Non c’è futuro per nessuno da dove veniamo”. Rigoberto ignora però una triste statistica: solo il 3 per cento delle richieste di asilo, richieste che devono dimostrare con prove concrete il pericolo mortale di tornare nel proprio paese, viene approvato.

“Clandestino tra Messico e Stati Uniti: il mio viaggio su una Bestia insieme ai migranti che inseguono il sogno americano”