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Scomparsa di Padre Dall’Oglio: l’ombra dell’Isis, la mano di Assad. Quelle prove ignorate da tutti

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Padre Paolo Dall'Oglio

Uno dei motivi di difficoltà nella lettura del caso Dall’Oglio dipende da un errore di impostazione; ostinarsi a ritenere l’Isis e il regime di Assad due realtà contrapposte.

Se invece, memori del proverbio arabo per cui “nel deserto chi non sa cavalcare due destrieri muore”, avessimo appreso che l’uno esiste perché esiste l’altro, con l’altro e nell’altro, allora tutto sarebbe più semplice.

Il sequestro di padre Paolo Dall’Oglio, purtroppo, lo testimonia, visto che lui, stranamente è stato prima espulso da Assad e poi, rientrato clandestinamente, sequestrato dall’Isis.

E come si è presentato l’Isis in Siria? Con un’autobomba a Damasco. I media governativi ripresero il pilota-attentatore pochi istanti prima dell’esplosione, che mirava a una caserma ma causò vittime solo tra i passanti, civili.

Il sequestro invece sembra trasparente, visto che si è verificato con il gesuita romano che entrò nella sede dell’Isis. Ma quel rientro di Dall’Oglio in Siria, dopo l’espulsione, non fu il primo. Paolo era già entrato clandestinamente in precedenza, per andare a pregare sulle fosse comuni delle vittime della feroce pulizia etnica lì scatenata dal regime di Assad per impossessarsi nuovamente delle città insorte, in particolare Hama e Homs.

Ma a quel tempo l’Isis non c’era, e lui riuscì ad attraversare il paese; entrato dalla Turchia arrivò in Libano. Nel secondo caso è andata diversamente.

Raqqa, 27 luglio 2013: quel giorno padre Paolo Dall’Oglio cercò inutilmente di ottenere, presentandosi nel loro quartier generale, un appuntamento con qualche alto esponente dell’Isis. Loro erano già in città, nel palazzo dell’ex governatorato, ma ancora non avevano il controllo della città, gestita dai comitati popolari:  “quanto sta accadendo è chiaro, l’Isis conquisterà anche Raqqa e a quel punto il conflitto sarà totale anche con i curdi, quello siriano diventerà un autentico disastro totale”, mi aveva avvertito Paolo.

Dunque rientrò per parlare con loro e cercare di ottenere il rilascio di alcuni ostaggi. Ma l’appuntamento con gli uomini dell’Isis non si concretizzava, gli dissero di tornare l’indomani, perché quel giorno non c’era nessuno.

Paolo quello 27 luglio, si evince dall’ottima ricostruzione di pochi giorni fa apparsa sul Corriere della Sera, si recò in uno dei pochissimi caffè che avevano la connessione internet, poi rincasò.

Il 28 ritentò col comando dell’Isis chiedendo un incontro, di nuovo senza successo: quella sera sarebbe dovuto andare a cena da una persona nota in città, ma preferì non uscire, restò a casa.

I suoi ospiti lo hanno descritto come teso, nervoso: aveva bisogno di riflettere, di meditare, di pregare. Il 29 luglio, di buon‘ ora, ritentò ancora, ma chiese ai suoi accompagnatori di lasciarlo avvicinarsi da solo, non voleva che chi lo accompagnava si avvicinasse a quel posto spettrale; troppo pericoloso.

Non avendone notizie per ore, le persone che lo ospitavano riuscirono per vie traverse a contattare il capo dell’Isis più influente, che era al quartier generale. Quell’uomo gli disse di non aver visto stranieri entrare.

Ma chi era, o chi è, costui? È l’emiro che dopo la conquista di Raqqa da parte degli uomini di al Baghdadi sarebbe diventato il numero due nella loro “capitale”, Abdul Rahman Faysal Abu Faysal. Lo ha riferito l’inviato del Tg1 Amedeo Ricucci, mostrandone anche la fotografia.

Ricucci ha anche scoperto che lui nel luglio scorso era a Raqqa, viveva a casa sua. Amici di Raqqa mi confermano ora che le cose stanno ancora così. Il potente Abdul Rahman Faysal Abu Faysal vive a casa sua, appena al di là del fiume: sarà sorvegliato a distanza.

A questo punto abbiamo gli elementi per porci alcune domande. La prima è ovvia: le autorità italiane hanno chiesto di ascoltare Abdul Rahman Faysal Abu Faysal? Lui con ogni probabilità sa cosa sia vero e cosa sia falso sul sequestro di un cittadino italiano.

È stato ascoltato? A tutt’oggi, cioè a più di otto mesi da quando il Tg1 ne ha fatto il nome, mostrata la fotografia e citato i testimoni che lo indicano come presente nel luogo dove Paolo Dall’Oglio fu sequestrato, non risulta. E non risulta che su padre Paolo lo abbiano interpellato neanche le autorità curde.

Sarà davvero così? Questi interrogativi però perdono forza perché, a cavallo tra il 2014 e il 2015, il giornale libanese notoriamente vicino ad Hezbollah e al regime siriano, al Akhbar, pubblicò su quella che al tempo era la sua edizione on line in inglese un dettagliato racconto di come Dall’Oglio sarebbe stato ucciso, già nei primissimi giorni.

Quell’articolo conteneva una descrizione psicologico-caratteriale di Paolo Dall’Oglio molto attendibile. Meno attendibile è il racconto di un giovane miliziano dell’Isis che, irritato dalla conoscenza coranica del suo interlocutore, lo avrebbe ucciso per rabbia, senza ordini.

Il punto vero però è un altro: se il racconto di al-Akhbar fosse stato veritiero non si dovrebbe desumere che Assad e Hezbollah avevano, e forse hanno, delle ottime fonti interne all’Isis?

E ancora: perché Hezbollah o il regime avrebbero dovuto far pubblicare da un giornale vicino quella notizia? Non certo per “amore di verità”. Più immaginabile il bisogno di dare copertura a qualcosa d’altro.

Non è strano che quello stesso giornale, quando poco mesi fa fu pubblicata l’indiscrezione che Dall’Oglio sarebbe stato tra gli ostaggi dell’Isis a Baghouz, ne annunciò l’imminente liberazione?

Ma non era stato proprio quel giornale, al Akhbar, che ora ne annunciava l’imminente liberazione, a scrivere per primo che era stato ucciso pochi giorni dopo il sequestro?

Ovviamente questo esclude che le cose possano essere andate realmente così, ma implica che i motivi per cui loro lo hanno detto sono altri. Infatti il nome di Paolo figura nel gigantesco database raccolto su tutte le vittime delle violazioni dei diritti umani in Siria, il VDC, sostenuto dal governo svizzero.

Il suo nome però figura tra i detenuti, non tra i sequestrati, a partire dal 4 dicembre 2013. Può essere un errore, certo, ma può essere pure che per silenziare il sospetto si sia costruito un altro racconto.

Tutto può essere in Siria, solo la verità è introvabile. Così abbiamo uno strano hackeraggio, un sequestro senza rivendicazione, un autorevole sito di ricostruzione delle identità violate in Siria, vittime di tutti i soggetti armati, che lo indica come detenuto.

Queste sono voci, forse vere, forse inventate, come tutte tante altre. Penso che solo Abdul Rahman Faysal Abu Faysal potrebbe dire la verità, se venisse interrogato.

Gli errori nel tempo si sono accumulati. Come definire altrimenti la notizia che la valigia di padre Paolo, portata nel 2013 alla nostra ambasciata di a Parigi da un autorevole esiliato politico siriano, sia giunta a Roma e consegnata a chi di dovere circa quattro anni dopo?

Lo ha scritto, il 19 novembre dello scorso anno, cioè in occasione del compleanno del gesuita romano, il quotidiano cattolico francese La Croix, a firma di Jeremy André.

Chi ha avuto in mano gli effetti personali di Paolo per quattro anni, tra i quali telefoni e iPad, potrebbe dunque sapere anche se sia vero che Paolo aveva una lettera delle autorità del Kurdistan iracheno per i dirigenti dell’Isis.

Questo è stato dichiarato da Muhammad al Saleh, che ospitò padre Paolo a Raqqa. Ma qualche giorno dopo, colui che portò gli effetti personali del gesuita a Parigi, riconoscendo di aver guardato tra i documenti che trovò nella valigia di Paolo, ha scritto che a lui non risulta.

È questa la strada che conduce a comprendere l’enormità del caso Dall’Oglio: la storia di Paolo è la storia della Siria. Milioni di siriani non sono stati forse espulsi da Assad, come lui, e poi sequestrati dall’Isis, l’entità abietta che ha consentito tutto?

Ma chi vuole davvero indagare sulla verità siriana dell’abbandono, del tradimento del popolo siriano? I giornalisti che si sono occupati del caso di Paolo hanno fatto e fanno un lavoro fondamentale, sia che dicano ciò che rattrista sia che dicano ciò che può far sperare.

Ma nuotano in un mare dove la verità è stata gettata sul fondo, con una macina appesa al collo affinché non emerga. E tanti vogliono che resti lì, irrecuperabile.

Per questo ogni sforzo fa bene: rammenta perché Paolo è tornato per la seconda volta in Siria. Sentiva di dover andare a Raqqa da credente che testimonia a quell’umanità dimenticata da tutti davanti all’imminente conquista da parte dell’Isis che Dio non l’aveva abbandonata.

Ad un gruppo di amici lo scrisse lui stesso, per mail, invitando però, cosa mai fatta prima, a pregare per lui. Segno che lui sapeva cosa rischiava. Per questa era nervoso, aveva paura, ma andò avanti.

Così cercare la verità su Dall’Oglio vuol dire cercare la verità su quello che è successo in Siria, e che ha cambiato il mondo.

*L’autore è fondatore dell’Associazione giornalisti amici di padre Dall’Oglio

Chi è padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita rapito in Siria di cui non si hanno notizie da 5 anni