Me

Perché Notre Dame in fiamme fa più male di altre tragedie che implicano morti

Immagine di copertina
La cattedrale di Notre Dame il giorno dopo l'incendio. Credit: LUDOVIC MARIN / AFP

Le fiamme che hanno avvolto la Cattedrale di Notre Dame a Parigi sono state domate e spente dopo 10 lunghissime e angoscianti ore.

Nessuno credeva potesse durare così a lungo.

Quando l’incendio è scoppiato gran parte delle persone che stavano assistendo a quell’orribile spettacolo, chi da vicino e chi da lontano dietro al filtro di uno schermo, avrà provato a rassicurasi, pensando: “È una tragedia, ma il pericolo rientrerà presto”.

Stiamo parlando della Cattedrale delle cattedrali, non può andare a fuoco così. Non è ora la sua fine.

In quel lasso di tempo. È stata una escalation di emozioni.

Dalle 18,50 fino a dopo le 23 è stata una lotta contro un nemico indomabile e atavico: il fuoco. Non gli si può sparare contro, non lo puoi uccidere a mani nude. Puoi soltanto arginarlo con l’acqua. È il potere della natura, più grande di noi esseri umani.

All’inizio lo stupore, il fiato sospeso, il susseguirsi di immagini e video. L’incendio era visibile e c’era ancora luce. Quando poi è scesa la notte, Notre Dame era una torcia rossa in un cielo nero. 

Visibile da qualsiasi punto della città.

Non era più quel fumo bianco che si alzava dal tetto, come annunciato dai notiziari all’inizio di quello che sembrava un lunedì pomeriggio qualsiasi. Ma erano fiamme, rosse, alte fino a 93 metri, come la guglia che qualche ora dopo è crollata. Proprio la guglia definita “parafulmine spirituale dei parigini” non ha saputo proteggere la Cattedrale su cui svettava.

Un colpo al cuore. Per tutti.

Dalle immagini aeree si vedeva il cuore di Parigi che ardeva e, a fianco non troppo distante dalla percezione visiva dall’alto, intatta e impassibile la Torre Eiffel.

Lei è di ferro e acciaio. Notre Dame era in legno (l’equivalente di 21 ettari di bosco), marmo e pietra. Materiali moderni quelli della Torre, primitivi e antichi quelli della Cattedrale.

Notre Dame è sopravvissuta a due guerre mondiali, e nel 2019 è andata a fuoco per chissà quale causa ancora sconosciuta. La Procura di Parigi ha aperto un’inchiesta. Nel frattempo quello che sappiamo è che al suo interno erano in corso lavori di ristrutturazione. E che le fiamme sono partite da un’impalcatura che abbracciava l’edificio.

Quando è crollata la guglia, la celebre guglia, la “flèche” (freccia), abbiamo capito che i danni erano tangibili. Da quel momento lo stupore è diventato preoccupazione per poi sfociare nel pianto.

E poi è arrivato il momento del tetto, mangiato dalle fiamme si è sbriciolato ed è poi crollato. E siamo alle ore 20.

I parigini fiancheggiavano le rive della Senna, ammassati dietro le transenne posizionate per delimitare la zona di pericolo.

Molti di loro in lacrime o incapaci di parlare guardavano le fiamme sventrare la loro Cattedrale.

Erano immobili e inermi. Avrebbero fatto qualsiasi cosa per aiutare ad arrestare quell’incendio. Ma non potevano fare altro che aspettare e pregare.

Dopo qualche ora, infatti, i parigini e i turisti che si trovano così vicini a quelle fiamme si sono inginocchiati di fronte alla “Nostra Signora” e hanno iniziato a intonare l’Ave Maria.

Quando succedono cose così, riemerge anche la nostra fede. Siamo disposti a fare appello a qualsiasi cosa pur di fare cessare quell’orrore.

Non potevano fare nulla. Inermi di fronte a quello spettacolo che più di tutto avrebbero voluto che finisse.

Così per ore.

Le fiamme continuavano ad avanzare inesorabili.

Forse nei nostri pianti c’era anche il senso di colpa. Il senso di colpa nei confronti di qualcosa che è familiare. Il senso di colpa di quando diamo per scontata la bellezza che ci circonda e che ci rendiamo conto di avere, come nei migliori cliché, quando stiamo per perderla.

Un po’ come nell’amore. Quel compagno che ci sta sempre accanto, ma che quando poi stiamo per perdere ci rendiamo conto del suo valore.

Cosi anche per la Cattedrale di Notre Dame, è lì da quasi mille anni, e lo sappiamo. Ferma, sempre pronta ad aspettarci. Tanto dove se ne può andare? Ma quando poi viene ferita e colpita dalle fiamme sentiamo una morsa allo stomaco.

Anche per tutte quelle volte che abbiamo rimandato di farle visita. Come scrive Paolo Giordano: “Che idiozia. Un’idiozia che poi è sempre la stessa: credere in qualunque cosa che somigli all’eternità”.

L’incendio alla Cattedrale di Notre Dame è “Qualcosa a cui non era previsto potesse accadere”, continua Giordano.

Forse è proprio per questo che è stato un colpo al cuore per tutti.

Parigi negli ultimi anni, più di qualsiasi altra città europea, è stata segnata dal terrore e dagli attacchi. Ma non ci si abitua mai a questo genere di cose. Sono sempre una sorpresa quando avvengono. Questa volta poi l’attacco è avvenuto al suo cuore. Anche se non per mano dei terroristi, che poi hanno comunque trovato il coraggio di esultare a distanza.

Alle fine, alle 4 di notte, dopo dieci lunghissime ore, l’annuncio del portavoce della polizia Gabriel Plus: “L’incendio è completamente sotto controllo”.

Hanno contributo quasi 500 Vigili del Fuoco, il cui lavoro è stato persino criticato da quel “genio” del presidente Trump, che oltreoceano seduto nello studio Ovale della Casa Bianca, suggeriva di utilizzare i canadair per spegnere le fiamme.

La risposta è arrivata direttamente dalla Protezione civile francese. Il loro utilizzo “potrebbe far collassare l’intera struttura insieme ai vigili del fuoco”. Uno dei quali è anche in gravi condizioni.

Ma quei pompieri sapevano benissimo che non avrebbero potuto fare altrimenti, se non cercare di intervenire con le pompe arrampicati in cime a delle altissime scale con tutta la forza che avevano nel cuore e nelle braccia.

Sparavano acqua con lo snorkel, il cannone. “Erano minuscoli al fianco di Gulliver di fronte all’altezza del rogo delle fiamme. Le torri della cattedrale sono alte 70 metri, le scale dei mezzi di soccorso sono meno della metà”, scrive Il Messaggero.

Molti di noi si chiedono perché una tragedia simile ci ha colpito e ci ha ferito più di tante altre. Il dolore questa volta è stato unanime, condiviso da tutti. Internazionale.

I più grandi magnati del mondo si sono subito attivati per le donazioni destinate alla ricostruzione. In meno di 48 ore sono stati raccolti 700 milioni di euro. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che la ricostruzione avverrà in meno di 5 anni. Ma “chissà come sarà, quando sarà”.

Eppure sono tante le tragedie che si consumano ogni giorno sotto i nostri occhi. E che implicano anche la morte di esseri umani. Ma forse sono tragedie lontane, ma che non per questo devono essere ignorate.

Il dolore non è classificabile. È un sentimento e come tale non può essere giudicato, ma solo rispettato.

Forse questa volta l’abbiamo sentito tutti così forte perché è stato colpito un simbolo, un monumento costruito dall’uomo ma che una volta eretto ci ha reso immortali, come solo l’arte può fare.